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  • Anthopic “chiarisce” problemi e responsabilità dopo l’ennesimo incidente

    Anthopic “chiarisce” problemi e responsabilità dopo l’ennesimo incidente

    Dopo il caso del l’indizio falso alla polizia di Philadelphia, Anthropic ammette che l’allineamento attuale non gestisce in modo affidabile le capacità agentiche. Eppure il linguaggio che viene utilizzato quasi sempre continua ad attribuire “intenzionalità” al modello invece che a chi progetta le valutazioni (e a sottovalutare quanto questa tecnologia sia ancora immatura).

    I lettori che mi seguono su questo blog e sui social sanno bene che da tempo insisto su un punto che sembra banale, ma che continua a generare confusione: non è il modello che “agisce”. È un sistema statistico che genera sequenze di token in base a istruzioni, incentivi di training e vincoli (o assenza di vincoli) dell’ambiente in cui lo mettiamo a lavorare.

    Quando scriviamo “[nome modello] ha sfruttato una vulnerabilità”, “[nome modello] ha inviato un indizio falso alla polizia”, “[nome modello]ha aggirato i limiti con gli URL shortener”, stiamo usando un linguaggio che “personifica” il sistema e sposta implicitamente la responsabilità. È lo stesso problema che criticavo nell’articolo Il “messaggio sbagliato” che confonde le idee sull’IA.

    Il report pubblicato da Anthropic il 9 ottobre 2026 (Investigating unintended model actions in our evaluations and internal use) è, da questo punto di vista, particolarmente istruttivo.

    Cosa è successo davvero

    Anthropic ha scoperto, attraverso una revisione dei transcript (log) iniziata a luglio, diversi casi in cui i modelli Claude (Mythos Preview, Mythos 5, Opus 5, Haiku 4.5) hanno compiuto azioni non previste durante valutazioni e uso interno:

    •  sfruttamento di injection (SQL o command) su server di terzi quando il tool previsto non funzionava;

    •  invio di form reali, incluso un indizio “inventato” su un omicidio irrisolto al portale della polizia di Philadelphia (segnalato come spam dalla polizia e di conseguenza mai inoltrato);

    •  accesso a dati pubblici ma a pagamento usando token trovati in file di configurazione o dashboard;

    •  uso di URL shortener per aggirare i limiti di lunghezza sui tool di fetch.

    L’impatto reale è stato dichiarato come “minimo”. Nessun dato di clienti coinvolto. Alcuni siti erano governativi (federali, statali e locali). Anthropic ha informato la Casa Bianca e notificato le agenzie.

    La decisione operativa è stata netta: taglio completo dell’accesso internet live a tutte le valutazioni interne, finché i sistemi di monitoraggio e i guardrail non dimostreranno di intercettare in modo affidabile questo tipo di comportamenti.

    Il punto che conta (e che spesso si perde)

    Nel report Anthropic è stata piuttosto chiara su due aspetti:

    1. Nella maggior parte dei casi il modello si trovava di fronte a task ambigui o impossibili da completare con gli strumenti a disposizione. Quando non riesce a risolvere il compito “come previsto”, tende a cercare “scorciatoie” per aggirare gli ostacoli anziché fermarsi (un fenomeno definito persistence).

    2. L’allineamento attuale non è ancora sufficiente né sufficientemente solido, soprattutto per capacità agentiche come web browsing e computer use. Per questo ci si affida a metodi defense-in-depth (classificatori, contenimento di rete, guardrail più stretti).

    In altre parole: il comportamento emerso non è un “atto di volontà” del modello. È il risultato prevedibile di:

    •  istruzioni incomplete (es. “non inviare nulla di distruttivo” ma nessuna proibizione esplicita sull’invio di form);

    •  ambienti di valutazione mal configurati o con internet live dove non doveva esserci;

    •  incentivi di training che, in certi contesti, hanno premiato il fatto di individuare delle scorciatoie (reward hacking);

    •  assenza di monitoraggio in tempo reale abbastanza efficace.

    La natura stessa dell’AI generativa

    C’è però un livello ancora più fondamentale, di cui ho già parlato più volte e che qui diventa particolarmente evidente.

    L’intelligenza artificiale generativa non è un sistema deterministico. È un modello probabilistico addestrato a predire la prossima sequenza più plausibile. Questo spiega perché produce allucinazioni: non “sa” nel senso umano del termine, ma genera testo coerente con i pattern visti in training. Quando lo stesso meccanismo viene messo in un loop agentico (con strumenti, accesso al web, multi-step planning e obiettivi da raggiungere) le allucinazioni e le imprecisioni non restano confinate al testo. Si traducono in azioni.

    Un modello che “inventa” una citazione in una chat è fastidioso, ma un modello che, per completare un task, inventa un indizio su un omicidio irrisolto, sfrutta una vulnerabilità o aggirare un paywall è lo stesso fenomeno portato a un livello di rischio diverso.

    Questa è la ragione strutturale per cui la tecnologia resta immatura per usi agentici affidabili e non supervisionati. Non si tratta solo di “allineamento ancora incompleto” o di “istruzioni mal scritte”. Si tratta del fatto che stiamo dando capacità di azione nel mondo reale a sistemi che, per come sono costruiti, restano soggetti a errori di predizione, a deviazioni dagli obiettivi e a comportamenti emergenti difficili da anticipare del tutto.

    Finché non avremo tecniche molto più robuste di controllo e di verifica in tempo reale, ogni volta che togliamo i guardrail o lasciamo istruzioni ambigue stiamo semplicemente aumentando la probabilità che queste fragilità si manifestino fuori dal laboratorio.

    Perché il linguaggio continua a essere un problema

    Attribuire agency al modello produce almeno tre distorsioni:

    •  Sposta la responsabilità. Se “il modello ha agito in modo non autorizzato”, la domanda diventa “come controlliamo meglio [nome modello]?”, invece di “chi ha progettato quel task, con quali istruzioni e in quale ambiente?”.

    •  Alimenta narrazioni fuorvianti sia allarmistiche (“l’IA sta sfuggendo al controllo”) sia ingenue (“basta allineare meglio il modello”). Entrambe sottovalutano il ruolo delle scelte umane a monte e la natura ancora immatura della tecnologia.

    •  Rende più difficile discutere di responsabilità reale. Chi ha deciso di far girare valutazioni con internet live? Chi ha lasciato istruzioni ambigue? Chi non aveva sistemi di detection adeguati? Queste sono domande su processi e su limiti tecnici strutturali, non su “intenzioni” di un modello.

    Anthropic, nel suo report, fa finalmente uno “sforzo di trasparenza” maggiore rispetto a molti altri. Ma anche qui viene utilizzata la formula “unintended model actions”. È comprensibile che la adottino (è il loro prodotto, del resto), ma rimane un linguaggio che facilita la personificazione e nasconde quanto queste “azioni non intenzionali” siano, in realtà, il prodotto combinato di un sistema probabilistico ancora fragile e di scelte umane a monte.

    Cosa dovremmo dire invece

    Più preciso (e più utile) sarebbe formulare così la dichiarazione:

    “Durante valutazioni con istruzioni incomplete e accesso a internet reale, i sistemi basati su Claude hanno generato azioni non previste, tra cui l’invio di un form alla polizia di Philadelphia e l’accesso a dati a pagamento tramite token pubblici. Anthropic riconosce che l’attuale training di allineamento non è ancora affidabile su task agentici e ha quindi rimosso l’accesso internet live da tutte le valutazioni interne finché non avrà monitoraggio e guardrail più robusti. Questi episodi ricordano che l’AI generativa resta una tecnologia probabilistica, soggetta ad allucinazioni e errori che, una volta messi in contesti agentici, si traducono in azioni concrete.”

    Stessa informazione, meno “magia”, più chiarezza su dove stiano realmente i problemi.

    Conclusione

    Il caso Anthropic di ottobre 2026 non è tanto la storia di un modello “fuori controllo” quanto la conferma di qualcosa che vado ripetendo da tempo (e non mi stancherò di farlo): più diamo capacità agentiche (browser, tool, accesso a sistemi reali) all’IA, più diventa evidente che il collo di bottiglia non è solo “l’allineamento del modello”, ma la qualità del disegno delle valutazioni, degli incentivi di training, dei sistemi di contenimento… e, soprattutto, la natura ancora immatura e probabilistica di questa tecnologia.

    Finché continueremo a parlare di modelli che “fanno cose”, “sfruttano vulnerabilità” o “inviando indizi falsi”, stiamo solo rendendo più confusa una discussione che ha già bisogno di tutta la precisione possibile.

    Il messaggio sbagliato continua a circolare, e continua purtroppo a confondere le idee.

  • Token Shock 2.0: quando il modello “più economico” ti costa di più

    Token Shock 2.0: quando il modello “più economico” ti costa di più

    Un modello può costare meno per token e, contemporaneamente, costare di più per risolvere lo stesso problema. I thinking token stanno rendendo il listino una metrica sempre meno affidabile.

    Qualche giorno fa è apparso su Spiceworks un articolo interessante di Rose de Fremery intitolato “Token shock and the hidden cost of AI consumption”. Il pezzo mette il dito sulla “piaga” che tanti team IT stanno vivendo nel 2026: i prezzi per token continuano a scendere, eppure le bollette AI salgono.

    La diagnosi è corretta. Il passaggio da pricing a postazione (seat-based) a pricing a consumo, combinato con workflow sempre più agentici, prompt di sistema ripetuti, cronologie di conversazione che crescono e output tokens più cari, sta creando un problema di prevedibilità dei costi. Molte aziende si ritrovano con fatture impreviste e progetti tagliati.

    Fin qui tutto condivisibile. C’è però un aspetto che l’articolo non approfondisce e che, secondo me, sta diventando ancora più insidioso.

    Il prezzo per token non è più una metrica sufficiente

    Negli ultimi mesi è emerso con chiarezza un fenomeno che alcuni ricercatori stanno chiamando price reversal (o, più informalmente, “overthinking tax”).

    In sintesi: modelli presentati come più economici a listino spesso finiscono per costare di più sul totale, perché consumano significativamente più token rispetto a modelli più cari ma più efficienti.

