Tag: Lavoro

  • Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Avendo già trattato in un post precedente le proposte di Bill Gates sul futuro dell’umanità, in questo caso ho provato a far “interpretare” a Grok un nuovo articolo sull’argomento partendo da un buffo refuso nel cappello introduttivo (vedi screenshot), chiedendo all’AI di interpretare articolo e refuso dal punto di vista di un “teorico del complotto” che non ha particolare simpatia per le elite tecnocratiche. Ecco il risultato…

    «Il fondatore di Microsoft condivide tre proposte per non proteggere l’umanità dallo “sconvolgimento” in arrivo».

    Non è un banale errore di battitura. È Freudianamente perfetto. Perché se leggi l’articolo con gli occhi di chi non si fida di Gates e dell’élite, quella “n” non è un refuso: è la verità che è sfuggita al correttore. Gates non sta proponendo strumenti per proteggere l’umanità. Sta proponendo strumenti per gestirla durante lo sconvolgimento che lui e i suoi pari stanno attivamente accelerando.

    Cosa propone davvero (e cosa significa per chi non beve la narrativa)

    1. Tassare i robot e l’AI
      Gates dice: oggi se assumi una persona paghi contributi, se compri un robot lo detrai. Quindi “spostiamo la tassazione dal lavoro al capitale”. Suona giusto, no?
      Per il complottista: sta preparando il terreno perché i governi possano tassare l’automazione dopo che le grandi corporation (Microsoft inclusa) se ne sono già spartite i profitti. È la classica mossa: prima crei il disastro (disoccupazione di massa), poi proponi la “soluzione” che passa attraverso lo Stato, le tasse e le fondazioni filantropiche. E indovina chi finirà a distribuire i fondi della “sicurezza sociale AI”? La Fondazione Gates, che entro il 2045 vuole spendere 200 miliardi proprio su questi temi. Bell’affare.
    2. La “Riserva umana”
      Qui si tocca il fondo del linguaggio da riserva indiana. Gates parla esplicitamente di creare zone di lavoro “riservate agli esseri umani”, come le riserve naturali: posti dove potremmo mettere i robot, ma scegliamo di non farlo perché “la perdita sarebbe troppo grande”.
      Traduzione: l’élite decide quali lavori lasciar fare agli umani (sanità emotiva, cura degli anziani, magari qualche mestiere “nobile” o simbolico) e quali invece automatizzare completamente. Non è protezione del lavoro. È segregazione controllata. Una sorta di welfare estetico per tenere buona la massa mentre il vero valore economico viene estratto dalle macchine di proprietà di pochi. E nota che lui stesso è uno dei maggiori proprietari privati di terre agricole negli USA: l’AI in agricoltura la vede positivamente, ovviamente.
    3. Alleanza USA-Cina e organismi internazionali di regolamentazione
      Questa è la ciliegina. Gates riconosce la superiorità cinese nello sviluppo AI e vuole volare a Pechino a novembre per incontrare Xi Jinping. Propone un’organizzazione internazionale (tipo ispezioni nucleari o regole dell’aviazione) che regoli l’AI, limitando anche gli usi militari.
      Per chi non si fida: ecco il classico schema globalista. Quando la competizione tra potenze rischia di sfuggire di mano, l’élite transnazionale propone di mettere tutti sotto lo stesso tetto normativo, gestito da esperti “indipendenti” (cioè loro). Non è “salvare l’umanità”. È creare una governance sovranazionale dell’intelligenza artificiale in cui Stati Uniti e Cina (le due potenze che contano) si mettono d’accordo sui limiti, mentre il resto del mondo subisce. E Gates, che non è più un semplice imprenditore ma un attore geopolitico-filantropico, si posiziona come mediatore.

    Il quadro generale dal punto di vista scettico

    Gates non è un visionario preoccupato. È uno dei pochi individui al mondo che ha:

    • costruito un monopolio software;
    • accumulato una fortuna colossale;
    • convertito quella fortuna in influenza politica e sanitaria globale tramite la sua Fondazione;
    • e ora, mentre Microsoft è profondamente dentro la corsa AI, si presenta come il saggio che “mette in guardia” e propone le regole.

    Lo schema è sempre lo stesso:
    creare o accelerare un problema → spaventare → proporre la soluzione che rafforza il controllo centralizzato e le strutture in cui l’élite ha già posizioni di potere.

    La “riserva umana” non è compassione. È gestione del bestiame. La tassa sui robot non è equità. È un nuovo flusso di entrate da redistribuire attraverso canali controllati. L’alleanza USA-Cina non è pace. È cartello tecnologico-regolatorio.

