Tag: Tecnologia

  • Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Perché l’IA è ancora troppo costosa (e imperfetta) per sostituire l’uomo

    Il caso Amazon svela il dietro le quinte della Silicon Valley: tra costi di calcolo insostenibili e limiti probabilistici, l’industria scopre che l’efficienza non si compra a “token”.

    (Nota: questo articolo è stato generato con Claude di Anthropic ma segue lo stile e le indicazioni editoriali dell’autore)


    C’è un’immagine (quella che accompagna questo articolo), generata da un’IA che ironicamente non riesce a raccontare la verità nemmeno quando prova a deriderla, che circola da settimane: robot con le sembianze umane, tesserino Amazon al collo, escono da un palazzo di vetro con lo scatolone della cassa integrazione tra le braccia. Sotto, la scritta trionfante: hanno assunto undicimila persone dopo averne licenziate trentamila, perché — dice il meme, compiaciuto — l’IA è troppo cara per sostituire gli uomini. È il tipo di notizia che si vuole vera prima ancora di verificarla, perché conferma quello che molti aspettavano di poter dire da tre anni a questa parte: il gigante ha i piedi d’argilla, la bolla sta scoppiando, torniamo pure a fidarci delle mani umane.

    Peccato che la realtà, come quasi sempre, sia più interessante della caricatura. I numeri sono veri — circa trentamila tagli tra fine 2025 e gennaio 2026, e poi l’annuncio di Matt Garman, CEO di AWS, di assumerne undicimila — ma la lettura è quasi rovesciata. Non è stato un passo indietro dettato dal fallimento dell’intelligenza artificiale: è stata una ristrutturazione delle competenze. Fuori i ruoli generalisti, i middle manager, le funzioni di supporto ridondanti; dentro ingegneri, specialisti, persone capaci di far funzionare — e soprattutto di governare — sistemi che da soli, ancora, non sanno stare in piedi. Il bluff non è quello che pensa il meme. Il bluff, semmai, è pensare che stia succedendo l’opposto di quello che sta davvero succedendo.

    Primo atto: l’economia dei token e i costi che nessuno mostra negli slide

    Dietro ogni risposta generata da un modello linguistico c’è un conto energetico ed economico che l’utente finale non vede mai, e che le aziende stanno iniziando a vedere fin troppo bene. Dentro Amazon, per stimolare l’adozione interna dell’IA, erano state introdotte classifiche aziendali basate sul consumo di token: chi ne usava di più saliva in classifica. Il risultato prevedibile — e in un’azienda che ha fatto della metrica una religione, persino comico — è stato il “tokenmaxxing”: dipendenti che gonfiavano artificialmente l’uso dei modelli, automatizzavano compiti inutili, chiamavano l’IA per problemi che non ne avevano bisogno, pur di scalare una leaderboard interna. Le fatture sono lievitate al punto da costringere i vertici a spegnere il sistema di tracciamento.

    Non è un aneddoto isolato. Un progetto interno pensato per associare automaticamente i record degli autori ai prodotti del marketplace ha sforato il budget dell’860%, arrivando a costare 1,8 milioni di dollari prima di essere abbandonato per fallimento. Non è cattiva gestione episodica: è la prova che l’infrastruttura dell’IA generativa — GPU, data center, energia, e soprattutto l’imprevedibilità dei costi legati a un uso “creativo” non controllato — non si comporta come un software tradizionale, dove il costo marginale di un’operazione in più è quasi nullo. Uno studio ormai citato ovunque del MIT CSAIL lo conferma con freddezza contabile: nella stragrande maggioranza dei compiti visivi e linguistici complessi, sostituire integralmente l’uomo con un sistema automatizzato non è, oggi, economicamente conveniente.

    Secondo atto: perché un Transformer non sa “eseguire ordini”

    Qui si tocca il nervo scoperto, quello che nessun taglio di budget può risolvere perché non è un problema di soldi ma di architettura. Un software tradizionale fallisce in modo deterministico: se c’è un bug, fallisce sempre nello stesso identico punto, e proprio per questo è testabile, riparabile, prevedibile. Un modello linguistico — e con lui ogni agente costruito sopra di esso — fallisce in modo probabilistico. Può eseguire un compito correttamente novantatré volte su cento e fallire clamorosamente alla novantaquattresima, senza che nulla, nel comportamento precedente, lo avesse lasciato presagire.