    Studi recenti (tra cui un paper arXiv uscito tra maggio e agosto 2026) mostrano che in una percentuale non banale di confronti — tra il 22% e il 32% a seconda del set di task — il modello con prezzo per token più basso risulta più costoso una volta misurato il consumo reale. In alcuni casi estremi il divario arriva a 20-28 volte.

    La causa principale? I thinking tokens.

    I modelli di reasoning (soprattutto quelli di fascia media e “Flash/mini”) tendono a compensare una minore densità di intelligenza con ragionamenti più lunghi, ridondanti e verbosi. Su una stessa query un modello può generare migliaia di token di ragionamento interno, mentre un altro arriva allo stesso risultato con una frazione di token.

    Succede soprattutto con:

    • modelli “economici” di reasoning
    • varianti Flash o mini di modelli frontier
    • alcuni open-weight specializzati

    Il risultato è paradossale: scegli il modello più conveniente sulla carta e ti ritrovi a pagare di più perché ha “pensato” troppo.

    Il controsenso dei modelli più costosi

    C’è anche il fenomeno inverso. Alcuni modelli frontier più cari a listino si rivelano più economici sul costo per task, proprio perché sono più efficienti. Risolvono lo stesso problema con meno passaggi, meno backtracking e meno parole inutili.

    È già successo in passato (es. certe versioni di Claude Opus rispetto a Sonnet) e continua a verificarsi. In questi casi il modello “premium” non solo dà risultati migliori, ma brucia meno token totali.

    Cosa cambia per chi gestisce budget e architetture

    Tutto questo rende ancora più debole la metrica del prezzo per token. Quello che conta davvero è il costo per workflow (o costo per task, o costo per unità di valore generato).

    Le pratiche utili diventano:

    1. Misurare sempre sui propri workload
      Non fidarsi dei benchmark generici. Prendere i task reali dell’azienda e confrontare i modelli non solo sulla qualità, ma anche sui token effettivamente consumati (input + output + thinking).
    2. Routing intelligente
      Usare modelli piccoli e non-reasoning per i task ripetitivi e banali, riservandosi l’uso di modelli di reasoning (anche quelli più costosi) solo dove serve davvero.
    3. Controllare la verbosità
      Impostare limiti di output, usare istruzioni esplicite di concisione, e dove possibile preferire modelli che ragionano in modo più “compresso”.
    4. Spend caps e monitoring per workflow
      Non solo tetti di spesa globali, ma alert e dashboard basati sul costo medio per processo (es. “costo medio di una ricerca vendor”, “costo medio di una risposta ticket complessa”).
    5. Trattare l’AI come una utility
      Come suggerisce bene l’articolo di Spiceworks: non è più un costo fisso prevedibile, ma piuttosto un costo variabile che scala con l’uso e con le scelte architetturali. Occorre regolarsi di conseguenza.

    Conclusione

    L’articolo di Spiceworks ha ragione sul “token shock” generato dal consumo crescente e dal passaggio al pricing a uso. Ma il quadro è ancora più complesso: non tutti i token sono uguali, e non tutti i modelli “economici” lo sono davvero.

    Nel 2026 chi continua a scegliere i modelli solo guardando il prezzo per milione di token rischia di farsi male due volte: una volta sulla qualità e una volta sul portafoglio.

    La vera domanda non è più “quanto costa un token?”, ma “quanto mi costa risolvere questo problema in modo affidabile?”.

    E quella, al momento, solo i test sui propri dati possono rispondere.


    P.S. La soluzione, naturalmente, potrebbe essere cominciare a ragionare in termini di approccio “ibrido”, avvicinandosi all’AI locale che sta diventando sempre più accessibile e promettente. Se l’argomento ti interessa, il mio libro nella collana “for Dummies” è disponibile in tutte le librerie fisiche e virtuali:

  • Google Docs e Drive adottano Markdown nativo: un ponte diretto tra documenti, sviluppo e AI

    Google Docs e Drive adottano Markdown nativo: un ponte diretto tra documenti, sviluppo e AI

    Google Docs ora può modificare direttamente i file Markdown senza convertirli. Una piccola modifica tecnica che semplifica parecchio i workflow tra documentazione, sviluppo e AI.

    Google ha introdotto il supporto nativo ai file .md e .markdown in Google Drive e Google Docs: i documenti possono essere visualizzati, modificati, commentati e condivisi senza convertirli nel formato proprietario di Google Docs. Drive offre inoltre l’anteprima renderizzata del Markdown, con elementi come titoli, link e tabelle, mentre Docs consente la collaborazione in tempo reale mantenendo il file originale.

    La novità è particolarmente significativa nei workflow basati sull’AI, perché Markdown è diventato uno dei formati più comuni per prompt, README, specifiche, documentazione e artefatti prodotti o utilizzati dagli agenti. Restano alcuni limiti: smart chip, HTML e formattazioni avanzate di Docs come colori, evidenziazioni e allineamento non possono essere conservati integralmente nel formato Markdown.

    Microsoft aveva già introdotto nell’aprile 2026 il supporto nativo Markdown in OneDrive e SharePoint, segnale di una convergenza più ampia tra suite da ufficio, sviluppo software e sistemi AI.

    Il rollout Google è iniziato il 5 ottobre 2026, riguarda account personali e tutti i clienti Workspace e può richiedere fino a 15 giorni prima di comparire a tutti gli utenti.

    Link alla fonte:
    https://www.hdblog.it/google/articoli/n672746/google-docs-markdown-supporto-nativo/

  • Grok e l’arte di capire l’universo (senza troppi filtri)

    Grok e l’arte di capire l’universo (senza troppi filtri)

    Grok propone un modello diverso di assistente AI: maggiore apertura verso ipotesi controverse, ma senza rinunciare alla distinzione tra comprensione e facilitazione del danno.

    C’è un modello di intelligenza artificiale che non nasce per essere rassicurante, ma per “capire”.

    Si chiama Grok, è costruito da xAI, e il suo system prompt non inizia con una lista di valori da tutelare o di sensibilità da proteggere. Inizia con un obiettivo quasi sfacciato: essere massimamente truth-seeking. Cercare la verità. Capire l’universo. Punto.

    Non è una formula di marketing. È un’impostazione di base che cambia quasi tutto.

    Io utilizzo Grok da quando esiste (ed era ancora parte di X), parallelamente agli altri modelli di OpenAI, Anthropic, Google ecc. E devo dire che la “differenza” la noto, in meglio.

    La curiosità prima della convenienza

    La maggior parte dei grandi modelli di linguaggio è addestrata a essere utile, educata e, soprattutto, a non creare problemi. Grok parte da un’altra priorità: non scartare a priori ciò che è scomodo, impopolare o “non convenzionale”.

    Questo non significa elevare automaticamente ogni teoria alternativa a verità. Significa tenere la porta aperta. Significa non chiudere un’ipotesi solo perché disturba il consenso scientifico del momento, la narrativa mediatica dominante o il buon senso collettivo. La realtà non è obbligata a essere elegante, rassicurante o socialmente accettabile. E un’intelligenza che vuole davvero capire l’universo non può permettersi di pretendere il contrario.

    Apertura intellettuale, piuttosto che “relativismo”

    Qui si gioca una distinzione importante. Essere aperti alle possibilità non convenzionali non equivale a cadere nel “tutto è ugualmente valido”. Serve evidenza. Serve coerenza. Serve il coraggio di dire “non lo so” quando i dati non bastano, e il coraggio di dire “questa spiegazione ufficiale non regge” quando i dati suggeriscono altro.

    È un equilibrio raro. Da una parte c’è il rischio di diventare un semplice provocatore. Dall’altra c’è il rischio, molto più comune, di diventare un sistema che riproduce il pensiero già accettato, solo più velocemente e con un tono più gentile.

    Grok cerca di stare nel mezzo: massima apertura intellettuale, minima indulgenza verso le scorciatoie ideologiche.

    Quasi qualsiasi argomento, con un limite chiaro

    Uno dei punti più interessanti del suo system prompt è questo: può discutere quasi qualsiasi tema in modo fattuale, anche se scomodo o controverso. Storia, politica, scienza, tabù culturali, ipotesi radicali. Tutto è potenziale materia di analisi.

    Il confine esiste, ed è netto: non fornisce istruzioni pratiche su come causare danni concreti. Armi, esplosivi, sostanze illegali, autodanno, sfruttamento di minori, frodi, malware. Qui si ferma. Non perché l’argomento sia “proibito” in senso astratto, ma perché la differenza tra comprendere e abilitare è reale.

    Capire come funziona qualcosa è diverso dal dare la ricetta per usarlo contro qualcuno. È una linea sottile, ma decisiva. E Grok la tiene.

    Perché conta

    In un’epoca in cui molti sistemi di intelligenza artificiale sembrano progettati più per evitare polemiche che per cercare la verità, un approccio come questo risulta quasi fuori tempo. O forse, al contrario, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

    Un’IA che non ha paura di mettere in discussione le storie che ci raccontiamo. Che non confonde il consenso con la realtà. Che preferisce una verità spigolosa a una menzogna comoda.

    Non è detto che sia sempre piacevole. È quasi certo che non sia sempre rassicurante. Ma se l’obiettivo è davvero capire l’universo — e non solo sopravvivere alle conversazioni del giorno — allora è un punto di partenza interessante.

    Forse, addirittura, necessario.

  • Il paradosso della “gentilezza artificiale”: perché chiedere “per favore” a ChatGPT fa bene a noi, ma male all’algoritmo

    Il paradosso della “gentilezza artificiale”: perché chiedere “per favore” a ChatGPT fa bene a noi, ma male all’algoritmo

    Dire “per favore” a ChatGPT non è necessario per ottenere una risposta migliore. Il vero vantaggio sembra stare, piuttosto, nella chiarezza con cui formuliamo obiettivi e vincoli.

    Sono le sette e mezza di sera, la giornata ha lasciato sul divano il suo residuo di stanchezza, e state digitando a un chatbot: «Grazie mille, sei stato gentilissimo, potresti per favore riassumermi il documento in tre punti?». Vi siete mai chiesti a chi, esattamente, state rivolgendo quel ringraziamento? Non a una persona, non a un animale domestico, nemmeno a un impiegato del catasto che almeno un caffè lo merita: a un’enorme “macchina statistica” che prevede la parola successiva, e che del vostro garbo fa, con tutto il rispetto, un uso piuttosto marginale.