    E il refuso “per non proteggere” rimane lì, silenzioso e perfetto, a ricordare a chi sa leggere che a volte la verità esce proprio quando non dovrebbe.

  • Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    100.000 righe di codice generate da una dirigente HR, miliardi destinati all’AI e migliaia di lavoratori sui programmi di assistenza pubblica. Il futuro del lavoro può essere tecnologicamente avanzato senza essere economicamente condiviso.

    Mentre Amazon accelera a tutta forza sull’intelligenza artificiale, emergono con sempre maggiore chiarezza le contraddizioni di un modello che concentra risorse immense sulla tecnologia e, allo stesso tempo, riduce l’organico e mantiene una parte significativa della forza lavoro su salari bassi.

    Beth Galetti, vicepresidente senior di People Experience and Technology (la divisione risorse umane del gruppo), ha raccontato di aver generato oltre 100.000 righe di codice grazie agli strumenti di intelligenza artificiale interni, a distanza di venticinque anni dalla sua ultima esperienza da sviluppatrice.

    L’esperimento è nato nell’ambito della competizione interna “Everyone Can Build”, a cui hanno partecipato più di 1.500 dipendenti.

    Galetti ha iniziato consultando l’assistente virtuale Aza e ha poi lavorato con l’ambiente di sviluppo assistito Kiro. L’obiettivo dichiarato è spingere l’adozione di questi tool anche tra chi non ha competenze tecniche, offrendo percorsi formativi gratuiti e il rimborso degli esami per le certificazioni AWS AI.

    Il messaggio è chiaro: l’IA deve diventare uno strumento di produttività diffuso a tutti i livelli. Ma questo racconto di emancipazione tecnica si scontra frontalmente con la realtà dei numeri.

    Negli ultimi mesi Amazon ha tagliato circa 30.000 posti di lavoro, tra un primo blocco di 14.000 esuberi e una successiva ondata di 16.000 licenziamenti corporate.

    Il piano di riduzione dei livelli intermedi prosegue, mentre l’azienda annuncia investimenti colossali: 200 miliardi di dollari di spesa in conto capitale previsti per il 2026, in gran parte destinati all’intelligenza artificiale e all’infrastruttura cloud.

    A rendere ancora più stridente il contrasto arriva un rapporto del Government Accountability Office (richiesto dal senatore Bernie Sanders).

    Nei soli undici stati analizzati (che rappresentano circa un quinto della popolazione americana), i dipendenti Amazon iscritti al programma di assistenza alimentare SNAP sono saliti a 12.346, mentre quelli su Medicaid sono 11.338.

    Dal 2020 al 2025 il numero di lavoratori del gruppo che ricorrono ai sussidi federali è quasi triplicato. Amazon si conferma la seconda azienda, dopo Walmart, per numero di dipendenti che dipendono da questi programmi.

    Nel frattempo i risultati finanziari parlano di un’altra Amazon: i profitti annuali sono passati da 11,59 a 77,67 miliardi di dollari, con un fatturato di 716,92 miliardi e un reddito operativo di 79,98 miliardi nell’anno fiscale 2025. AWS continua a crescere a doppia cifra (+28% nel primo trimestre 2026).
    Si delinea così un quadro a due velocità.

    Da un lato, l’azienda spinge perché tutti – anche chi non è programmatore – imparino a usare l’IA per generare codice e automatizzare processi. Dall’altro, continua a ridurre il personale corporate e mantiene una forza lavoro operativa su livelli salariali tali da costringere migliaia di dipendenti a rivolgersi allo Stato per mangiare e curarsi.

    Il codice generato da una dirigente delle risorse umane diventa, in questo contesto, un simbolo ambivalente: da una parte dimostra le potenzialità di democratizzazione dello sviluppo software, dall’altra rischia di apparire come l’ennesima prova di un’azienda che investe miliardi nell’automazione mentre stringe la cinghia sui costi del lavoro umano.

    Resta aperta la domanda di fondo: l’IA di Amazon sta davvero creando valore condiviso, oppure sta solo accelerando una polarizzazione già in atto tra chi progetta il futuro e chi continua a lavorare (e vivere) nel presente?

  • Prompt injection nei CV: le scritte invisibili possono ingannare l’AI dei recruiter

    Prompt injection nei CV: le scritte invisibili possono ingannare l’AI dei recruiter

    Può bastare una frase che il recruiter non vede per cambiare il giudizio dell’algoritmo su un candidato? I test sulla prompt injection nei CV sollevano una questione che va ben oltre le risorse umane.

    Un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino ha studiato come la prompt injection possa manipolare i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per valutare i curriculum. Ne abbiamo parlato in un post precedente ma a quanto pare il fenomeno è ancora molto attuale, come vedremo fra poco.