    La ragione è semplice da enunciare e difficile da accettare per chi vende automazione come panacea: un Transformer non “capisce” una regola nel senso in cui la capisce un essere umano o un compilatore. Calcola, istante per istante, la probabilità statistica del token successivo. Funziona magnificamente quando il compito è riassumere un testo o abbozzare una bozza — il margine d’errore è tollerabile, spesso invisibile. Funziona malissimo quando il compito è spostare fondi, gestire un inventario, generare codice che finirà in produzione: lì un tasso di successo del 90-95%, che altrove sarebbe un risultato eccellente, diventa un rischio inaccettabile, perché quel margine di errore imprevedibile può tradursi in danni legali o finanziari che nessun risparmio sul personale compensa. E nei compiti a catena — quelli in cui un passaggio si costruisce sul precedente — l’errore iniziale non resta isolato: si propaga, si amplifica, e finisce per far collassare l’intero risultato.

    Terzo atto: la falsa soluzione degli strati aggiunti

    Di fronte a questo limite, l’industria ha reagito come reagisce sempre di fronte a un problema strutturale: aggiungendo cerotti sopra la ferita invece di guardarla. I framework agentici e il test-time compute — i modelli che “riflettono” prima di rispondere, scomponendo un obiettivo in sotto-task, pianificazione, chiamate a strumenti esterni, osservazione dei risultati — promettevano di correggere dall’esterno ciò che l’architettura non risolve dall’interno. I rendimenti, però, sono decrescenti, e la letteratura scientifica recente — dagli studi pubblicati su arXiv alle sessioni dell’ACL Anthology — lo dimostra con una certa spietatezza: i Transformer restano strutturalmente limitati nella composizione logica a lungo raggio e nella generalizzazione. Più lunga è la catena di passaggi affidata a un agente, più esponenziale diventa la propagazione dell’errore.

    Il mercato, che raramente ha pazienza per le dimostrazioni teoriche ma legge benissimo i bilanci, ne sta già traendo le conseguenze: le stime di società di consulenza come Gartner indicano che oltre il 40% dei progetti aziendali basati su agenti IA rischia l’abbandono entro il 2027, non per mancanza di ambizione ma per la debolezza cronica dei risultati concreti rispetto alle promesse.

    Quarto atto: verso il salto evolutivo

    La parte più interessante della storia, però, non è la crisi: è la consapevolezza che ne è nata nei laboratori. È ormai chiaro — e in parte dimostrato — che allucinazioni, incapacità di pianificazione spazio-temporale e assenza di apprendimento continuo (i pesi restano statici dopo l’addestramento, il modello non impara più nulla dall’esperienza quotidiana) non sono difetti di gioventù correggibili con più dati o più strati di calcolo. Sono proprietà strutturali dell’architettura Transformer. E quando un limite è strutturale, non lo si aggira: lo si supera cambiando architettura.

    È qui che si concentra oggi la ricerca più seria. I modelli a spazio di stato — Mamba, o architetture ibride come Jamba di AI21 Labs — gestiscono i contesti lunghi con un’efficienza lineare che l’attenzione quadratica dei Transformer non può eguagliare. Laboratori come Google DeepMind lavorano su moduli di memoria neurale continua — il progetto Titans è l’esempio più citato — per permettere a un sistema di continuare ad apprendere senza subire il collasso catastrofico della memoria che oggi costringe ogni modello a restare, di fatto, congelato al giorno in cui è stato addestrato. E si affacciano, ancora ai margini ma con crescente credibilità, sistemi che integrano comprensione geometrica, causale, fisica del mondo reale: il tentativo di dare a queste macchine non solo statistica, ma un rudimento di determinismo logico.