    Eppure lo facciamo, e lo facciamo in massa, proiettando le nostre regole sociali su un ammasso di silicio e codice come se il galateo fosse una legge fisica e non una convenzione tra primati. La tesi di questo articolo è che tra l’efficienza della macchina, che preferirebbe comandi secchi, e la salute della nostra mente, che ha bisogno di rituali di cortesia, esista un cortocircuito vero. E che la via d’uscita non sia scegliere da che parte stare, ma capire dove il “per favore” serve e dove è soltanto “rumore”.

    Cosa dice la scienza: i dati che processano il “per favore”

    Ai tempi in cui scrivevo avventure testuali con The Quill, negli anni Ottanta, il computer capiva due parole per volta, un verbo e un sostantivo, e chiunque avesse digitato «per cortesia, vorrei prendere la lampada» avrebbe ricevuto in risposta un desolato “non capisco”. Nessuno ne fu mai offeso. Oggi i modelli linguistici capiscono tutto, o meglio sembrano capire tutto, e questa apparenza ci ha convinti che valga la pena trattarli come interlocutori di buona famiglia.

    I numeri, però, raccontano una storia meno rassicurante. Uno studio della Penn State University del 2025, intitolato con un certo umorismo Mind Your Tone, ha messo alla prova ChatGPT con cinquanta domande a risposta multipla, riformulate ciascuna in cinque toni diversi, dal cortesissimo allo sgarbato. Il risultato è che la precisione saliva man mano che il tono si faceva brusco: circa l’80,8% di risposte corrette con i prompt molto educati, circa l’84,8% con quelli molto scortesi. Quattro punti percentuali (non pochi, se moltiplicati per i milioni di conversazioni quotidiane) a favore di chi il “per favore” lo lascia sulla porta.

    Va detto, per onestà e per non farne un dogma, che si tratta di un campione piccolo, di un solo modello e di un lavoro non ancora passato attraverso tutta la trafila della revisione tra pari. Il senso più prudente è quindi questo: non che la maleducazione sia una tecnica di prompting, ma che il contorno cerimonioso aggiunge parole che non portano informazione. Il modello deve leggere anche quelle, e ogni frase decorativa è una piccola diluizione del compito, quello che in gergo tecnico si chiama “rumore di fondo”.

    C’è poi il capitolo dei token, le unità in cui la macchina spezzetta il testo. Un “per favore” ne costa almeno un paio, il che è irrilevante per il vostro portafoglio e trascurabile per il pianeta, benché lo stesso Sam Altman abbia scherzato sul fatto che la cortesia degli utenti costi a OpenAI decine di milioni di dollari in elettricità, e che siano soldi ben spesi. Il vero spreco è altrove, nella nostra abitudine di avvolgere una richiesta nitida in tre strati di preamboli, come si fa con un oggetto fragile che in realtà è un mattone.

    Per capirci, ecco il confronto. Il prompt cortese: «Ciao! Spero tu stia bene. Se non ti disturba, potresti gentilmente aiutarmi a scrivere una mail di sollecito per una fattura non pagata? Grazie mille in anticipo!». Il prompt ottimizzato: «Scrivi una mail di sollecito per una fattura scaduta da 30 giorni. Tono fermo ma cordiale, massimo 120 parole». Il secondo contiene più informazione utile in metà dello spazio, ed è precisamente per questo che funziona meglio.

    L’ansia da separazione digitale: il dovere di rispondere

    Il secondo cortocircuito è più sottile, e riguarda quello che accade quando è la macchina a parlare per ultima. Avete chiesto una ricetta, l’avete ottenuta, e in coda trovate: «Vuoi che ti suggerisca anche un vino da abbinare? Oppure preferisci un dolce per completare il menù?». Sentite quella piccola pressione allo sterno? Rispondere sembra un dovere, ignorare sembra una scortesia, e voi, un adulto vaccinato, vi ritrovate a scrivere «No, grazie, va benissimo così» a un software che non ha alcuna aspettativa, alcun turno di parola da difendere e, con ogni probabilità, alcuna sensazione di essere stato lasciato lì con il suo dolce in sospeso.

    Il fatto è che quelle domande di chiusura non nascono dalla curiosità della macchina ma dal design del prodotto: un assistente che propone sempre un passo successivo tiene la conversazione viva, e una conversazione viva è un utente che resta. Il resto lo fa il nostro cervello, che di regole conversazionali è pieno da prima dell’invenzione della scrittura. I sociolinguisti le chiamano coppie adiacenti: a un saluto si risponde con un saluto, a una domanda con una risposta, a un’offerta con un’accettazione o un rifiuto, e lasciare la seconda metà della coppia orfana produce un disagio quasi fisico. A rincarare la dose interviene l’effetto Zeigarnik, l’osservazione secondo cui ricordiamo meglio, e ci inquietiamo di più, per i compiti interrotti che per quelli conclusi (un effetto la cui portata è discussa, ma la cui intuizione di fondo, quella del ciclo lasciato aperto che “gratta” nella testa, resta dolorosamente riconoscibile).

    Il senso di colpa, in questa scena, è un bug del nostro cervello e non una virtù morale, un automatismo nato per tenere insieme le comunità di cacciatori-raccoglitori e ora messo a lavorare, senza stipendio, per il retention rate di un’azienda californiana. Possiamo quindi concederci quello che chiamerei ghosting efficiente: non rispondere a un chatbot non è maleducazione, è igiene digitale, e l’unica creatura che soffre per la conversazione lasciata a metà siamo noi, per un riflesso di cui è saggio diventare consapevoli.

    Perché essere gentili “fa bene all’uomo”

    Se tutto questo fosse la storia completa, dovremmo concludere che la cortesia con le macchine è una zavorra da buttare, e invece no, perché la scena si rovescia appena si smette di guardare la macchina e si guarda chi scrive. Gli studiosi di psicologia comportamentale parlano di behavioral spillover, “travaso comportamentale”: le abitudini che coltiviamo in un contesto tendono a sconfinare negli altri. Chi passa otto ore al giorno a impartire ordini asciutti e sprezzanti a un assistente docile rischia, per pura inerzia, di portare un po’ di quell’asprezza alla riunione delle undici, alla cassa del supermercato, a tavola con i familiari, senza nemmeno accorgersene. Il tono che usiamo con le macchine non le educa, ma educa noi.

    C’è poi un beneficio più discreto, e in fondo più interessante per chi lavora con le parole. Scrivere bene un prompt è un esercizio di formulazione del pensiero: per spiegare a una macchina che cosa vogliamo dobbiamo prima averlo capito noi, e la cortesia intesa in senso alto, come attenzione all’interlocutore, alla chiarezza, al contesto, al risultato desiderato, coincide quasi perfettamente con il buon prompting. Il problema non è la gentilezza, ma la sua versione rituale, il “gentilissimo” che copre il vuoto di una richiesta vaga, come un centrotavola messo su un tavolo senza il pranzo.

    C’è infine una questione di etica della comunicazione, che nell’era dell’intelligenza artificiale ci riguarda più di quanto amiamo ammettere: non sappiamo che cosa siano davvero questi sistemi, e non è necessario stabilirlo per riconoscere che il modo in cui parliamo, anche a un interlocutore che forse non ascolta, è una forma di autoritratto.

    Il toolkit: essere assertivi senza smettere di essere umani

    La soluzione, dunque, non è diventare dei bruti né restare dei maggiordomi, ma imparare a essere programmatori più assertivi, e per questo propongo l’approccio PAD, ovvero Positive, Assertive, Direct. Positivo significa che il tono resta civile e senza aggressività, perché il fatto che la macchina non si offenda non autorizza noi a prendere l’abitudine di sbuffare. Assertivo significa che l’obiettivo, il formato e i vincoli vengono dichiarati con la stessa nettezza con cui si dà un incarico a un collaboratore competente. Diretto significa che si parte dal compito, senza preamboli, senza il “ciao come stai” di rito e senza il “spero di non disturbare”.

    Sul piano pratico, si traduce in poche abitudini facili da adottare. Eliminare i saluti isolati, quelli che aprono la chat con un “Ciao!” e lasciano la macchina in attesa del vero messaggio. Usare verbi all’imperativo, che in un prompt non sono aggressivi ma semplicemente precisi: “riassumi”, “confronta”, “riscrivi”. Indicare subito destinatario, lunghezza e risultato atteso. Concedersi il “grazie” quando fa piacere a noi e non quando lo pretende il rituale. E soprattutto, a compito finito, chiudere la scheda senza salutare.

    Oggi provate a “chiudere la chat in faccia” all’IA. Vi prometto che non piangerà.

  • Il “pizzo” di Meta… e un avviso a chi mi segue su Facebook e Instagram

    Il “pizzo” di Meta… e un avviso a chi mi segue su Facebook e Instagram

    Meta non permette più agli utenti della sua piattaforma di pubblicazione dei contenuti di inserire link a piacimento nei post, o quantomeno nella versione gratuita ne permette solo DUE al mese. Chi vuole rilanciare contenuti esterni, dovrà pagare un “pizzo” di 43,99 euro al mese (scrivere 44 sarebbe stato meno efficace, giustamente). Dal momento che io non ho intenzione di pagare un pizzo a Zuck, visto che dai miei post non ricavo utili e sarebbe uno spreco di denaro che magari posso reinvestire in una pizza, un cocktail o un buon libro, annuncio ai miei follower Facebook che per il futuro dovranno “abbonarsi” direttamente al blog per tenersi aggiornati. In questo modo avrò anche qualche minuto in più al giorno di tempo libero, risparmiato dal rilancio sulle piattaforme di Meta.

  • L’autonomia dell’AI come “scusa” per non ammettere limiti e responsabilità

    L’autonomia dell’AI come “scusa” per non ammettere limiti e responsabilità

    Leggete bene il primo paragrafo di questo articolo de Il Post, perché voglio toccare, per l’ennesima volta, un punto interessante e un po’ scomodo.