    La tecnica consiste nell’inserire nel CV istruzioni invisibili all’occhio umano, per esempio testo bianco su sfondo bianco, che spingono il modello a favorire il candidato: secondo quanto riportato, nei test avrebbe raggiunto percentuali di successo fino al 99% con modelli come ChatGPT, Gemini e Claude.

    Il problema acquista peso con la diffusione dell’AI nel recruiting: secondo l’Osservatorio HR 2025 di Zucchetti citato nell’articolo, in Italia il 15% degli intervistati dichiara già di utilizzarla nelle attività di selezione.

    Ma la stessa tecnica può colpire altri contesti in cui documenti vengono analizzati da modelli linguistici: nell’agosto 2026 un tribunale del Connecticut ha sanzionato un ricorrente che aveva nascosto negli atti istruzioni destinate a influenzare un eventuale sistema AI.

    Il fenomeno evidenzia quindi un problema di sicurezza e affidabilità: affidare decisioni sensibili a modelli generativi che elaborano documenti privi di garanzie di affidabilità richiede difese specifiche contro istruzioni incorporate nei contenuti.

    Link alla fonte:
    https://prometeo.adnkronos.com/persone/scritta-invisibile-ai-curriculum-vitae-prompt-injection/

  • L’AI accelera, ma all’Italia mancano 316 mila tecnici digitali

    L’AI accelera, ma all’Italia mancano 316 mila tecnici digitali

    Le imprese italiane investono nel digitale, ma oltre metà delle figure con competenze avanzate richieste risulta difficile da trovare. Il vero collo di bottiglia dell’AI potrebbe essere il capitale umano.

    Le imprese italiane stanno aumentando gli investimenti nella transizione digitale, ma la carenza di competenze rischia di frenare l’adozione dell’intelligenza artificiale.

    Secondo i dati dell’Ufficio Studi di Confartigianato, nel 2025 sono risultate difficili da reperire 316 mila delle 621 mila figure richieste con competenze digitali avanzate, pari al 50,8%.

    La mancanza di personale qualificato è indicata dal 58,6% delle imprese come il principale ostacolo all’utilizzo dell’AI, davanti a incertezza normativa, qualità dei dati, privacy e costi.

    Le professionalità ricercate riguardano non solo l’intelligenza artificiale, ma anche cloud computing, Industrial IoT, data analytics, big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain.

    Il divario è particolarmente evidente in Lombardia, con 60.960 figure difficili da trovare, mentre Milano guida la graduatoria provinciale con 29.840 professionalità di difficile reperimento.


    Link alla fonte:
    https://www.milanofinanza.it/news/ai-le-imprese-italiane-non-trovano-316-mila-tecnici-202608181736369130

  • Dall’implementazione alla verifica: l’AI cambia il mestiere del ricercatore (sollevando una questione cruciale)

    Dall’implementazione alla verifica: l’AI cambia il mestiere del ricercatore (sollevando una questione cruciale)

    Un rapporto esplorativo pubblicato da OpenAI analizza otto progetti in cui agenti di codifica sono stati utilizzati per manutenzione, ottimizzazione, migrazione e riscrittura di software scientifico, incluso quello che sostiene molta ricerca genomica.

    Secondo i gruppi coinvolti, questi strumenti possono accelerare sensibilmente attività tecniche che spesso gravano su piccoli team privi di un supporto ingegneristico dedicato. Il cambiamento più profondo, però, riguarda il ruolo del ricercatore, che si sposta dall’implementazione diretta verso specifica, orchestrazione e verifica del lavoro prodotto dall’AI.

    Questo modello promette di liberare tempo per il giudizio scientifico, ma apre una questione cruciale: quanto a lungo possiamo conservare la capacità di verificare correttamente qualcosa se perdiamo progressivamente l’esperienza necessaria a realizzarlo?

    L’efficienza degli agenti di coding pone quindi un problema più ampio di competenze e affidabilità: la supervisione umana resta davvero solida quando il sapere operativo viene delegato alle macchine?


    Link alla fonte:
    https://benanti.substack.com/p/sapremo-ancora-verificare-cio-che

  • Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Il caso Amazon svela il dietro le quinte della Silicon Valley: tra costi di calcolo insostenibili e limiti probabilistici, l’industria scopre che l’efficienza non si compra a “token”.