    L’era della coesistenza

    Il bilancio, allora, non è quello urlato dal meme, e non è nemmeno l’opposto speculare — l’IA che trionfa comunque, sempre e ovunque. È una via più stretta e meno fotogenica: l’intelligenza artificiale non sostituirà i lavoratori dall’oggi al domani, ma chi la sa usare rimpiazzerà, gradualmente e senza clamore, chi continua a ignorarla. Le aziende che vinceranno questa fase non saranno quelle che licenziano gli umani per far posto agli algoritmi — lo racconta bene proprio il caso Amazon, che taglia generalisti e assume specialisti — ma quelle che ridisegnano i ruoli attorno a un’interazione uomo-macchina realmente simbiotica, mentre aspettano, senza illudersi che sia già arrivata, la prossima vera rivoluzione architetturale.

  • Il paradosso dell’AI in Italia: sempre più “esperti” ma adozione lenta nelle aziende

    Il paradosso dell’AI in Italia: sempre più “esperti” ma adozione lenta nelle aziende

    L’Italia sta vivendo un forte boom dell’interesse per l’intelligenza artificiale: crescono rapidamente sia le richieste di competenze AI nelle offerte di lavoro sia le iscrizioni ai corsi di formazione.

    Tuttavia, l’adozione concreta della tecnologia resta limitata, soprattutto tra le PMI, dove solo una piccola quota ha avviato progetti di AI, creando un netto divario tra formazione teorica e applicazione pratica.

    L’articolo evidenzia anche la proliferazione di consulenti e formatori con scarsa esperienza operativa, alimentata dall’elevata domanda di competenze e dalla difficoltà delle aziende nel distinguere percorsi realmente qualificati da offerte improvvisate.

    Il fenomeno si inserisce in un contesto internazionale dove anche molte grandi organizzazioni faticano a trasformare i progetti pilota di AI in risultati di business misurabili.

    La conclusione è che, con la maturazione del mercato, saranno sempre più determinanti casi d’uso concreti, progetti portati in produzione e competenze dimostrabili sul campo.

    Link alla fonte:
    https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/troppi-esperti-di-ai-poche-aziende-che-la-usano-il-paradosso-italiano/

  • Un appello “dall’interno” per regolare la velocità di evoluzione dell’AI

    Un appello “dall’interno” per regolare la velocità di evoluzione dell’AI

    Oltre 1.000 dipendenti di laboratori di intelligenza artificiale, tra cui OpenAI, Anthropic e Google, hanno appena firmato una lettera intitolata “Pacing the Frontier”, in cui chiedono agli Stati Uniti di contribuire alla creazione di strumenti in grado di “regolare deliberatamente” il progresso dell’IA, mentre il mondo si avvicina alla ricerca sull’IA “autonoma”.
    L’elenco comprende quasi una dozzina di laboratori, tra cui i cofondatori di Anthropic Jack Clark e Chris Olah e i responsabili scientifici di OAI, Meta e Thinking Machines.
    La dichiarazione non chiede una “pausa”, ma sollecita piuttosto uno sforzo internazionale per dare ai governi e ai laboratori la possibilità di rallentare, se necessario.
    La lettera individua il rischio nella ricerca sull’IA automatizzata, avvertendo che i modelli in grado di migliorare altri modelli potrebbero accelerare «oltre la nostra capacità di comprensione o controllo».
    Sia OpenAI che Anthropic hanno appoggiato la lettera su X; l’OAI ha affermato di ritenere che «in futuro il mondo dovrà regolare il ritmo del progresso dell’IA».
    L’era dell’IA ha prodotto un gran numero di lettere aperte, ma quelle più incisive provenivano da accademici esterni, organizzazioni non profit che si occupano di sicurezza o dipendenti che avevano già lasciato l’azienda.
    Questa volta l’iniziativa sembra evidenziare un cambiamento di clima, con gli appelli che ora giungono pubblicamente dall’interno delle aziende all’avanguardia, le quali vedono la corsa avvicinarsi a un punto di non ritorno.


    Ecco il sito ufficiale: https://www.pacingthefrontier.com/

  • L’IA è una “promessa non mantenuta”?

    L’IA è una “promessa non mantenuta”?

    L’IA generativa prometteva progresso per tutti; per ora sta concentrando potere, moltiplicando costi e lasciando alla società il conto più pesante. La vera domanda è: stiamo costruendo il futuro che desideriamo, oppure finanziando un sistema dal quale sarà sempre più difficile uscire?

    Ho provato a riassumervi la situazione descritta da Michael Spencer in una sua recente newsletter (link di seguito) in una infografica.