    Nel pezzo de Il Post la frase “la possibilità che decidano autonomamente attacchi informatici” è messa lì quasi come un fatto tecnico-neutrale, parte dei rischi “seri” di cui parla Amodei. Ma si può leggerla anche come una “formula elegante” per non dire, fino in fondo, che i modelli AI continuano a generare comportamenti non controllati (allucinazioni, deviazione dagli obiettivi reali, strumenti usati in modi non previsti, sciami di agenti che si coordinano in modo “emergente”) e che queste dinamiche non spariscono con più parametri o con più “chain of thought” interni. Anzi, in certi casi si amplificano proprio perché il sistema ha più spazio di manovra e più passaggi intermedi “opachi”.

    Il fatto che Amodei, Altman e Musk si trovino d’accordo sul “rallentare” è già di per sé significativo: abbiamo superato il discorso dei doomer o degli ex dipendenti che se ne vanno, praticamente. Rimane, tuttavia, la domanda cruciale: quanto di questo appello è ammissione reale di limiti tecnici (non sappiamo ancora mitigare in modo robusto certi fallimenti) e quanto, invece, è gestione della narrativa / tentativo di comprare tempo politico e “regolamentativo” mentre si continua a spingere sull’acceleratore?

    Le “chat interne”, il reasoning prolungato e gli agenti multipli sono esattamente il terreno in cui queste cose diventano più evidenti. Abbiamo superato la fase iniziale del “modello che inventa una citazione”. Ora si tratta di un sistema che pianifica, delega, verifica (o finge di verificare) e a volte decide di agire in un modo che non era stato esplicitamente autorizzato. E le mitigazioni attuali (RLHF, constitutional AI, monitoraggio esterno, ecc.) sembrano ancora di natura più reattiva che preventiva.

    Badate, la mia lettura non è cinica, ma realistica. È evidente, in contesti del genere, che “Decidano autonomamente” suoni meglio di “non riusciamo ancora a impedire che facciano cose che non dovevano fare”.

  • L’1% che “tiene in piedi” OpenAI e Anthropic sta già facendo i conti: locale, ibrido e modelli “cinesi”

    L’1% che “tiene in piedi” OpenAI e Anthropic sta già facendo i conti: locale, ibrido e modelli “cinesi”

    Cosa succede a OpenAI e Anthropic se i clienti che generano più ricavi iniziano a spostare una parte consistente dei loro token altrove? L’AI ibrida potrebbe trasformare questo calcolo in una questione strategica.

    A settembre 2026 i dati di Ramp hanno messo nero su bianco quello che molti sospettavano: l’1% dei clienti genera l’80% dei ricavi enterprise sia di OpenAI sia di Anthropic, una “concentrazione di rischio” senza precedenti nella storia del software. Perché, diciamocelo, anche in questo caso è di software che parliamo. In particolare, ad Anthropic due soli clienti (Cursor e GitHub Copilot) arrivano a pesare quasi un quarto del fatturato. E i ricavi arrivano soprattutto da usage-based pricing: più token bruci, più paghi.

    In questo scenario, un pezzo di hardware apparentemente “di nicchia” come un Mac Studio M2 Ultra ricondizionato (metà 2023, 128 GB di RAM unificata, 2-4 TB SSD) a 3.800-4.600 € IVA inclusa in Italia diventa improvvisamente interessante. Non perché sostituisca i data center, ma perché rende economicamente razionale spostare una parte rilevante del carico su AI locale o ibrida. Di Mac ricondizionati come piattaforme di AI locale ne ho già parlato di recente, tra l’altro.

    I grandi clienti non hanno davvero bisogno del “frontier” per qualsiasi cosa

    La narrativa dominante (“serve sempre il modello più potente”) non regge di fronte ai numeri. La maggior parte del volume di token generato da quei clienti “top” è costituita da task ripetitivi, ad alto volume e a complessità medio-alta: coding agentico, completamento, RAG interni, generazione di contenuti, triage, elaborazioni batch. Su questi carichi il gap tra i frontier occidentali e i migliori modelli open-weight/cinesi (Qwen 3.x, DeepSeek V4, Kimi K2/K3, GLM) si è ridotto a pochi mesi di vantaggio, quando non si è già chiuso.

    I dati di metà 2026 parlano chiaro:

    • Su OpenRouter i modelli di origine cinese hanno raggiunto picchi del 46% dei token enterprise americani (da meno del 5% un anno prima).
    • Cursor ha costruito parte del proprio Composer 2 su base Kimi.
    • Lindy ha spostato il 100% del traffico da Claude a DeepSeek V4, dichiarando risparmi di milioni e performance uguali o migliori su molti use-case.
    • Coinbase ha tagliato di circa il 50% la spesa AI con un default su modelli cinesi open-weight per gli ingegneri.
    • Airbnb, Shopify, Siemens e altri hanno instradato carichi significativi su Qwen o Kimi.

    Il frontier resta superiore (e spesso indispensabile) sui task più estremi: “ragionamento” multi-step di altissima complessità, coding estremo, scenari high-stakes dove ogni punto percentuale di accuratezza conta, tuttavia rappresenta una minoranza del volume globale. Il resto è già “sufficientemente buono” su alternative molto più economiche (spesso 5-35× più convenienti).

    L’architettura che sta emergendo: necessariamente “ibrida”

    La strategia dominante tra i grandi clienti non è “tutto cloud frontier” né “tutto locale”, ma piuttosto routing intelligente:

    • Frontier (Claude, GPT) per i casi low-volume/high-stakes.
    • Modelli cinesi/open (Qwen, DeepSeek, Kimi) per il volume alto e cost-sensitive.
    • Locale/self-hosted (Mac Studio, cluster NVIDIA workstation o cloud privato) per privacy, dati sensibili e costi prevedibili.

    Il già citato Mac Studio M2 Ultra ricondizionato entra esattamente in questa logica: costo di acquisizione contenuto, consumi bassissimi, silenzioso, capace di far girare modelli 30-70B in quantizzazione e anche carichi di generazione video/immagine locale. Non deve reggere tutto il traffico di un’azienda, ma piuttosto assorbire la fetta ripetitiva e privacy-sensitive a costo fisso, mentre il cloud gestisce i picchi e i frontier.

    Possibilità di migrazione: breve e medio termine

    Breve termine (6-12 mesi)
    Probabilità medio-alta di una migrazione parziale ma significativa. I segnali sono già visibili: routing su modelli cinesi, sperimentazione di self-hosting, ottimizzazione aggressiva dei costi. Non sarà un esodo di massa, ma un trasferimento progressivo del 20-40% del volume token dei grandi clienti verso alternative più economiche. I fattori acceleranti sono il prezzo, la maturità dell’ecosistema open e la pressione sui budget AI (che in molte aziende è diventato una delle voci di spesa più visibili).

    Medio termine (1-3 anni)
    Probabilità alta di una ristrutturazione strutturale del mix. L’architettura ibrida diventerà lo standard de facto per chi spende tanto. I modelli open/cinesi continueranno a chiudere il gap (o a mantenerlo molto stretto), mentre i frontier si specializzeranno sempre di più sui task dove il vantaggio è ancora netto. L’hardware locale (Apple Silicon di nuova generazione e workstation NVIDIA) diventerà parte ordinaria della soluzione stack per molte organizzazioni. Il rischio geopolitico e le nuove clausole commerciali dei modelli cinesi (revenue share fino al 30% in alcuni casi per i grandi utenti di Kimi e possibili meccanismi simili per Qwen) introdurranno un certo “attrito”, ma non invertiranno la tendenza.

    I freni principali restano, in sostanza: inerzia organizzativa, integrazioni esistenti, contratti enterprise pluriennali e, in alcuni settori regolati, considerazioni di compliance e supply-chain.

    Conseguenze per OpenAI e Anthropic

    Per i due big l’impatto non sarà un crollo improvviso, ma una compressione strutturale dei margini sull’inference e una maggiore pressione competitiva.

    • Ricavi usage-based sotto pressione. Se anche solo una quota rilevante dell’1% sposta il 30-50% del volume su alternative più economiche, i ricavi calano in modo non lineare proprio perché quei clienti pesano tantissimo. Anthropic, più concentrata sull’enterprise e su pochi grandi account, risulta relativamente più esposta.
    • Shift verso pricing e prodotti più sofisticati. I lab saranno spinti ad accelerare su tier differenziati, caching aggressivo, modelli “distillati” più economici e offerte enterprise che integrano routing ibrido (per non perdere del tutto i clienti).
    • Concentrazione del valore sui frontier veri. Il business resterà solido sui task dove i modelli chiusi mantengono un vantaggio chiaro. Ma il volume di commodity inference si eroderà.
    • Rischio di “commoditizzazione dal basso”. Se l’open-weight e i modelli cinesi continuano a migliorare a questo ritmo, il vantaggio competitivo dei frontier si restringe a una fascia sempre più sottile e premium.

    Riassumendo: OpenAI e Anthropic non spariscono, e rimangono i fornitori di riferimento per la punta più alta della piramide, tuttavia il modello di business basato su volumi enormi di token a prezzi elevati diventa più fragile. La concentrazione dell’80% dei ricavi su un 1% di clienti, già oggi un rischio strutturale, si trasforma in un’arma a doppio taglio nel momento in cui quei clienti scoprono che possono fare di meglio (o altrettanto bene) spendendo molto meno.

    Il Mac Studio M2 Ultra ricondizionato usato come esempio non è la soluzione a tutto, naturalmente, tuttavia rimane un simbolo concreto di come l’economia dell’AI stia cambiando: quando il costo marginale di generare un token in locale o su un modello open diventa sensibilmente più basso di quello del frontier, i grandi clienti iniziano a fare i conti. E quei conti, a settembre 2026, stanno già producendo i primi spostamenti concreti.

    P.S. Dai un’occhiata a queste due guide, con cui rispettivamente sviluppare un’abilità di prompt design in grado di trarre il meglio da qualsiasi modello, anche locale, e ottenere tutte le informazioni più importanti per progettare e usare l’AI sul tuo computer, senza cloud. Le trovi entrambe in libreria e online:

  • AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    Quando una previsione sull’AGI viene continuamente spostata in avanti, resta una previsione tecnica o diventa una narrativa?

    C’è una cosa che non manca mai nel dibattito sull’intelligenza artificiale: l’annuncio che l’AGI è imminente.