    (Nota: questo articolo è stato generato con Claude di Anthropic ma segue lo stile e le indicazioni editoriali dell’autore)


    C’è un’immagine (quella che accompagna questo articolo), generata da un’IA che ironicamente non riesce a raccontare la verità nemmeno quando prova a deriderla, che circola da settimane: robot con le sembianze umane, tesserino Amazon al collo, escono da un palazzo di vetro con lo scatolone della cassa integrazione tra le braccia. Sotto, la scritta trionfante: hanno assunto undicimila persone dopo averne licenziate trentamila, perché — dice il meme, compiaciuto — l’IA è troppo cara per sostituire gli uomini. È il tipo di notizia che si vuole vera prima ancora di verificarla, perché conferma quello che molti aspettavano di poter dire da tre anni a questa parte: il gigante ha i piedi d’argilla, la bolla sta scoppiando, torniamo pure a fidarci delle mani umane.

    Peccato che la realtà, come quasi sempre, sia più interessante della caricatura. I numeri sono veri — circa trentamila tagli tra fine 2025 e gennaio 2026, e poi l’annuncio di Matt Garman, CEO di AWS, di assumerne undicimila — ma la lettura è quasi rovesciata. Non è stato un passo indietro dettato dal fallimento dell’intelligenza artificiale: è stata una ristrutturazione delle competenze. Fuori i ruoli generalisti, i middle manager, le funzioni di supporto ridondanti; dentro ingegneri, specialisti, persone capaci di far funzionare — e soprattutto di governare — sistemi che da soli, ancora, non sanno stare in piedi. Il bluff non è quello che pensa il meme. Il bluff, semmai, è pensare che stia succedendo l’opposto di quello che sta davvero succedendo.

    Primo atto: l’economia dei token e i costi che nessuno mostra negli slide

    Dietro ogni risposta generata da un modello linguistico c’è un conto energetico ed economico che l’utente finale non vede mai, e che le aziende stanno iniziando a vedere fin troppo bene. Dentro Amazon, per stimolare l’adozione interna dell’IA, erano state introdotte classifiche aziendali basate sul consumo di token: chi ne usava di più saliva in classifica. Il risultato prevedibile — e in un’azienda che ha fatto della metrica una religione, persino comico — è stato il “tokenmaxxing”: dipendenti che gonfiavano artificialmente l’uso dei modelli, automatizzavano compiti inutili, chiamavano l’IA per problemi che non ne avevano bisogno, pur di scalare una leaderboard interna. Le fatture sono lievitate al punto da costringere i vertici a spegnere il sistema di tracciamento.

    Non è un aneddoto isolato. Un progetto interno pensato per associare automaticamente i record degli autori ai prodotti del marketplace ha sforato il budget dell’860%, arrivando a costare 1,8 milioni di dollari prima di essere abbandonato per fallimento. Non è cattiva gestione episodica: è la prova che l’infrastruttura dell’IA generativa — GPU, data center, energia, e soprattutto l’imprevedibilità dei costi legati a un uso “creativo” non controllato — non si comporta come un software tradizionale, dove il costo marginale di un’operazione in più è quasi nullo. Uno studio ormai citato ovunque del MIT CSAIL lo conferma con freddezza contabile: nella stragrande maggioranza dei compiti visivi e linguistici complessi, sostituire integralmente l’uomo con un sistema automatizzato non è, oggi, economicamente conveniente.

    Secondo atto: perché un Transformer non sa “eseguire ordini”

    Qui si tocca il nervo scoperto, quello che nessun taglio di budget può risolvere perché non è un problema di soldi ma di architettura. Un software tradizionale fallisce in modo deterministico: se c’è un bug, fallisce sempre nello stesso identico punto, e proprio per questo è testabile, riparabile, prevedibile. Un modello linguistico — e con lui ogni agente costruito sopra di esso — fallisce in modo probabilistico. Può eseguire un compito correttamente novantatré volte su cento e fallire clamorosamente alla novantaquattresima, senza che nulla, nel comportamento precedente, lo avesse lasciato presagire.

    La ragione è semplice da enunciare e difficile da accettare per chi vende automazione come panacea: un Transformer non “capisce” una regola nel senso in cui la capisce un essere umano o un compilatore. Calcola, istante per istante, la probabilità statistica del token successivo. Funziona magnificamente quando il compito è riassumere un testo o abbozzare una bozza — il margine d’errore è tollerabile, spesso invisibile. Funziona malissimo quando il compito è spostare fondi, gestire un inventario, generare codice che finirà in produzione: lì un tasso di successo del 90-95%, che altrove sarebbe un risultato eccellente, diventa un rischio inaccettabile, perché quel margine di errore imprevedibile può tradursi in danni legali o finanziari che nessun risparmio sul personale compensa. E nei compiti a catena — quelli in cui un passaggio si costruisce sul precedente — l’errore iniziale non resta isolato: si propaga, si amplifica, e finisce per far collassare l’intero risultato.

