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  • Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    100.000 righe di codice generate da una dirigente HR, miliardi destinati all’AI e migliaia di lavoratori sui programmi di assistenza pubblica. Il futuro del lavoro può essere tecnologicamente avanzato senza essere economicamente condiviso.

    Mentre Amazon accelera a tutta forza sull’intelligenza artificiale, emergono con sempre maggiore chiarezza le contraddizioni di un modello che concentra risorse immense sulla tecnologia e, allo stesso tempo, riduce l’organico e mantiene una parte significativa della forza lavoro su salari bassi.

    Beth Galetti, vicepresidente senior di People Experience and Technology (la divisione risorse umane del gruppo), ha raccontato di aver generato oltre 100.000 righe di codice grazie agli strumenti di intelligenza artificiale interni, a distanza di venticinque anni dalla sua ultima esperienza da sviluppatrice.

    L’esperimento è nato nell’ambito della competizione interna “Everyone Can Build”, a cui hanno partecipato più di 1.500 dipendenti.

    Galetti ha iniziato consultando l’assistente virtuale Aza e ha poi lavorato con l’ambiente di sviluppo assistito Kiro. L’obiettivo dichiarato è spingere l’adozione di questi tool anche tra chi non ha competenze tecniche, offrendo percorsi formativi gratuiti e il rimborso degli esami per le certificazioni AWS AI.

    Il messaggio è chiaro: l’IA deve diventare uno strumento di produttività diffuso a tutti i livelli. Ma questo racconto di emancipazione tecnica si scontra frontalmente con la realtà dei numeri.

    Negli ultimi mesi Amazon ha tagliato circa 30.000 posti di lavoro, tra un primo blocco di 14.000 esuberi e una successiva ondata di 16.000 licenziamenti corporate.

    Il piano di riduzione dei livelli intermedi prosegue, mentre l’azienda annuncia investimenti colossali: 200 miliardi di dollari di spesa in conto capitale previsti per il 2026, in gran parte destinati all’intelligenza artificiale e all’infrastruttura cloud.

    A rendere ancora più stridente il contrasto arriva un rapporto del Government Accountability Office (richiesto dal senatore Bernie Sanders).

    Nei soli undici stati analizzati (che rappresentano circa un quinto della popolazione americana), i dipendenti Amazon iscritti al programma di assistenza alimentare SNAP sono saliti a 12.346, mentre quelli su Medicaid sono 11.338.

    Dal 2020 al 2025 il numero di lavoratori del gruppo che ricorrono ai sussidi federali è quasi triplicato. Amazon si conferma la seconda azienda, dopo Walmart, per numero di dipendenti che dipendono da questi programmi.

    Nel frattempo i risultati finanziari parlano di un’altra Amazon: i profitti annuali sono passati da 11,59 a 77,67 miliardi di dollari, con un fatturato di 716,92 miliardi e un reddito operativo di 79,98 miliardi nell’anno fiscale 2025. AWS continua a crescere a doppia cifra (+28% nel primo trimestre 2026).
    Si delinea così un quadro a due velocità.

    Da un lato, l’azienda spinge perché tutti – anche chi non è programmatore – imparino a usare l’IA per generare codice e automatizzare processi. Dall’altro, continua a ridurre il personale corporate e mantiene una forza lavoro operativa su livelli salariali tali da costringere migliaia di dipendenti a rivolgersi allo Stato per mangiare e curarsi.

    Il codice generato da una dirigente delle risorse umane diventa, in questo contesto, un simbolo ambivalente: da una parte dimostra le potenzialità di democratizzazione dello sviluppo software, dall’altra rischia di apparire come l’ennesima prova di un’azienda che investe miliardi nell’automazione mentre stringe la cinghia sui costi del lavoro umano.

    Resta aperta la domanda di fondo: l’IA di Amazon sta davvero creando valore condiviso, oppure sta solo accelerando una polarizzazione già in atto tra chi progetta il futuro e chi continua a lavorare (e vivere) nel presente?

  • Un AirTag svela il viaggio dei libri rari verso gli scanner di Amazon: altro “cibo” per l’IA?

    Un AirTag svela il viaggio dei libri rari verso gli scanner di Amazon: altro “cibo” per l’IA?

    Un AirTag nascosto in un libro raro ha seguito il volume fino a un reparto Amazon dove i libri vengono smontati e scansionati. L’indagine riapre il nodo della corsa ai dati originali nell’era dell’IA.

    Un’indagine di 404 Media ha seguito con un AirTag un libro raro acquistato insieme a centinaia di altri volumi, scoprendo che il localizzatore è arrivato in un magazzino Amazon di Las Vegas.