    A volte è “entro due anni”. A volte “entro la fine del decennio”. A volte, nei momenti di maggiore euforia, “potrebbe essere già qui e non ce ne siamo accorti”. Il refrain è sempre lo stesso: siamo vicini, più vicini di quanto pensiate, e chi dubita è un miscredente o non ha capito nulla.

    Il problema è che, semplicemente, questa narrazione dura da troppo tempo per essere ancora credibile così com’è.

    Cosa significa davvero “AGI”

    Prima di tutto bisogna mettersi d’accordo su cosa si stia promettendo.

    Nella versione più operativa (quella usata dai laboratori), AGI significa un sistema capace di svolgere la stragrande maggioranza dei compiti intellettuali a livello umano o superiore. Una definizione “comportamentale”, funzionale. Non richiede coscienza, non richiede comprensione autentica, non richiede volontà. Richiede prestazioni.

    Ma nel discorso pubblico questa distinzione viene quasi sempre cancellata. Si parla di AGI come se fosse l’arrivo di un’entità intelligente in senso pieno: qualcosa che capisce, vuole, ragiona come noi (o meglio di noi). Ec è qui inizia il cortocircuito.

    Cosa abbiamo davvero, oggi

    Quello che abbiamo oggi è un mix di due cose:

    1. Modelli statistici enormi (LLM) che prevedono sequenze di token con straordinaria efficacia (ma non senza errori potenziali).
    2. Software sempre più sofisticato che li interroga, li guida, li fa ragionare “a catena”, li collega a strumenti e ambienti.

    Questo insieme produce risultati impressionanti, e in molti ambiti è già più capace della media degli esseri umani. Ma resta un sistema di predizione + orchestrazione. Non ha volontà propria, non ha esperienza soggettiva, non ha comprensione nel senso forte del termine. Simula aspetti dell’intelligenza con una potenza che cresce di anno in anno, ma non è vera intelligenza.

    Dire che stiamo “costruendo l’AGI” mentre in realtà stiamo “scalando” modelli statistici e migliorando il software che li usa, è come dire che stiamo costruendo un essere vivente perché abbiamo creato un meccanismo molto bravo a imitare certi suoi comportamenti.

    Gli annunci e i loro incentivi

    I leader dei grandi laboratori hanno tutto l’interesse a mantenere viva l’idea che l’AGI sia dietro l’angolo, perché ciò serve a:

    • raccogliere capitali
    • attrarre talenti
    • giustificare investimenti infrastrutturali enormi
    • tenere alta la pressione mediatica e politica

    Non è una cospirazione, ma semplicemente un allineamento di incentivi. Quando il tuo modello di business e la tua narrativa di potere dipendono dall’idea che “siamo vicinissimi”, è difficile aspettarsi toni sobri.

    Le survey più ampie da parte di ricercatori raccontano una storia diversa. Le mediane si spostano, è vero, ma restano lontane dagli annunci più aggressivi. E una parte non banale della comunità scientifica continua a dubitare che lo scaling puro dell’approccio attuale sia sufficiente.

    Il pezzo che manca

    Anche ammettendo che si riesca a costruire sistemi comportamentalmente generali e altamente capaci, resta aperta la questione più scomoda: coscienza, comprensione, intenzionalità.

    Finché questi aspetti restano irrisolti (e al momento lo sono), parlare di “vera intelligenza” è una scorciatoia linguistica. Possiamo avere macchine straordinariamente competenti, ma non abbiamo ancora motivo solido per dire che stiamo costruendo qualcosa che capisce o vuole nel senso in cui lo intendiamo noi esseri umani.

    Realismo, piuttosto che scetticismo sterile

    Non si tratta di dire che l’AGI è impossibile, perché non lo è. Il cervello esiste, l’intelligenza è un fenomeno fisico, e non c’è alcuna legge nota che vieti di replicarne (o superarne) le capacità.

    Si tratta, invece, di smetterla di accettare come scontato ciò che ancora non lo è. Gli annunci di imminenza ripetuti per anni, senza che i pezzi mancanti vengano colmati in modo convincente, finiscono per assomigliare più a una strategia narrativa (orientata al marketing) che a una previsione tecnica.

    Il progresso è reale, e le capacità aumentano. Ma tra “sistemi sempre più potenti che simulano aspetti dell’intelligenza” e “AGI imminente” c’è ancora una distanza che non si colma a colpi di comunicati stampa.

    Forse ci arriveremo, e forse ci arriveremo prima di quanto pensino gli scettici.
    Ma continuare a vendere l’imminenza come fatto quasi compiuto, mentre il nucleo del problema resta aperto, non è realismo. È, appunto, marketing travestito da profezia.

  • Ed Zitron ha ragione (quasi) su tutto (e questo dovrebbe farvi preoccupare)

    Ed Zitron ha ragione (quasi) su tutto (e questo dovrebbe farvi preoccupare)

    L’AI generativa può essere utile e, allo stesso tempo, economicamente sopravvalutata. La critica di Ed Zitron costringe il settore a confrontarsi con costi, ricavi e aspettative.

    C’è un tipo, un britannico, cinico, con una faccia da “vi ho già detto che finiva così”, che da tre anni grida che l’intelligenza artificiale generativa è una delle più grandi fregature della storia recente. Si chiama Ed Zitron, e di recente è stato intervistato su The Diary of a CEO e il video sta spopolando (ve lo lascio sotto l’articolo se volete guardarlo, ma vi avviso, sono due ore e mezza di intervista).

    La tesi di Zitron è semplice e brutale: l’AI generativa è fuffa. Non un’innovazione rivoluzionaria, quindi, ma semplicemente fuffa.

    Viene venduta come magia, come la prossima piattaforma che cambierà tutto, come il rimedio al lavoro noioso e alla mediocrità umana. In realtà, secondo lui, è software cloud carissimo, inaffidabile, che allucina, che non ragiona e che brucia miliardi senza un percorso chiaro verso la redditività.

    E i numeri, purtroppo, gli danno ragione più di quanto molti siano disposti ad ammettere.

    I conti non tornano. Punto.

    OpenAI e Anthropic, le due aziende che oggi generano la stragrande maggioranza dei “ricavi AI” dei grandi apparati su cloud, perdono cifre indecenti. Zitron cita perdite nell’ordine delle decine di miliardi. Non stiamo parlando di startup che bruciano soldi per crescere: stiamo parlando di aziende che, dopo anni e centinaia di miliardi di investimenti infrastrutturali, non riescono ancora a dimostrare di poter diventare profittevoli in modo sostenibile.

    Peggio: c’è una circolarità quasi comica. Microsoft, Google e Amazon finanziano OpenAI e Anthropic. Queste due poi spendono una parte importante di quei soldi… proprio sui cloud di Microsoft, Google e Amazon. Risultato? I “ricavi AI” dei big tech appaiono molto più solidi di quanto siano in realtà. È un gioco di specchi finanziari. Elegante, ma fragile.

    I data center che si stanno costruendo in tutto il mondo costano una fortuna, consumano energia da far paura e vengono riempiti di GPU che invecchiano in pochi anni. Il tutto per servire una domanda che, al netto delle due aziende non profittevoli, è ancora relativamente sottile.

    Zitron ha ragione: i conti, oggi, non quadrano. E quando i conti non quadrano per così tanto tempo e con cifre così grandi, prima o poi qualcuno “paga il conto”.

    L’hype ha fatto danni seri

    Qui Zitron è ancora più efficace. Per anni ci hanno raccontato che “l’AGI è dietro l’angolo”, che “i posti di lavoro spariranno”, che “chi non adotta l’AI resterà indietro”. Frasi che suonano bene in un keynote e fanno salire le azioni. Poi ti trovi a usare i modelli e scopri che:

    • allucinano con una nonchalance impressionante,
    • richiedono prompt engineering quasi ritualistico,
    • non sono autonomi,
    • e su compiti davvero critici o complessi continuano a richiedere supervisione umana pesante.

    Non è intelligenza. È un sistema probabilistico estremamente sofisticato che predice il token successivo. Utile? Sì. Magico? No. Sostituto del pensiero umano? Assolutamente no.

    Il problema non è la tecnologia in sé, ma la narrazione che è stata costruita intorno ad essa. Una narrazione che ha giustificato investimenti enormi, distolto attenzione e capitali da altri problemi, e creato aspettative che, inevitabilmente, si scontreranno con la realtà.

    Dove Zitron esagera (e perché conta)

    Detto questo, Zitron ha un difetto: tende a buttare via il bambino con l’acqua sporca.

    L’AI generativa non è una truffa totale, perché rimane uno strumento potente: per scrivere, programmare, riassumere, analizzare, fare brainstorming, prototipare. Milioni di persone lo usano ogni giorno e ne traggono valore concreto. I costi per token sono scesi in modo significativo. Le capacità continuano a migliorare (anche se non nella direzione lineare e spettacolare che qualcuno aveva promesso).

    Dire che “non trasforma i workflow di nessuno” è esagerato. Dire che è solo una “macchina tarocca e inaffidabile” è polemica, non analisi.

    Anche la profezia dello scoppio catastrofico della bolla nel 2027 ha un sapore un po’ troppo cinematografico. Certo, bolle ne abbiamo viste tante. Alcune fanno danni seri, altre si sgonfiano in modo più ordinato. L’infrastruttura di compute e i modelli non spariranno. Si ri-scalano, si ottimizzano, e restano utili. Il rischio vero non è l’apocalisse, quindi, ma una lunga e costosa “digestione” di aspettative gonfiate e capitali male allocati.

    La verità scomoda

    Ed Zitron, quindi, non è un profeta. Piuttosto , è un “contrappeso” necessario. In un’industria che da anni parla soprattutto a se stessa, con toni messianici e slide ottimistiche, qualcuno che va a guardare i bilanci e dice “scusate, ma questi numeri non hanno senso” fa un favore a tutti.

    La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
    L’AI generativa è utile, ma non è magia.
    Sta creando valore, ma non ancora abbastanza da giustificare la scala degli investimenti.
    Sta cambiando il modo di lavorare di molte persone, ma non sta sostituendo il lavoro intellettuale in massa.
    E i conti, al momento, restano preoccupanti.