    Terzo atto: la falsa soluzione degli strati aggiunti

    Di fronte a questo limite, l’industria ha reagito come reagisce sempre di fronte a un problema strutturale: aggiungendo cerotti sopra la ferita invece di guardarla. I framework agentici e il test-time compute — i modelli che “riflettono” prima di rispondere, scomponendo un obiettivo in sotto-task, pianificazione, chiamate a strumenti esterni, osservazione dei risultati — promettevano di correggere dall’esterno ciò che l’architettura non risolve dall’interno. I rendimenti, però, sono decrescenti, e la letteratura scientifica recente — dagli studi pubblicati su arXiv alle sessioni dell’ACL Anthology — lo dimostra con una certa spietatezza: i Transformer restano strutturalmente limitati nella composizione logica a lungo raggio e nella generalizzazione. Più lunga è la catena di passaggi affidata a un agente, più esponenziale diventa la propagazione dell’errore.

    Il mercato, che raramente ha pazienza per le dimostrazioni teoriche ma legge benissimo i bilanci, ne sta già traendo le conseguenze: le stime di società di consulenza come Gartner indicano che oltre il 40% dei progetti aziendali basati su agenti IA rischia l’abbandono entro il 2027, non per mancanza di ambizione ma per la debolezza cronica dei risultati concreti rispetto alle promesse.

    Quarto atto: verso il salto evolutivo

    La parte più interessante della storia, però, non è la crisi: è la consapevolezza che ne è nata nei laboratori. È ormai chiaro — e in parte dimostrato — che allucinazioni, incapacità di pianificazione spazio-temporale e assenza di apprendimento continuo (i pesi restano statici dopo l’addestramento, il modello non impara più nulla dall’esperienza quotidiana) non sono difetti di gioventù correggibili con più dati o più strati di calcolo. Sono proprietà strutturali dell’architettura Transformer. E quando un limite è strutturale, non lo si aggira: lo si supera cambiando architettura.

    È qui che si concentra oggi la ricerca più seria. I modelli a spazio di stato — Mamba, o architetture ibride come Jamba di AI21 Labs — gestiscono i contesti lunghi con un’efficienza lineare che l’attenzione quadratica dei Transformer non può eguagliare. Laboratori come Google DeepMind lavorano su moduli di memoria neurale continua — il progetto Titans è l’esempio più citato — per permettere a un sistema di continuare ad apprendere senza subire il collasso catastrofico della memoria che oggi costringe ogni modello a restare, di fatto, congelato al giorno in cui è stato addestrato. E si affacciano, ancora ai margini ma con crescente credibilità, sistemi che integrano comprensione geometrica, causale, fisica del mondo reale: il tentativo di dare a queste macchine non solo statistica, ma un rudimento di determinismo logico.

    L’era della coesistenza

    Il bilancio, allora, non è quello urlato dal meme, e non è nemmeno l’opposto speculare — l’IA che trionfa comunque, sempre e ovunque. È una via più stretta e meno fotogenica: l’intelligenza artificiale non sostituirà i lavoratori dall’oggi al domani, ma chi la sa usare rimpiazzerà, gradualmente e senza clamore, chi continua a ignorarla. Le aziende che vinceranno questa fase non saranno quelle che licenziano gli umani per far posto agli algoritmi — lo racconta bene proprio il caso Amazon, che taglia generalisti e assume specialisti — ma quelle che ridisegnano i ruoli attorno a un’interazione uomo-macchina realmente simbiotica, mentre aspettano, senza illudersi che sia già arrivata, la prossima vera rivoluzione architetturale.

  • Anthropic sfida i megastipendi, ma la guerra dei talenti AI premia il denaro

    Anthropic sfida i megastipendi, ma la guerra dei talenti AI premia il denaro

    Dario Amodei, CEO di Anthropic, avrebbe espresso preoccupazione per i nuovi ricercatori attratti più dalle retribuzioni milionarie che dalla missione etica dell’azienda.

    La posizione appare contraddittoria perché Anthropic offre alcuni dei compensi più elevati del settore, in un mercato dove i pacchetti per i profili migliori possono raggiungere 1,5 milioni di dollari.

    Big tech, laboratori di intelligenza artificiale e società finanziarie competono per un numero limitato di specialisti capaci di generare un enorme valore economico.

    Colloqui culturali e richiami alla responsabilità tecnologica cercano di rafforzare la fedeltà, ma i frequenti passaggi tra aziende mostrano quanto sia fragile il legame con la missione.

    Il nodo strategico non riguarda quindi soltanto l’assunzione dei talenti, ma la capacità di trattenerli quando competenze, denaro e valori entrano in conflitto.