    Secondo le testimonianze raccolte, nel reparto VGT3 i libri vengono identificati tramite codice a barre o ISBN, privati della rilegatura, tagliati e trasformati in fogli da passare rapidamente negli scanner, mentre ciò che resta viene eliminato.

    Amazon afferma di acquistare libri attraverso canali commerciali per «sviluppare e migliorare» prodotti e servizi, senza specificare se il materiale digitalizzato venga utilizzato per addestrare modelli di IA.

    L’interesse per testi cartacei mai digitalizzati sarebbe particolarmente rilevante perché offre materiale originale scritto da esseri umani, in un momento in cui una quota crescente dei contenuti online può essere generata dall’IA.

    Tra i librai cresce così il timore che acquisti anonimi e sistematici possano sottrarre alla circolazione opere rare non tanto per il loro valore economico, quanto per quello storico, culturale e intellettuale.


    Link alla fonte:
    https://www.hwupgrade.it/news/web/un-airtag-in-un-libro-raro-porta-al-magazzino-amazon-dove-i-libri-vengono-distrutti_157893.html⁠

  • Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Il caso Amazon svela il dietro le quinte della Silicon Valley: tra costi di calcolo insostenibili e limiti probabilistici, l’industria scopre che l’efficienza non si compra a “token”.

    (Nota: questo articolo è stato generato con Claude di Anthropic ma segue lo stile e le indicazioni editoriali dell’autore)


    C’è un’immagine (quella che accompagna questo articolo), generata da un’IA che ironicamente non riesce a raccontare la verità nemmeno quando prova a deriderla, che circola da settimane: robot con le sembianze umane, tesserino Amazon al collo, escono da un palazzo di vetro con lo scatolone della cassa integrazione tra le braccia. Sotto, la scritta trionfante: hanno assunto undicimila persone dopo averne licenziate trentamila, perché — dice il meme, compiaciuto — l’IA è troppo cara per sostituire gli uomini. È il tipo di notizia che si vuole vera prima ancora di verificarla, perché conferma quello che molti aspettavano di poter dire da tre anni a questa parte: il gigante ha i piedi d’argilla, la bolla sta scoppiando, torniamo pure a fidarci delle mani umane.

    Peccato che la realtà, come quasi sempre, sia più interessante della caricatura. I numeri sono veri — circa trentamila tagli tra fine 2025 e gennaio 2026, e poi l’annuncio di Matt Garman, CEO di AWS, di assumerne undicimila — ma la lettura è quasi rovesciata. Non è stato un passo indietro dettato dal fallimento dell’intelligenza artificiale: è stata una ristrutturazione delle competenze. Fuori i ruoli generalisti, i middle manager, le funzioni di supporto ridondanti; dentro ingegneri, specialisti, persone capaci di far funzionare — e soprattutto di governare — sistemi che da soli, ancora, non sanno stare in piedi. Il bluff non è quello che pensa il meme. Il bluff, semmai, è pensare che stia succedendo l’opposto di quello che sta davvero succedendo.

    Primo atto: l’economia dei token e i costi che nessuno mostra negli slide

    Dietro ogni risposta generata da un modello linguistico c’è un conto energetico ed economico che l’utente finale non vede mai, e che le aziende stanno iniziando a vedere fin troppo bene. Dentro Amazon, per stimolare l’adozione interna dell’IA, erano state introdotte classifiche aziendali basate sul consumo di token: chi ne usava di più saliva in classifica. Il risultato prevedibile — e in un’azienda che ha fatto della metrica una religione, persino comico — è stato il “tokenmaxxing”: dipendenti che gonfiavano artificialmente l’uso dei modelli, automatizzavano compiti inutili, chiamavano l’IA per problemi che non ne avevano bisogno, pur di scalare una leaderboard interna. Le fatture sono lievitate al punto da costringere i vertici a spegnere il sistema di tracciamento.

    Non è un aneddoto isolato. Un progetto interno pensato per associare automaticamente i record degli autori ai prodotti del marketplace ha sforato il budget dell’860%, arrivando a costare 1,8 milioni di dollari prima di essere abbandonato per fallimento. Non è cattiva gestione episodica: è la prova che l’infrastruttura dell’IA generativa — GPU, data center, energia, e soprattutto l’imprevedibilità dei costi legati a un uso “creativo” non controllato — non si comporta come un software tradizionale, dove il costo marginale di un’operazione in più è quasi nullo. Uno studio ormai citato ovunque del MIT CSAIL lo conferma con freddezza contabile: nella stragrande maggioranza dei compiti visivi e linguistici complessi, sostituire integralmente l’uomo con un sistema automatizzato non è, oggi, economicamente conveniente.