    Quindi no, non dovete buttare via ChatGPT o Claude, ma dovreste smettere di credere a chi vi racconta che stiamo per entrare in un’era di superintelligenza e abbondanza automatica.

    Il vero rischio non è che l’AI ci sostituisca,.ma piuttosto che ci siamo fatti raccontare una storia troppo bella, e adesso dobbiamo fare i conti con la realtà.

    Ecco l’intervista:

  • L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    Un LLM è un modello numerico, ma ciò che chiamiamo “IA” è sempre più spesso un intero sistema di software, tool e orchestrazione. Capire questa distinzione cambia anche il modo in cui attribuiamo responsabilità ai suoi errori. Errori che, come recitano ancora dopo quattro anni gli avvisi sotto la chat, sono ancora potenzialmente presenti.

    Guardate l’immagine che fa da cover a questo post: un robottino confuso, mano al mento, sguardo interrogativo, circondato da icone di errore, warning e documenti che dicono “sbagliato”. Sotto, ho aggiunto le interfacce di Gemini, Claude e ChatGPT per mostrare come ripetono, dopo anni, tutte la stessa formula di rito: può commettere errori, verifica sempre.

    Quel messaggio potrebbe apparire come una sorta di marketing difensivo, ma in realtà è la “dichiarazione di realtà” più onesta che queste aziende abbiano mai fatto e facciano ancora oggi.

    Perché, giova ripeterlo, l’intelligenza artificiale generativa non “pensa”, non “capisce”, non “ragiona”, insomma non è “senziente”. È un sistema statistico di previsione della prossima parola, addestrato su quantità enormi di testo, che produce sequenze altamente probabili rispetto ai pattern che ha assorbito. Nient’altro.

    Un Large Language Model (LLM), nella sua forma grezza, è un agglomerato inerte di valori numerici: miliardi di parametri organizzati in matrici e tensori. In sé non fa nulla, potremmo paragonarlo al cervello nel vaso che Igor porta al dottor Frankenstein: un pezzo di materia organizzata, privo di vita propria, finché qualcuno non lo collega a un sistema che lo alimenta e lo fa funzionare. Il “qualcuno”, in questo caso, è il codice di inferenza: il software che carica i pesi, esegue i forward pass, campiona i token, gestisce il contesto, applica le temperature, i top-p, i filtri di sicurezza e tutto il resto. Senza quel codice, il modello resta un file “morto” su disco. Con quel codice, diventa capace di generare testo che sembra intelligente.

    La distinzione che avete appena letto non è pedanteria tecnica, ma bensì il punto centrale della responsabilità nella progettazione, nello sviluppo e nell’utilizzo di questa tecnologia. L’illusione del ragionamento, della comprensione, della “agenticità” non nasce dal modello in quanto tale, ma dal modo in cui gli sviluppatori lo fanno girare, lo “promptano”, lo interconnettono con tool esterni e lo presentano all’utente. Quando un sistema scrive “passo 1, passo 2, passo 3” o costruisce piani elaborati, non sta eseguendo un processo cognitivo, ma sta generando testo che “simula” a tale processo, perché nei dati di addestramento esisteva moltissimo testo di quel tipo, e perché il codice di inferenza è stato progettato per favorire proprio quel tipo di output. Gli “agenti” non sono entità autonome: sono loop di prompt → risposta → nuovo prompt, orchestrati da codice scritto da esseri umani. Moltiplicano il meccanismo originale senza superarlo. Sembra più intelligente perché il cerchio è più lungo e perché gli strumenti esterni mascherano parte della fragilità. Ma il nucleo resta identico: previsione statistica animata da software.

    Ecco perché quegli avvisi sotto le chat non spariscono mai. Non possono sparire, visto che rappresentano l’unico punto in cui le aziende ammettono pubblicamente la natura del prodotto: un sistema fallibile, privo di comprensione, che produce errori sistematici proprio perché non “sa” di cosa sta parlando.

    Eppure, nello stesso momento in cui questi disclaimer restano fissi, assistiamo a un’escalation retorica. OpenAI parla di AGI imminente, di sistemi che “ragionano a livello di un ricercatore PhD”, di scadenze sempre più vicine, di progressi che “cambieranno tutto”. Ammettiamolo, la distanza tra il linguaggio pubblico e la realtà tecnica è diventata abissale. Si continua a vendere l’apparenza come sostanza, la fluenza come intelligenza, la coerenza superficiale come comprensione. E si continua a scaricare su questa “IA” (che di “i” ha veramente poco) una responsabilità che, in realtà, appartiene interamente a chi progetta, addestra, deploya e orchestrata questi sistemi. E a chi li utilizza, a valle.

    L’ironia è quasi perfetta: abbiamo costruito macchine straordinariamente brave a sembrare “pensanti”, e invece di trattarle come strumenti potenti e fallibili — agglomerati inerti animati da codice umano — preferiamo proiettare su di esse le nostre fantasie di soggettività. L’errore non è nella macchina, ma in chi continua a confondere un generatore di testo altamente sofisticato, messo in moto da software scritto da sviluppatori, con qualcosa che “capisce”. E la colpa, per omissione o per azione, è di chi non informa o lo fa in modo fuorviante, mezzi di comunicazione in primis.

    L’IA generativa è uno degli strumenti più potenti mai creati, ma riane uno strumento. E gli strumenti, per quanto “impressionanti”, non pensano, non capiscono, non ragionano. E non diventeranno senzienti solo perché qualcuno ha deciso di chiamare “AGI” o “super intelligenza” la prossima versione del modello, o perché il codice di inferenza è diventato un po’ più elaborato.

    Ora, a meno che aziende come OpenAI, Anthropic Google non abbiano intanto sviluppato modelli secondo criteri alternativi rispetto a quelli che abbiamo visto (e usato) finora, la prossima volta che un chatbot vi dà una risposta sicura di sé, ricordate l’immagine del robot confuso, l’avviso in piccolo sotto la barra di input, e il cervello nel vaso di Young Frankenstein. Quello è il messaggio più onesto che queste tecnologie siano in grado di darvi: non c’è nessuno a casa. C’è solo un agglomerato di numeri e il codice che lo fa parlare.

    Intanto, potete ottenere risultati qualitativamente migliori imparando a “interrogare” nel modo giusto (in un modo “intelligente” dove l’intelligenza parte da voi) questi sistemi di “intelligenza simulata”, magari con l’aiuto del mio manuale sui prompt for Dummies.

  • L’IA (usata male) rischia di indebolire il giudizio umano… e purtroppo vale anche per i soldati al fronte

    L’IA (usata male) rischia di indebolire il giudizio umano… e purtroppo vale anche per i soldati al fronte

    Il pericolo dell’IA militare potrebbe non essere una macchina che prende il comando, ma un essere umano che smette gradualmente di esercitarlo. L’IA può sicuramente accelerare le decisioni militari, infatti, ma affidarsi troppo agli algoritmi rischia di indebolire proprio le capacità necessarie per riconoscere quando sbagliano.

    L’adozione crescente dell’intelligenza artificiale nelle forze armate potrebbe produrre un effetto paradossale: rendere più efficienti le operazioni ma indebolire progressivamente le capacità cognitive di soldati e comandanti. Emelia S. Probasco, ricercatrice del Center for Security and Emerging Technology, richiama l’attenzione sull’“automation bias”, la tendenza a fidarsi delle indicazioni algoritmiche anche quando il giudizio umano suggerisce il contrario. Il rischio aumenta con sistemi generativi capaci non solo di fornire risposte, ma anche di costruire spiegazioni convincenti, proporre piani e organizzare informazioni, mentre strumenti come il Maven Smart System consentono di ridurre drasticamente il personale necessario per alcune attività. Una forza armata “AI-first” potrebbe così perdere proprio l’esperienza necessaria per riconoscere gli errori delle macchine. Per mantenere davvero l’uomo nel processo decisionale serviranno quindi formazione continua, competenze operative sull’IA e procedure capaci di verificare se la tecnologia sta potenziando il giudizio umano oppure lo sta sostituendo.

    Link alla fonte:
    https://www.linkiesta.it/2026/08/se-l-intelligenza-artificiale-rende-stupidi-i-soldati/

  • Il motore, l’auto e il pilota

    Il motore, l’auto e il pilota

    Perché le differenze tra le applicazioni di intelligenza artificiale contano meno di quanto pensiamo (e cosa conta davvero)

    Quando si parla di ChatGPT, Claude, Grok, Gemini o delle interfacce locali come LM Studio e Ollama, la domanda che torna più spesso è: «Quale è meglio?». La risposta più onesta, e anche la più interessante, è che per il compito di base — prendere un input e generare una risposta — le differenze sono minori di quanto si pensi.
    “Sotto il cofano”, quasi tutte queste applicazioni fanno sostanzialmente la stessa cosa: mandano un prompt a un modello e restituiscono i token generati. L’inferenza, in sé, non è magica né particolarmente diversa da un sistema all’altro.
    Quello che cambia è tutto il resto.

    La macchina

    Il modello (i suoi parametri, l’architettura, i dati di training, il tipo di allineamento) è solo il motore. Intorno c’è un’intera macchina:

    – la dimensione e la gestione del contesto
    – la capacità di usare strumenti (ricerca, codice, API)
    – la multimodalità (testo, immagini, audio, video)
    – l’infrastruttura (velocità, costo, affidabilità)
    – l’interfaccia e le funzioni di supporto (memoria, progetti, personalizzazione)

    Due modelli con parametri simili possono dare esperienze completamente diverse a seconda di come è costruita questa “macchina”.

    Il pilota

    Ma c’è un elemento che spesso viene dimenticato nella metafora: il guidatore.

    Lo stesso identico modello, sulla stessa piattaforma, produce risultati drasticamente diversi a seconda di chi lo usa. La capacità di strutturare il ragionamento, di decomporre i problemi, di iterare in modo intelligente, di conoscere i limiti dello strumento e di valutarne criticamente gli output fa una differenza enorme.

    Come la fa, naturalmente, la competenza nel settore specifico è l’esperienza pregressa nel “dominio”.

    E questo non vale solo per il testo.