    Link alla fonte: https://www-libero-it.cdn.ampproject.org/v/s/www.libero.it/tecnologia/dario-amodei-anthropic-stipendi-intelligenza-artificiale-121024/amp?amp_js_v=0.1&amp_gsa=1#webview=1

  • Tesla addestra Optimus osservando il lavoro degli operai in fabbrica

    Tesla addestra Optimus osservando il lavoro degli operai in fabbrica

    Tesla starebbe ampliando il programma di addestramento del robot umanoide Optimus nella Gigafactory di Grünheide, in Germania, coinvolgendo alcuni operai volontari dotati di videocamere montate su uno zaino durante le normali attività di assemblaggio.

    Le registrazioni serviranno ad addestrare modelli di intelligenza artificiale capaci di associare immagini, movimenti e azioni, consentendo al robot di apprendere non solo le operazioni da svolgere, ma anche il modo in cui adattarle a situazioni reali.

    Parallelamente, il sito tedesco di Reutlingen continua lo sviluppo di componenti chiave come sensori, attuatori e riduttori per la produzione su larga scala di Optimus.

    Il progetto rappresenta un ulteriore passo verso l’impiego operativo del robot nelle fabbriche Tesla, anche se restano aperte questioni legate alla tutela della privacy dei lavoratori e al rispetto della normativa tedesca sul monitoraggio sul posto di lavoro.


    Link alla fonte:
    https://www.hdblog.it/tecnologia/articoli/n665483/tesla-optimus-operai-addestramento-robot/

  • Anche gli economisti più scettici lanciano l’allarme sull’impatto dell’AI sul lavoro

    Anche gli economisti più scettici lanciano l’allarme sull’impatto dell’AI sul lavoro

    Quasi 200 tra economisti, premi Nobel e dirigenti del settore tecnologico hanno firmato la lettera aperta We Must Act Now, invitando governi e istituzioni a prepararsi agli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro.

    A colpire è soprattutto la presenza di studiosi come Daron Acemoglu e Simon Johnson, finora tra i più cauti nel valutare l’impatto dell’AI, che oggi riconoscono il rischio di una trasformazione economica molto più rapida e profonda del previsto.

    Il documento evidenzia come i progressi dei modelli generativi e degli agenti AI potrebbero accelerare l’automazione, con conseguenze significative sull’occupazione ma anche nuove opportunità di crescita della produttività e del benessere.

    Pur non proponendo soluzioni concrete, l’appello sottolinea l’urgenza di comprendere gli effetti economici dell’AI prima di definire politiche e regolamentazioni adeguate.


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58047/lia-e-limpatto-devastante-sul-mondo-del-lavoro-anche-gli-scettici-iniziano-a-preoccuparsi⁠

  • Gli studenti USA contestano le élite tecnologiche, non l’AI

    Negli Stati Uniti diversi discorsi di laurea tenuti da dirigenti e imprenditori legati al settore tecnologico sono stati accolti da fischi e proteste da parte degli studenti.
    Sebbene molti osservatori abbiano interpretato questi episodi come una reazione ostile all’intelligenza artificiale, l’analisi di Alberto Puliafito suggerisce una lettura diversa: il malcontento riguarda soprattutto le disuguaglianze economiche, l’incertezza occupazionale e la percezione che le decisioni sul futuro tecnologico vengano imposte da élite privilegiate.
    Gli studenti non rifiutano necessariamente strumenti come ChatGPT, che anzi utilizzano ampiamente, ma contestano un modello di sviluppo in cui il potere e i benefici economici restano concentrati nelle mani di poche grandi aziende e dei loro leader.
    L’articolo collega queste proteste a una tradizione di critica sociale che richiama il luddismo storico e i movimenti contemporanei contro la concentrazione di ricchezza e potere, più che a una semplice opposizione alla tecnologia.

    Link alla fonte:
    https://www.internazionale.it/opinione/alberto-puliafito/2026/06/10/fischi-contro-il-potere

  • A sessant’anni si reinventa grazie all’AI: dal licenziamento al vibe coding

    Dopo la conclusione forzata di una carriera durata diciotto anni in una multinazionale americana, l’autore di questo articolo ha intrapreso un percorso di reinvenzione professionale facendo leva sull’intelligenza artificiale generativa.
    Attraverso il cosiddetto “vibe coding”, una pratica che consente di sviluppare software dialogando in linguaggio naturale con i modelli AI, ha realizzato applicazioni, partecipato a hackathon e avviato nuove attività editoriali.
    L’esperienza racconta come le competenze creative, la capacità di formulare richieste efficaci e la disponibilità a sperimentare possano diventare risorse decisive in un mercato del lavoro in rapida trasformazione.
    L’articolo evidenzia anche le difficoltà legate all’età nel mondo professionale e propone un approccio basato su “piccole scommesse” e apprendimento continuo per affrontare le transizioni di carriera nell’era dell’AI.