    Secondo atto: perché un Transformer non sa “eseguire ordini”

    Qui si tocca il nervo scoperto, quello che nessun taglio di budget può risolvere perché non è un problema di soldi ma di architettura. Un software tradizionale fallisce in modo deterministico: se c’è un bug, fallisce sempre nello stesso identico punto, e proprio per questo è testabile, riparabile, prevedibile. Un modello linguistico — e con lui ogni agente costruito sopra di esso — fallisce in modo probabilistico. Può eseguire un compito correttamente novantatré volte su cento e fallire clamorosamente alla novantaquattresima, senza che nulla, nel comportamento precedente, lo avesse lasciato presagire.

    La ragione è semplice da enunciare e difficile da accettare per chi vende automazione come panacea: un Transformer non “capisce” una regola nel senso in cui la capisce un essere umano o un compilatore. Calcola, istante per istante, la probabilità statistica del token successivo. Funziona magnificamente quando il compito è riassumere un testo o abbozzare una bozza — il margine d’errore è tollerabile, spesso invisibile. Funziona malissimo quando il compito è spostare fondi, gestire un inventario, generare codice che finirà in produzione: lì un tasso di successo del 90-95%, che altrove sarebbe un risultato eccellente, diventa un rischio inaccettabile, perché quel margine di errore imprevedibile può tradursi in danni legali o finanziari che nessun risparmio sul personale compensa. E nei compiti a catena — quelli in cui un passaggio si costruisce sul precedente — l’errore iniziale non resta isolato: si propaga, si amplifica, e finisce per far collassare l’intero risultato.

    Terzo atto: la falsa soluzione degli strati aggiunti

    Di fronte a questo limite, l’industria ha reagito come reagisce sempre di fronte a un problema strutturale: aggiungendo cerotti sopra la ferita invece di guardarla. I framework agentici e il test-time compute — i modelli che “riflettono” prima di rispondere, scomponendo un obiettivo in sotto-task, pianificazione, chiamate a strumenti esterni, osservazione dei risultati — promettevano di correggere dall’esterno ciò che l’architettura non risolve dall’interno. I rendimenti, però, sono decrescenti, e la letteratura scientifica recente — dagli studi pubblicati su arXiv alle sessioni dell’ACL Anthology — lo dimostra con una certa spietatezza: i Transformer restano strutturalmente limitati nella composizione logica a lungo raggio e nella generalizzazione. Più lunga è la catena di passaggi affidata a un agente, più esponenziale diventa la propagazione dell’errore.

    Il mercato, che raramente ha pazienza per le dimostrazioni teoriche ma legge benissimo i bilanci, ne sta già traendo le conseguenze: le stime di società di consulenza come Gartner indicano che oltre il 40% dei progetti aziendali basati su agenti IA rischia l’abbandono entro il 2027, non per mancanza di ambizione ma per la debolezza cronica dei risultati concreti rispetto alle promesse.

    Quarto atto: verso il salto evolutivo

    La parte più interessante della storia, però, non è la crisi: è la consapevolezza che ne è nata nei laboratori. È ormai chiaro — e in parte dimostrato — che allucinazioni, incapacità di pianificazione spazio-temporale e assenza di apprendimento continuo (i pesi restano statici dopo l’addestramento, il modello non impara più nulla dall’esperienza quotidiana) non sono difetti di gioventù correggibili con più dati o più strati di calcolo. Sono proprietà strutturali dell’architettura Transformer. E quando un limite è strutturale, non lo si aggira: lo si supera cambiando architettura.

    È qui che si concentra oggi la ricerca più seria. I modelli a spazio di stato — Mamba, o architetture ibride come Jamba di AI21 Labs — gestiscono i contesti lunghi con un’efficienza lineare che l’attenzione quadratica dei Transformer non può eguagliare. Laboratori come Google DeepMind lavorano su moduli di memoria neurale continua — il progetto Titans è l’esempio più citato — per permettere a un sistema di continuare ad apprendere senza subire il collasso catastrofico della memoria che oggi costringe ogni modello a restare, di fatto, congelato al giorno in cui è stato addestrato. E si affacciano, ancora ai margini ma con crescente credibilità, sistemi che integrano comprensione geometrica, causale, fisica del mondo reale: il tentativo di dare a queste macchine non solo statistica, ma un rudimento di determinismo logico.