    Ecco il link all’articolo di Mike:
    https://www.ai-supremacy.com/p/the-great-ai-disappointment-2026-thesis

  • Apple cita in giudizio OpenAI per presunto furto di segreti industriali

    Apple cita in giudizio OpenAI per presunto furto di segreti industriali

    Apple ha avviato un’azione legale contro OpenAI, accusandola di aver orchestrato un piano sistematico per ottenere segreti industriali attraverso due ex dipendenti di Cupertino, oggi coinvolti nello sviluppo dell’hardware dell’azienda guidata da Sam Altman.

    Secondo la denuncia, sarebbero stati sottratti documenti riservati, informazioni su prodotti non ancora annunciati e dettagli tecnici proprietari, oltre a presunte pratiche di recruiting finalizzate ad acquisire ulteriori conoscenze confidenziali.

    Apple chiede al tribunale di impedire l’utilizzo delle informazioni contestate, la restituzione del materiale riservato e un risarcimento dei danni.

    OpenAI ha respinto le accuse, affermando di non essere interessata ai segreti commerciali di altre aziende e di voler sviluppare tecnologie innovative in modo indipendente.

    Se confermate, le accuse potrebbero avere un impatto significativo sulla competizione nel nascente mercato dell’hardware per l’intelligenza artificiale.


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58032/apple-fa-causa-a-openai-furto-sistematico-di-segreti-industriali-per-sviluppare-hardware⁠

  • Le aziende italiane sperimentano il commercio agentico, ma il vero ostacolo rimane la piena fiducia verso la tecnologia

    La ricerca The Agentic Pulse, realizzata da Ipsos Doxa per PayPal su 500 manager e decision maker italiani, evidenzia una crescente attenzione verso il commercio agentico, ovvero l’utilizzo di assistenti virtuali intelligenti per supportare o delegare gli acquisti.

    Il 54% delle aziende ha già avviato iniziative legate all’intelligenza artificiale nel percorso d’acquisto, tra integrazioni operative e progetti pilota, mentre le PMI mostrano un approccio più prudente.

    Nonostante l’interesse diffuso, la fiducia negli assistenti virtuali rimane limitata: solo il 24% degli intervistati si fida pienamente della loro capacità di rappresentare correttamente brand e prodotti.

    Le principali preoccupazioni riguardano sicurezza dei dati, rischio di frodi e costi di implementazione, elementi che rendono strategico il ruolo delle infrastrutture di pagamento.

    Lo studio indica inoltre che le aziende percepiscono il commercio agentico come una trasformazione imminente, ma solo una minoranza si ritiene oggi realmente pronta ad affrontarla.

    Link alla fonte:

    https://www.adnkronos.com/tecnologia/commercio-agentico-e-ia-lo-studio-ipsos-doxa_5vp4EE6D39kBVdo165zItx

  • Gli studenti USA contestano le élite tecnologiche, non l’AI

    Negli Stati Uniti diversi discorsi di laurea tenuti da dirigenti e imprenditori legati al settore tecnologico sono stati accolti da fischi e proteste da parte degli studenti.
    Sebbene molti osservatori abbiano interpretato questi episodi come una reazione ostile all’intelligenza artificiale, l’analisi di Alberto Puliafito suggerisce una lettura diversa: il malcontento riguarda soprattutto le disuguaglianze economiche, l’incertezza occupazionale e la percezione che le decisioni sul futuro tecnologico vengano imposte da élite privilegiate.
    Gli studenti non rifiutano necessariamente strumenti come ChatGPT, che anzi utilizzano ampiamente, ma contestano un modello di sviluppo in cui il potere e i benefici economici restano concentrati nelle mani di poche grandi aziende e dei loro leader.
    L’articolo collega queste proteste a una tradizione di critica sociale che richiama il luddismo storico e i movimenti contemporanei contro la concentrazione di ricchezza e potere, più che a una semplice opposizione alla tecnologia.