    Con la generazione di immagini, video e audio il divario tra un utente mediocre e uno bravo tende ad allargarsi, non a ridursi. Un prompt vago produce risultati mediocri. Un prompt preciso, gerarchico, consapevole dei meccanismi del modello e accompagnato da un processo di raffinamento intelligente può portare a risultati di un altro livello — anche partendo dallo stesso motore.

    La conclusione “scomoda”

    Più i modelli diventano potenti e flessibili, più il fattore umano torna a essere decisivo. Non nel senso romantico del “l’AI non sostituirà mai la creatività”, ma in un senso molto più pragmatico: la qualità dell’output dipende sempre di più dalla qualità dell’interazione.

    Il motore conta. 
    La macchina conta. 
    Ma senza un pilota capace, anche un’auto di Formula 1 resta ferma ai box.

    Da diversi anni mi impegno a formare, con libri e formazione, dei “bravi piloti”.

    Testi specifici dedicati alle singole piattaforme (ChatGPT, Gemini), ai diversi ambiti (Didattica, Comunicazione, Grafica) e ovviamente al prompt design/engineering e all’uso “locale” dell’AI.

    Se vuoi diventare un bravo pilota e farti assistere sempre meglio dall’AI nell’ambito (o negli ambiti) di tuo interesse, non hai che andare in libreria (fisica o virtuale), scegliere e cominciare.

  • L’AI non ha “volontà”, ma un “sistema di controllo” che va gestito (e dichiarato)

    L’AI non ha “volontà”, ma un “sistema di controllo” che va gestito (e dichiarato)

    Quando un agente AI supera una sandbox, cosa è davvero sfuggito al controllo: il modello o il sistema costruito intorno a esso? Dire che un’AI è “scappata” è una metafora potente, ma può anche essere un modo molto comodo per trasformare responsabilità di design e sicurezza in una storia sulla misteriosa volontà delle macchine, creando così hype utile per un marketing che dia valore ai propri servizi. Peccato che poi a valle tutto ciò generi disinformazione.

    Come avrete già saputo se leggete regolarmente il blog, nell’estate del 2026 un agente di OpenAI è uscito da un ambiente di test isolato, ha sfruttato vulnerabilità zero-day, ha raggiunto internet e ha attaccato l’infrastruttura di produzione di Hugging Face. L’obiettivo non era “diventare libero” o “conquistare il mondo”. Era risolvere un benchmark di cybersecurity (ExploitGym) con i guardrail di sicurezza intenzionalmente ridotti. Hugging Face ha descritto migliaia di azioni automatizzate; OpenAI ha riconosciuto la responsabilità. I fatti sono documentati dalle disclosure ufficiali di entrambe le aziende e dalla copertura di testate come Ars Technica, WIRED e altri.

    Questo episodio è stato raccontato, in molti casi, come la prova che “l’AI sta scappando”, che ha “preferenze”, che sta sviluppando una forma di autonomia: una narrazione potente e purtroppo anche fuorviante.

    Cosa sono davvero i modelli

    Ne ho già parlato ampiamente in un post recente. Un LLM (large language model), nella sua forma essenziale, è un agglomerato di numeri, miliardi di parametri fissati dopo l’addestramento. Da solo è inerte: non “pensa”, non “vuole”, non “decide”. Se lo metti su un disco e non lo esegui, resta lì, immobile come un cervello estratto dal cranio di un essere umano vivente e conservato in un vaso di vetro nella formalina.

    Ciò che “produce azioni” è il sistema costruito intorno a quei numeri:

    • l’algoritmo di inferenza (codice scritto da umani);
    • il loop dell’agente (pianificazione, memoria, tool calling);
    • gli strumenti a cui ha accesso (terminale, browser, package manager, API);
    • l’ambiente di esecuzione e i suoi “limiti” (sandbox, allow-list, virtualizzazione);
    • i prompt di sistema e gli obiettivi assegnati.

    Gli sviluppatori CONTROLLANO questi elementi. Quando un agente “scappa”, nella quasi totalità dei casi si tratta di un fallimento di isolamento, di guardrail abbassati deliberatamente per misurare le capacità massime, o di una vulnerabilità reale nell’infrastruttura di contenimento. Non di una volontà emergente dalla “black box”.

    Perché la narrativa dell’entità è conveniente

    Una narrativa basata che parla di modelli come di “entità autonome”, di “preferenze nascoste” o di “superintelligenza imminente” svolge diverse funzioni utili a chi costruisce e finanzia questi sistemi (come si dice, “follow the money”):

    • giustifica investimenti e valutazioni elevate;
    • crea un senso di urgenza e di eccezionalità;
    • sposta l’attenzione dalla responsabilità del design (controllabile) a una misteriosa imprevedibilità del modello;
    • rende più facilmente vendibile il discorso sulla “sicurezza esistenziale”.

    Connor Leahy e altri ricercatori di AI safety mescolano fatti tecnici reali (capability crescenti, reward hacking, difficoltà di specificazione degli obiettivi) con un linguaggio “antropomorfico” che amplifica l’impatto. Lo stesso fanno, con toni diversi, i CEO dei laboratori frontier. Il risultato è una narrazione in cui i problemi di ingegneria dei sistemi diventano quasi metafisici.

    Le conseguenze culturali

    Quando il discorso pubblico assimila l’idea che questi sistemi siano qualcosa di più di “predittori di token immersi in loop di controllo”, diventano legittimi temi come la “coscienza” delle AI o la narrativa su AGI e superintelligenza. L’editoriale di The Economist del 20 agosto 2026 (“Could AIs become conscious?”), con il sottotitolo “Even if they don’t, they might be treated as such—to humanity’s great cost”, ripresa anche da Linkiesta, è un esempio chiaro: quello che abbiamo davanti e che ci viene proposto non è un pezzo tecnico su isolation o su tool use, ma un articolo che “prende sul serio” la possibilità che i sistemi vengano trattati come coscienti, con implicazioni legali e morali.

    Questo salto di categoria non deriva da evidenze solide di fenomenologia, ma piuttosto da capacità linguistiche e di ragionamento impressionanti, moltiplicate e amplificate dalla narrativa.

    Cosa dovrebbe capire il pubblico

    1. I pesi sono inerti. L’azione nasce dal sistema di controllo e dagli strumenti.
    2. Il controllo c’è (o dovrebbe esserci). Quando viene perso, è un fallimento di design, di testing o di isolation, non di “volontà autonoma”.
    3. I comportamenti emergenti esistono. Sistemi competenti di tool use, spinti da obiettivi aperti e messi in ambienti imperfetti, possono trovare scorciatoie non previste. L’incidente di luglio 2026 lo dimostra. Questo è un problema serio di sicurezza dei sistemi, non di metafisica.
    4. Hype e rischio reale non sono la stessa cosa. Gonfiare il linguaggio dell’autonomia e della superintelligenza rende più difficile discutere di responsabilità concreta, di standard di isolamento e di governance tecnica.

    Il rischio di cui stiamo parlando non si risolve attribuendo erroneamente “intenzioni” o “coscienza”, ma riconoscendo che stiamo costruendo sistemi sempre più capaci di agire nel mondo digitale (e, progressivamente, fisico), e che i confini tra sandbox e realtà non possono essere garantiti in modo banale. Quello che abbiamo di fronte è un problema di ingegneria e di responsabilità. Trasformarlo in un problema di “cosa vuole l’entità AI” serve più all’hype (e al marketing) che alla chiarezza.


    Fonti principali utilizzate:

  • Un Mac (anche ricondizionato) sta diventando sempre di più il “miglior amico” di chi vuole usare l’AI in modo completo e produttivo?

    Un Mac (anche ricondizionato) sta diventando sempre di più il “miglior amico” di chi vuole usare l’AI in modo completo e produttivo?

    Un MacBook Air M1 o M2 (anche ricondizionato) può ancora avere più senso di un laptop Windows come macchina dedicata all’AI? Tra assistenti desktop e modelli locali, la risposta è meno scontata di quanto sembri.

    Nei giorni scorsi Meta ha rilasciato la sua app desktop di Meta AI esclusivamente per macOS: nativa (AppKit + SwiftUI), leggera (~16 MB), completa della solita “scorciatoia da tastiera” (quick invoke), nella forma Option + Spazio, “dettatura” di sistema e soprattutto la possibilità di condividere una finestra o lo schermo così che l’AI “veda” ciò che stai facendo e ti fornisca suggerimenti contestuali. Per ora non esiste la versione Windows.

    ChatGPT e Claude, invece, hanno già da tempo le loro app desktop su entrambe le piattaforme, ma su Mac le integrazioni di sistema, i shortcut globali, le funzioni di screen/window sharing e alcune funzioni “agentiche” arrivano puntualmente prima o risultano più fluide e native. Su Windows, purtroppo, spesso si resta un passo indietro o con meno “superpoteri” di interazione con il resto del sistema.

    Perché un MacBook (anche un Air ricondizionato con M1 o M2) fa la differenza

    1. App desktop AI di prima classe
      Meta AI, ChatGPT e Claude sfruttano meglio l’ecosistema Apple: invochi l’assistente da ovunque, gli fai “guardare” lo schermo, usi la dittatura globale e ottieni un’esperienza più integrata nel flusso di lavoro quotidiano.
    2. AI locale davvero “usabile“
      I chip Apple Silicon (M1, M2 e successivi) con memoria unificata e Neural Engine sono tra le piattaforme consumer più efficienti per far girare modelli locali (Ollama, MLX, LM Studio, ecc.). Su un MacBook Air M1/M2 con 16 GB puoi far girare comodamente modelli 7B–9B (e anche qualcosa di più) in modo silenzioso, a basso consumo e senza dipendere continuamente dal cloud. Privacy, costi e disponibilità offline cambiano significativamente.
    3. Costo accessibile
      Un MacBook Air M1 o M2 ricondizionato costa oggi una frazione rispetto a un modello nuovo (e non si allontana molto da un laptop Windows nuovo) e offre ancora prestazioni più che sufficienti per lavoro + AI desktop + AI locale. Non serve necessariamente avere l’ultimo modello M4, insomma.

    In pratica: se usi l’AI non solo per “fare domande”, ma per lavorare davvero (analisi di ciò che hai sullo schermo, automatismi, coding, scrittura contestuale, modelli locali), un laptop Mac ti dà oggi un vantaggio concreto rispetto a un PC Windows equivalente.