    L’era della coesistenza

    Il bilancio, allora, non è quello urlato dal meme, e non è nemmeno l’opposto speculare — l’IA che trionfa comunque, sempre e ovunque. È una via più stretta e meno fotogenica: l’intelligenza artificiale non sostituirà i lavoratori dall’oggi al domani, ma chi la sa usare rimpiazzerà, gradualmente e senza clamore, chi continua a ignorarla. Le aziende che vinceranno questa fase non saranno quelle che licenziano gli umani per far posto agli algoritmi — lo racconta bene proprio il caso Amazon, che taglia generalisti e assume specialisti — ma quelle che ridisegnano i ruoli attorno a un’interazione uomo-macchina realmente simbiotica, mentre aspettano, senza illudersi che sia già arrivata, la prossima vera rivoluzione architetturale.

  • AI e data center fanno crescere consumi ed emissioni di Google e Amazon

    AI e data center fanno crescere consumi ed emissioni di Google e Amazon

    L’espansione dell’intelligenza artificiale sta aumentando in modo significativo il fabbisogno energetico dei grandi operatori cloud.

    Nel 2025 Google ha registrato un incremento del 37% della domanda di elettricità, il più elevato della sua storia, mentre Amazon ha visto crescere del 16% le proprie emissioni complessive di CO₂ equivalente.

    Sebbene entrambe le aziende continuino a investire in energie rinnovabili, efficienza dei data center e sistemi di raffreddamento più sostenibili, l’espansione dell’infrastruttura AI e della relativa supply chain continua a incidere pesantemente sull’impatto ambientale.

    Il trend evidenzia come la crescita dell’AI stia trasformando i data center in infrastrutture sempre più energivore, alimentando il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo tecnologico.


    Link alla fonte:
    https://www.ilsole24ore.com/art/data-center-conto-energetico-dell-ai-google-37percento-domanda-elettrica-amazon-16percento-emissioni-AJT1ItE

  • Amazon Kindle fotografa la “lettura frammentata”: distrazioni e stanchezza spingono ad abbandonare gli ebook

    Una ricerca condotta da Amazon attraverso il servizio Kindle evidenzia come le abitudini di lettura digitale in Italia stiano diventando sempre più discontinue e frammentate.
    Sebbene il 53% del campione legga ebook ogni giorno e il 97% almeno una volta a settimana, distrazioni, interruzioni e affaticamento visivo compromettono la continuità della lettura, causando in media sei minuti persi per sessione nel recupero della concentrazione.
    Il 25% dei lettori dichiara inoltre di aver abbandonato libri apprezzati perché troppo impegnativi da seguire in un contesto di attenzione dispersa.
    Cresce così la preferenza per sessioni di lettura brevi distribuite durante la giornata e per strumenti di personalizzazione dell’esperienza digitale, particolarmente richiesti dalla Gen Z.
    Secondo la ricerca, le funzionalità adattive degli ebook possono rendere la lettura meno faticosa, più piacevole e più frequente, segnalando un cambiamento strutturale nel rapporto tra tecnologia, concentrazione e consumo culturale.

    Link alla fonte:
    https://www.illibraio.it/news/ebook-e-digitale/lettura-ebook-distrazioni-1498284/

  • Amazon rafforza la corsa all’AI con un piano di investimenti da 25 miliardi in Anthropic

    Amazon annuncia un investimento potenziale fino a 25 miliardi di dollari in Anthropic, iniziando con 5 miliardi e prevedendo ulteriori tranche legate a obiettivi commerciali.
    L’operazione consolida la partnership strategica attorno allo sviluppo del chatbot Claude e all’infrastruttura cloud, ambito in cui Amazon mantiene una posizione dominante.
    Anthropic utilizzerà i chip proprietari Trainium per potenziare le capacità di calcolo necessarie all’addestramento dei modelli.
    L’accordo evidenzia la strategia di Amazon: compensare le difficoltà dei propri modelli AI con investimenti mirati e infrastrutture.
    Sullo sfondo, restano tensioni regolatorie tra Anthropic e l’amministrazione statunitense, che potrebbero influenzare il settore.

    Link alla fonte:
    https://www.lavanguardia.com/dinero/20260421/11518860/amazon-anthropic-claude-inversion-chips.amp.html

  • Amazon integra l’AI neuro-simbolica per superare i limiti degli LLM

    Amazon sta adottando su larga scala l’AI neuro-simbolica per rendere i sistemi di intelligenza artificiale più affidabili, verificabili e adatti a decisioni critiche.
    Questo approccio combina l’apprendimento statistico dei modelli neurali con il rigore logico dell’AI simbolica, consentendo alle macchine di spiegare e dimostrare i propri ragionamenti.
    La tecnologia è già utilizzata in applicazioni operative come robot di magazzino, assistenti allo shopping e sistemi di sicurezza per la generative AI su Amazon Web Services.
    Con il nuovo modello di ragionamento Nova 2 Lite, Amazon integra il reasoning automatizzato direttamente nel training dei modelli, puntando a ridurre le allucinazioni e ad abilitare l’uso dell’AI in contesti ad alta responsabilità come compliance, finanza e decisioni strategiche.