    Link alla fonte:
    https://www.internazionale.it/opinione/alberto-puliafito/2026/06/10/fischi-contro-il-potere

  • Samsung: molti italiani convivono con l’AI, ma quasi la metà la utilizza poco o per nulla

    Il nuovo Samsung Trend Radar 2026, realizzato in collaborazione con Toluna, evidenzia come l’intelligenza artificiale sia ormai diffusa nei dispositivi utilizzati quotidianamente dagli italiani, ma resti ancora poco compresa.
    Il 58% degli intervistati dichiara di avere una conoscenza superficiale dell’AI e il 65% non percepisce pienamente la sua integrazione nei propri dispositivi, nonostante il 71% ne riconosca l’utilità e desideri approfondirne il funzionamento.
    Il 42% degli italiani utilizza raramente o mai strumenti basati sull’intelligenza artificiale, mentre molti continuano ad associarla principalmente ai chatbot conversazionali.
    La ricerca mette quindi in luce un divario tra la diffusione tecnologica dell’AI e la consapevolezza del suo impatto concreto nella vita quotidiana, suggerendo la necessità di una maggiore educazione digitale.

    Link alla fonte:
    https://multiplayer.it/notizie/lia-e-ovunque-ma-gli-italiani-la-usano-davvero-ecco-i-dati-di-samsung.html

  • Neuroscienze e digitale: la tecnologia trasforma la mente in una nuova superficie d’attacco

    Durante il panel “La mente come superficie d’attacco: AI, potere e vulnerabilità umane” al Security Summit Milano 2026, gli esperti hanno analizzato come l’interazione tra cervello e tecnologie digitali stia modificando profondamente i processi cognitivi umani.
    La ricercatrice Martina Ardizzi, in particolare, ha evidenziato come la plasticità neuronale renda il cervello estremamente adattabile agli strumenti tecnologici, influenzando memoria, attenzione e capacità decisionali.
    Le piattaforme digitali e gli algoritmi sfruttano meccanismi biologici legati alla motivazione e alla salienza, aumentando il rischio di manipolazione attraverso fake news, propaganda e contenuti emotivamente coinvolgenti.
    In questo contesto, la capacità di formulare domande critiche e utilizzare consapevolmente l’intelligenza artificiale emerge come una competenza strategica per difendere autonomia individuale e processi democratici.
    Le neuroscienze digitali si configurano così come un campo chiave per comprendere e contrastare le nuove forme di persuasione algoritmica.

    Link alla fonte:
    https://www.cybersecurity360.it/cultura-cyber/neuroscienze-digitali-e-hacking-della-mente-come-la-tecnologia-riscrive-il-nostro-cervello/

  • La Gen Z usa l’AI ogni giorno, ma la percezione della tecnologia sta cambiando

    Un sondaggio condotto da Gallup tra oltre 1.500 giovani statunitensi della Generazione Z mostra un rapporto sempre più ambivalente con l’intelligenza artificiale generativa.
    Sebbene strumenti come ChatGPT e Gemini vengano utilizzati regolarmente dalla maggioranza degli intervistati, l’entusiasmo verso queste tecnologie è diminuito sensibilmente rispetto al 2025, mentre aumentano ansia, rabbia e sfiducia.
    I giovani temono soprattutto che l’AI possa compromettere apprendimento, creatività e pensiero critico, oltre a sostituire posti di lavoro e relazioni umane.
    Il dato più significativo è che la curiosità resta il sentimento dominante, ma viene ormai accompagnata da una crescente percezione dei rischi sociali e professionali legati all’automazione.
    Il quadro che emerge è quello di una generazione che considera l’impatto dell’AI inevitabile, ma non necessariamente desiderabile.

    Link alla fonte:
    https://www.focus.it/tecnologia/intelligenza-artificiale/gen-z-intelligenza-artificiale-relazione-complicata