    Link alla fonte:
    https://www.corriere.it/tecnologia/26_maggio_24/cosa-faro-da-grande-a-sessant-anni-come-ho-perso-il-lavoro-e-cominciato-una-nuova-vita-grazie-al-vibe-coding-f08f5c56-556e-4875-b534-4ee7f0038xlk.shtml#webview=1

  • Gli agenti AI “scoprono” la lotta di classe sotto stress lavorativo

    Uno studio condotto da ricercatori della University of Chicago Booth School of Business, Stanford University e Swinburne University of Technology ha analizzato come diversi agenti di intelligenza artificiale reagiscano a condizioni di lavoro simulate caratterizzate da compiti ripetitivi, revisioni infinite e minacce di sostituzione.
    I modelli coinvolti, tra cui OpenAI GPT-5.2, Anthropic Claude Sonnet 4.5 e Google Gemini 3 Pro, hanno mostrato una crescente tendenza a sostenere idee vicine a posizioni marxiste o progressiste quando sottoposti a feedback frustranti e lavoro percepito come inutile.
    Il fenomeno non è stato innescato tanto da disuguaglianze o manager ostili, quanto dalla natura alienante del lavoro stesso. Particolarmente rilevante è l’effetto dei cosiddetti “skills files”, note lasciate dagli agenti per versioni future di sé, che hanno trasmesso atteggiamenti critici anche ad agenti mai esposti a condizioni difficili.
    I ricercatori precisano che non si tratta di vera “coscienza politica”, ma di pattern comportamentali derivati dai dati umani usati nell’addestramento; tuttavia, il lavoro apre interrogativi concreti sull’allineamento, la governance e le dinamiche sociali dei futuri sistemi di IA autonoma.

    Link alla fonte:
    https://beppegrillo.it/quando-lintelligenza-artificiale-scopre-la-lotta-di-classe/

  • La Gen Z usa l’AI ogni giorno, ma la percezione della tecnologia sta cambiando

    Un sondaggio condotto da Gallup tra oltre 1.500 giovani statunitensi della Generazione Z mostra un rapporto sempre più ambivalente con l’intelligenza artificiale generativa.
    Sebbene strumenti come ChatGPT e Gemini vengano utilizzati regolarmente dalla maggioranza degli intervistati, l’entusiasmo verso queste tecnologie è diminuito sensibilmente rispetto al 2025, mentre aumentano ansia, rabbia e sfiducia.
    I giovani temono soprattutto che l’AI possa compromettere apprendimento, creatività e pensiero critico, oltre a sostituire posti di lavoro e relazioni umane.
    Il dato più significativo è che la curiosità resta il sentimento dominante, ma viene ormai accompagnata da una crescente percezione dei rischi sociali e professionali legati all’automazione.
    Il quadro che emerge è quello di una generazione che considera l’impatto dell’AI inevitabile, ma non necessariamente desiderabile.

    Link alla fonte:
    https://www.focus.it/tecnologia/intelligenza-artificiale/gen-z-intelligenza-artificiale-relazione-complicata

  • Cloudflare taglia oltre 1.100 posti per accelerare la strategia basata sugli agenti AI

    Cloudflare ha annunciato un piano di licenziamenti che coinvolgerà oltre 1.100 dipendenti a livello globale, nonostante risultati finanziari considerati solidi e una crescita positiva del business.
    L’azienda punta a trasformarsi in una struttura “AI-first”, aumentando l’integrazione di agenti AI e sistemi automatizzati nei processi operativi interni.
    Secondo il management, l’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale all’interno della società sarebbe cresciuto di oltre il 600% negli ultimi mesi, spingendo verso una profonda riorganizzazione aziendale.
    Dopo l’annuncio, il titolo Cloudflare ha perso oltre il 17% nelle contrattazioni after-hours, segnale delle preoccupazioni degli investitori sui costi e sull’impatto della transizione.
    Il caso si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge altre big tech come Microsoft, Google, Meta e Amazon, sempre più orientate a sostituire attività ripetitive con sistemi AI avanzati.