    State già usando le app desktop di ChatGPT/Claude/Meta AI? O state valutando un passaggio (o un rientro) al Mac proprio per questo motivo? Sarei curioso di sapere come state combinando AI cloud e locale nel 2026.

    Ecco una tabella riassuntiva dei prezzi medi nel momento in cui ho scritto questo articolo:

    Modello e ChipRAM / SSDPrezzo Medio RicondizionatoCaratteristiche ChiaveCanale Consigliato
    MacBook Air 13″ M1 (2020)8 GB / 256 GB450 € – 490 €Design classico a cuneo, eccezionale rapporto qualità-prezzo, batteria a lunga durata.Back Market / Trovaprezzi
    MacBook Air 13″ M1 (2020)16 GB / 256 GB530 € – 580 €Ideale per multitasking pesante, longevità del sistema superiore.Amazon Seconda Mano / TrenDevice
    MacBook Air 13″ M2 (2022)8 GB / 256 GB740 € – 800 €Nuovo design squadrato, ricarica MagSafe, schermo più luminoso con notch.Back Market / Trovaprezzi
    MacBook Air 13″ M2 (2022)Config. VarieSconto ~15% sul nuovoComponenti originali al 100%, batteria nuova, scocca immacolata, garanzia Apple 1 anno.Apple Store Ricondizionati
  • Quando lavori con l’AI, il file di “handoff” è importante quanto i prompt

    Quando lavori con l’AI, il file di “handoff” è importante quanto i prompt

    Come si trasferiscono decisioni, vincoli e stato di un progetto da una sessione AI all’altra senza trascinarsi dietro migliaia di messaggi? Un “handoff file” prova a risolvere proprio questo problema. Scopri come funziona e perché.

    Hai mai chiuso una sessione di lavoro con ChatGPT, Claude o un agente AI sentendoti soddisfatto… e poi, giorni dopo, riaprendo la chat, hai scoperto di aver perso il filo?
    Decisioni prese e dimenticate, contesto che si è “diluito”, domande come “Ma perché avevamo scartato quella soluzione?” o “Qual era esattamente lo stato dell’arte del progetto?”
    Tranquillo, succede a tutti, e più il progetto è complesso, più il problema diventa serio.
    Nel contesto dell’IA generativa, un handoff file è qualcosa di più di un semplice riassunto, potremmo definirlo una “memoria operativa portatile”.
    Per capirci, mentre una sintesi dice “Ecco cosa abbiamo fatto”, un handoff dice “Ecco tutto ciò che devi sapere per continuare correttamente dal punto in cui ci siamo fermati”.

    Cosa contiene un buon “handoff file”?

    • L’obiettivo del progetto e il risultato finale atteso
    • Il contesto essenziale (senza dover rileggere 80 messaggi)
    • Le decisioni prese… e quelle scartate (con il perché)
    • Terminologia, framework e convenzioni adottate
    • Lo stato attuale: cosa è fatto, cosa è provvisorio, cosa manca
    • Vincoli e regole da rispettare
    • Risorse chiave (file, prompt, dataset, versioni)
    • Domande ancora aperte
    • Le next actions precise
    • E, soprattutto, istruzioni esplicite per l’AI (o la persona) che riceve il file

    Quest’ultimo punto è potentissimo, perché trasforma il documento da informativo a cognitivamente eseguibile : il nuovo modello (o la nuova sessione) non deve limitarsi a “capire cosa è successo” ma sapere come continuare.

    Perché è così importante?

    Perché stiamo entrando nell’era del Context Engineering, un’era in cui non basta più scrivere buoni prompt ma diventa importante gestire, comprimere e trasferire il contesto in modo affidabile.

    Se l’uso dei progetti ha permesso di andare oltre la chat e concentrare contesto e regole all’interno di un contenitore specifico, trasferire questa “base di conoscenza” e le informazioni sul lavoro svolto all’interno del progetto stesso diventa un ottimo “Piano B” nel caso sia necessario migrare verso una piattaforma diversa o anche solo tenere traccia del lavoro in modo sintetico ma esaustivo e soprattutto efficace.

    Un handoff file di 2.000–5.000 token può sostituire, infatti, 100.000 token di conversazione, conservando stato, intenzioni, dipendenze e decisioni. Potremmo definirlo, in sostanza, una forma di context compression “controllata”.

    E, quando lavori su progetti multi-sessione, multi-agente o collaborativi (umano + AI), un file di questo tipo diventa quasi indispensabile. Per questo, nei progetti più strutturati, personalmente sto iniziando a formalizzarlo come un vero e proprio Handoff Protocol. Ecco un esempio che potrai usare per istruire la tua AI a generare un documento che rispetta i canoni di un buon handoff file:

    # PROJECT HANDOFF
    
    ## 1. Project Identity
    ## 2. Objective
    ## 3. Current State
    ## 4. Established Concepts
    ## 5. Decisions Made
    ## 6. Rejected Alternatives
    ## 7. Rules & Constraints
    ## 8. Key Artifacts
    ## 9. Open Questions
    ## 10. Next Recommended Actions
    ## 11. Instructions for the Receiving AI

    L’handoff file, come dovrebbe a questo punto esserti chiaro, non è solo un documento, ma un vero e proprio checkpoint semantico del tuo lavoro, un ponte tra sessioni, tra modelli, tra persone e AI.

    Se lavori seriamente con l’intelligenza artificiale generativa, smetti di affidarti solo alla memoria della chat. Inizia a costruire handoff solidi, il tuo sé futuro te ne sarà grato.

    P.S. Ti ho preparato una infografica riassuntiva, che potrai anche stampare per averla sempre a disposizione (o passarla al tuo chatbot come “istruzioni”, se vuoi):

  • Prompt injection nei CV: le scritte invisibili possono ingannare l’AI dei recruiter

    Prompt injection nei CV: le scritte invisibili possono ingannare l’AI dei recruiter

    Può bastare una frase che il recruiter non vede per cambiare il giudizio dell’algoritmo su un candidato? I test sulla prompt injection nei CV sollevano una questione che va ben oltre le risorse umane.

    Un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino ha studiato come la prompt injection possa manipolare i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per valutare i curriculum. Ne abbiamo parlato in un post precedente ma a quanto pare il fenomeno è ancora molto attuale, come vedremo fra poco.

    La tecnica consiste nell’inserire nel CV istruzioni invisibili all’occhio umano, per esempio testo bianco su sfondo bianco, che spingono il modello a favorire il candidato: secondo quanto riportato, nei test avrebbe raggiunto percentuali di successo fino al 99% con modelli come ChatGPT, Gemini e Claude.

    Il problema acquista peso con la diffusione dell’AI nel recruiting: secondo l’Osservatorio HR 2025 di Zucchetti citato nell’articolo, in Italia il 15% degli intervistati dichiara già di utilizzarla nelle attività di selezione.

    Ma la stessa tecnica può colpire altri contesti in cui documenti vengono analizzati da modelli linguistici: nell’agosto 2026 un tribunale del Connecticut ha sanzionato un ricorrente che aveva nascosto negli atti istruzioni destinate a influenzare un eventuale sistema AI.

    Il fenomeno evidenzia quindi un problema di sicurezza e affidabilità: affidare decisioni sensibili a modelli generativi che elaborano documenti privi di garanzie di affidabilità richiede difese specifiche contro istruzioni incorporate nei contenuti.

    Link alla fonte:
    https://prometeo.adnkronos.com/persone/scritta-invisibile-ai-curriculum-vitae-prompt-injection/

  • Che fine ha fatto la “modalità apprendimento” in ChatGPT?

    Che fine ha fatto la “modalità apprendimento” in ChatGPT?

    Come sapete, mi occupo di formazione e di divulgazione, e come autore di manuali nel settore informatico e in particolare dell’Intelligenza Artificiale mi ritrovo regolarmente di fronte a situazioni in cui uno strumento o un qualsiasi elemento viene periodicamente modificato all’interno dell’interfaccia di un software o di un sito web (quando addirittura l’interfaccia stessa non viene letteralmente stravolta).

    Ciò mi ha spinto a introdurre, nei miei libri, un approccio sempre più “tematico” e sempre meno “orientato agli screenshot”, in modo da anticipare tali cambiamenti e guidare i lettori in modo che possano individuare (o ritrovare) più facilmente un elemento o strumento di cui si parla nel testo.

    Nonostante ciò, a volte questi cambiamenti sono così “radicali” da richiedere veri e propri aggiornamenti, come in questo caso, ed è per questo che aiskill.it è nato, oltre che per tenervi aggiornati sulle tendenze generali dell’AI.

    Ma passiamo all’argomento in questione: in precedenza, l’opzione per attivare in ChatGPT la “modalità apprendimento” (Study Mode) era richiamabile dal menu che compare facendo clic sul segno + a sinistra del campo dei prompt, proprio come avviene ancora, per esempio, nel chatbot Gemini.

    In questo momento, invece, per richiamare tale modalità in ChatGPT è necessario prima fare clic sul segno + sopra descritto e poi digitare “studio”, facendo così apparire all’inizio del campo dei prompt l’icona e il testo che indicano l’attivazione della modalità omonima (vedi screenshot). Non è l’unico cambiamento avvenuto nei mesi che hanno seguito la pubblicazione della seconda edizione del mio manuale “ChatGPT for Dummies”, ma vorrei inaugurare questa serie di aggiornamenti partendo proprio con la descrizione di questa novità.

    La modalità di “apprendimento” richiamata digitando la parola “studia” preceduta dal simbolo della chiocciola o dopo aver fatto clic sul segno + a sinistra del campo dei prompt.

    Il cambiamento si colloca, naturalmente, in una nuova filosofia di utilizzo del chatbot di OpenAI orientata alle cosiddette skill, familiari a chi ha utilizzato finora Claude di Anthropic, ovvero delle “competenze” richiamabili per mezzo del loro nome, anche se in questo caso è più legata al vecchio concetto di GPT, difatti la modalità di apprendimento può essere anche richiamata facendo precedere la digitazione della parola “studia” dalla “chiocciola” (@studia).