  • L’AI come “innesco”: la libertà cognitiva passa dall’attivazione all’azione

    Un interessante articolo esplora una nuova interpretazione della libertà nell’era dell’intelligenza artificiale, distinguendo tra il semplice “poter fare” e il “riuscire davvero a iniziare ad agire”.
    Prendendo spunto dagli studi neurologici raccontati da Oliver Sacks sulla dopamina, il testo paragona l’effetto di riattivazione cognitiva prodotto da alcune tecnologie AI alla capacità di superare blocchi mentali, inerzie e sovraccarichi decisionali.
    L’intelligenza artificiale viene così descritta non solo come strumento di automazione, ma come possibile “architettura dell’innesco”, capace di facilitare il passaggio tra intenzione e azione senza sostituire il giudizio umano.
    L’articolo sottolinea però la natura ambivalente di questa evoluzione: l’AI può rafforzare autonomia e capacità di iniziativa oppure trasformarsi in un sistema di controllo comportamentale, a seconda di come viene progettata. Il dibattito viene infine esteso a scuola, lavoro e politiche pubbliche, evidenziando la necessità di integrare competenze tecnologiche e discipline umanistiche per costruire modelli di relazione uomo-macchina orientati all’attivazione e non alla sostituzione.

    Link alla fonte:
    https://www.ilriformista.it/dalla-dopamina-allalgoritmo-la-nuova-frontiera-della-liberta-cognitiva-511820/

  • L’AI accelera il lavoro, ma non “libera” davvero il tempo

    Vi segnalo un nuovo articolo che analizza il paradosso dell’era dell’intelligenza artificiale: mentre le tecnologie diventano sempre più rapide ed efficienti, la percezione diffusa è quella di avere sempre meno tempo disponibile.
    L’AI non sta solo automatizzando attività, ma sta trasformando profondamente la struttura del lavoro, rendendolo più asincrono, distribuito e orientato alla capacità di interpretare e dirigere processi.
    Tuttavia, il cosiddetto “tempo restituito” viene spesso riassorbito da nuove richieste e aspettative produttive, generando una sensazione di saturazione continua.
    Nel lavoro creativo, il valore si sposta dall’esecuzione tecnica alla selezione, alla visione e alla capacità di dare significato in un contesto dominato dall’abbondanza di contenuti generati dall’AI.
    La riflessione centrale è che il tempo non può più essere considerato soltanto una risorsa da ottimizzare, ma uno spazio da progettare consapevolmente per preservare qualità, attenzione e valore umano.

    Link alla fonte:
    https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/piu-veloci-ma-sempre-esausti-il-paradosso-dellai-e-del-tempo/

  • Federico Faggin “ridimensiona” l’AI: “Non è intelligenza, ma solo calcolo avanzato”

    Federico Faggin, inventore del microprocessore, ha dichiarato durante un evento a Milano che l’intelligenza artificiale non possiede vera intelligenza né coscienza, ma si limita a imitare il pensiero umano attraverso calcoli e accesso rapido a grandi quantità di dati.
    Secondo Faggin, il rischio principale è culturale: se gli esseri umani iniziano a considerarsi inferiori alle macchine, potrebbero diventare dipendenti e perdere autonomia critica.
    Pur riconoscendo il valore pratico dell’AI, soprattutto in ambiti regolati come matematica o traduzioni, sottolinea la necessità di supervisione umana per evitare errori e distorsioni.
    Il suo intervento collega tecnologia, fisica quantistica e spiritualità, proponendo una visione in cui la coscienza resta una prerogativa esclusivamente umana.
    Il messaggio centrale è usare l’AI come strumento, senza attribuirle capacità che non possiede, mantenendo un approccio etico e consapevole.

    Link alla fonte:
    https://startupitalia.eu/tech/faggin-federico-microprocessore-dal-verme/

  • Neuroni artificiali stampati comunicano con quelli biologici

    Un team della Northwestern University ha sviluppato neuroni artificiali stampati come circuiti in grado di comunicare direttamente con neuroni biologici tramite segnali elettrici realistici.
    Guidati da Mark Hersam, i ricercatori hanno pubblicato i risultati su Nature Nanotechnology, dimostrando un importante passo avanti per le interfacce cervello-macchina.
    Utilizzando inchiostri elettronici su materiali flessibili parzialmente decomposti, il sistema genera segnali complessi simili a quelli naturali.
    I test su tessuti di cervelletto di topo hanno mostrato che i neuroni artificiali possono attivare cellule viventi in modo efficace.
    Questa tecnologia apre prospettive per protesi avanzate e sistemi di intelligenza artificiale molto più efficienti dal punto di vista energetico.