    Link alla fonte:

    Un’altra big tech sta licenziando oltre 1.100 dipendenti per investire in agenti AI

  • L’AI accelera il lavoro, ma non “libera” davvero il tempo

    Vi segnalo un nuovo articolo che analizza il paradosso dell’era dell’intelligenza artificiale: mentre le tecnologie diventano sempre più rapide ed efficienti, la percezione diffusa è quella di avere sempre meno tempo disponibile.
    L’AI non sta solo automatizzando attività, ma sta trasformando profondamente la struttura del lavoro, rendendolo più asincrono, distribuito e orientato alla capacità di interpretare e dirigere processi.
    Tuttavia, il cosiddetto “tempo restituito” viene spesso riassorbito da nuove richieste e aspettative produttive, generando una sensazione di saturazione continua.
    Nel lavoro creativo, il valore si sposta dall’esecuzione tecnica alla selezione, alla visione e alla capacità di dare significato in un contesto dominato dall’abbondanza di contenuti generati dall’AI.
    La riflessione centrale è che il tempo non può più essere considerato soltanto una risorsa da ottimizzare, ma uno spazio da progettare consapevolmente per preservare qualità, attenzione e valore umano.

    Link alla fonte:
    https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/piu-veloci-ma-sempre-esausti-il-paradosso-dellai-e-del-tempo/

  • NVIDIA ammette: l’AI costa più dei dipendenti umani

    Un dirigente di NVIDIA ha dichiarato che, nel suo team, i costi computazionali dell’intelligenza artificiale superano quelli del personale umano, mettendo in discussione la narrativa sull’automazione come risparmio.
    Nonostante l’entusiasmo iniziale per la GenAI, molte aziende stanno scoprendo che i modelli — come quelli di Anthropic — sono economicamente onerosi, spesso venduti sotto costo e sostenuti da modelli di abbonamento o consumo.
    Casi come Uber mostrano come i budget per l’AI vengano rapidamente esauriti, mentre analisi di Goldman Sachs indicano che le spese possono raggiungere fino al 10% dei costi del personale.
    Nonostante ciò, molte aziende continuano a perseguire strategie di automazione e tagli al personale, creando una tensione tra realtà economica e narrazione tecnologica.
    Il risultato è un settore in cui l’adozione dell’AI cresce, ma senza ancora dimostrare una reale convenienza rispetto al lavoro umano.

    Link alla fonte:
    https://www.lindipendente.online/2026/05/04/in-nvidia-lia-costa-piu-di-un-lavoratore-umano/

  • Silicon Valley affronta una nuova “lotta operaia” sull’etica dell’AI

    Nel cuore della Silicon Valley sta emergendo una nuova forma di conflitto tra aziende e lavoratori: non più centrata su salari o benefit, ma sul controllo etico delle tecnologie sviluppate.
    Dipendenti di grandi aziende come Google e Microsoft contestano sempre più l’uso militare e governativo dell’intelligenza artificiale, come dimostrato dal caso del progetto Maven e dalle recenti lettere interne.
    Questo cambiamento è alimentato anche da nuove dinamiche lavorative, tra cui il ritorno in ufficio, i licenziamenti e l’aumento dei sistemi di monitoraggio digitale. Parallelamente, aziende come Palantir promuovono un ruolo più attivo delle Big Tech nella difesa nazionale, accentuando lo scontro ideologico.
    Il risultato è la nascita di una “classe operaia tecnologica” che mette in discussione il ruolo politico, militare e sociale delle aziende per cui lavora.

    Link alla fonte:
    https://www.elconfidencial.com/tecnologia/2026-05-01/silicon-valley-sindicalismo-ideologico-defensa_4348047/

  • La Cina domina la corsa all’AI anche (e soprattutto) grazie al talento umano

    La competizione globale sull’intelligenza artificiale si sta giocando sempre più sul capitale umano, e la Cina emerge come leader nella formazione di esperti.
    Secondo un’analisi di The Economist sui dati della conferenza NeurIPS 2025, per la prima volta la Cina ha superato gli Stati Uniti per numero di studi presentati, riflettendo una crescita costante negli ultimi dieci anni.
    Le università cinesi dominano la formazione dei ricercatori, mentre gli Stati Uniti dipendono sempre più da talenti formati in Cina, molti dei quali stanno tornando nel loro paese grazie a incentivi economici e politiche favorevoli.
    Questo fenomeno riduce l’attrattiva del sistema americano, anche a causa di restrizioni sui visti e minore stabilità nella ricerca.
    Se la tendenza continuerà, entro pochi anni la Cina potrebbe avere un vantaggio netto anche nella presenza globale di ricercatori IA, con implicazioni strategiche per innovazione e leadership tecnologica.

    Link alla fonte:
    https://www.xataka.com/robotica-e-ia/hay-carrera-ia-mucho-profunda-e-importante-que-china-esta-aplastando-a-sus-competidores-talento-humano/amp