    Link alla fonte:
    https://www.wired.com/sponsored/story/how-neuro-symbolic-ai-breaks-the-limits-of-llms/

  • Amazon rafforza la leadership tecnologica USA con un maxi-piano da 50 miliardi per l’AI governativa

    Amazon ha annunciato un investimento fino a 50 miliardi di dollari per potenziare l’infrastruttura AI e di supercalcolo destinata alle agenzie federali statunitensi, con lavori previsti dal 2026.

    Il piano prevede la costruzione di nuovi data center avanzati che aggiungeranno circa 1,3 GW di capacità computazionale nelle regioni AWS Top Secret, Secret e GovCloud, integrando servizi come SageMaker, Bedrock e chip proprietari Trainium insieme a hardware Nvidia.

    L’iniziativa risponde alle priorità dell’amministrazione USA in ambiti critici come difesa, cybersicurezza, sistemi autonomi e ricerca sanitaria, riducendo drasticamente i tempi di analisi e modellazione dei dati.

    Il progetto include architetture energeticamente più efficienti e si inserisce nella crescente competizione tecnologica con la Cina, mentre l’ecosistema cloud americano supera i 200 miliardi di nuovi impegni grazie anche agli investimenti paralleli di Microsoft e Google.

    Le nuove infrastrutture dovrebbero generare ricadute economiche significative, creando posti di lavoro e accelerando l’adozione dell’IA nel settore pubblico.

    Link alla fonte:

    https://www.adnkronos.com/tecnologia/amazon-blinda-la-sicurezza-usa-con-piano-da-50-miliardi-per-lia-governativa_4prPlSqilJTTqmOOKe19ED

  • Amazon lancia Kindle Translate per tradurre gli ebook con l’AI

    Amazon introduce Kindle Translate, un servizio di traduzione automatica gratuito integrato in Kindle Direct Publishing, pensato per aiutare gli autori indipendenti a pubblicare i propri libri in più lingue senza sostenere costi elevati.
    La beta parte con due combinazioni linguistiche (inglese-spagnolo e tedesco-inglese), con l’obiettivo dichiarato di ampliare presto il ventaglio — italiano incluso.
    Il sistema consente di scegliere le lingue di destinazione, impostare prezzi diversi per ciascuna versione e visualizzare un’anteprima prima della pubblicazione, mentre un controllo automatico valuta la qualità della traduzione.
    Ogni titolo tradotto porterà l’etichetta Kindle Translate e sarà incluso nei programmi KDP Select e Kindle Unlimited, aumentando le opportunità di monetizzazione.
    L’iniziativa mira a superare il principale ostacolo economico alla traduzione professionale, pur lasciando aperti interrogativi sull’accuratezza stilistica e sulla reazione dei lettori a traduzioni algoritmiche.

    Link alla fonte:
    https://www.corriere.it/tecnologia/25_novembre_13/amazon-usa-l-intelligenza-artificiale-per-tradurre-gli-ebook-arriva-kindle-translate-0af8cd05-c60b-4f4e-bc6c-9a57ef239xlk.shtml

  • Amazon contro Perplexity: scontro legale sull’AI che acquista per gli utenti

    Amazon ha inviato una diffida a Perplexity accusandola di violare le condizioni d’uso della piattaforma con Comet, un browser dotato di agente AI capace di effettuare acquisti online per conto degli utenti.
    Secondo Amazon, l’applicazione agirebbe come un browser “mascherato”, compromettendo trasparenza, sicurezza dei dati e controllo sulle attività automatizzate, con possibili violazioni del Computer Fraud and Abuse Act e delle leggi californiane sulla privacy.
    Perplexity ha respinto le accuse definendole un atto di intimidazione, sostenendo che gli utenti hanno diritto di delegare ad assistenti digitali azioni che potrebbero compiere autonomamente.
    Lo scontro mette in luce le prime tensioni tra big tech e startup AI sull’uso di agenti autonomi nelle piattaforme commerciali.

    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/55171/amazon-e-perplexity-ai-ferri-corti-scontro-sullia-che-compra-per-conto-degli-utenti