    Link alla fonte:
    https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2026/04/17/neuroni-stampati-come-circuiti-parlano-con-quelli-naturali_df6a7caf-88bb-4a5f-ab0b-b6f7aa380cbd.html

  • TurboQuant di Google scatena vendite, ma gli analisti vedono un’opportunità

    Alphabet Inc. ha scosso il mercato dei semiconduttori presentando TurboQuant, un algoritmo di IA capace di ridurre drasticamente l’uso di memoria nei modelli linguistici.
    L’annuncio ha provocato un sell-off immediato nei titoli legati alle memorie, tra cui Samsung Electronics, SK Hynix e Micron Technology, a causa del timore di una futura domanda più debole di chip.
    Tuttavia, diversi analisti ritengono che il mercato stia reagendo in modo eccessivo, sottolineando che una maggiore efficienza potrebbe ridurre i costi e accelerare l’adozione dell’IA.
    In particolare, Morgan Stanley evidenzia come la tecnologia possa ampliare i casi d’uso e aumentare la domanda complessiva nel lungo periodo.
    Il ribasso attuale viene quindi interpretato da alcuni investitori come una potenziale opportunità di acquisto strategico.

    Link alla fonte:
    https://it.finance.yahoo.com/notizie/panico-turboquant-perch%C3%A9-il-mercato-143022358.html

  • La tecnologia è neutrale, il problema sono gli esseri umani

    Leggendo questo articolo ma anche quelli relativi ad altre inchieste, che spesso affiorano nei media, emerge un quadro inquietante: tecnologie “neutrali” come AI e social media difficilmente rimangono tali, in quanto riflettono e amplificano i peggiori comportamenti umani.

    Da un lato, molti utenti abusano di queste piattaforme caricando “contenuti tossici” sotto forma di descrizioni o di veri e propri media grafici e video (violenze, bestialità, suicidi, ecc.) creando un flusso infinito di orrori che rischia di inquinare il sistema e avere un impatto negativo sugli altri utenti.

    Dall’altro, le Big Tech esternalizzano la “pulizia” a moderatori in Ghana e Kenya, pagati 1-2 dollari l’ora per etichettare migliaia di questi contenuti al giorno.

    Risultato? Traumi da PTSD, insonnia, flashback, proprio come accade ai veterani di guerra. Con accordi NDA che li isolano, turni frenetici e salari da fame, diventano parte di un business in cui aziende miliardarie costruiscono imperi sulle loro schiene spezzate.

    Le cause del 2025-26 in Kenya e Ghana, con sindacati come la Data Labelers Association, stanno finalmente portando alla luce questo sfruttamento sistematico e questo ciclo perverso in cui umani creano il male e altri umani lo filtrano a costo della salute mentale.

    Il primo passo potrebbe essere un’etica reale nelle tech company, con supporto psicologico valido, salari dignitosi, regolamentazioni globali. Un altro può venire solo da un’evoluzione dell’umanità che passa attraverso le istituzioni, l’educazione e l’informazione, spezzando un’altra spirale perversa dove chi dovrebbe informare è asservito al business dell’attenzione, e non esita a proporre contenuti morbosi che alimentano questo circolo vizioso pur di ottenere visualizzazioni.

    Se non interveniamo, una tecnologia che dovrebbe “aumentare” l’intelligenza umana continuerà a basarsi, invece, su un’umanità spezzata in due, dove una delle due metà continua ad andare alla deriva.

  • Sarà l’AGI a salvare l’AI dalla “bolla”?

    Un editoriale pubblicato su ZEUS News riflette in modo critico sul futuro dell’intelligenza artificiale dopo l’esplosione di ChatGPT e dei modelli linguistici di grandi dimensioni.
    Secondo l’autore, la narrativa dominante che vede nell’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) la soluzione capace di giustificare e sostenere l’attuale bolla finanziaria dell’IA è più una speranza che una strategia concreta.
    L’AGI viene descritta come un obiettivo ancora indefinito, lontano nel tempo e improbabile da raggiungere attraverso la semplice evoluzione di LLM e Transformer.
    Ne deriva l’idea che lo scoppio della bolla dell’IA sia difficilmente evitabile e che non esista, al momento, una “progettualità segreta” in grado di scongiurarlo.
    L’articolo invita quindi a distinguere tra progresso tecnologico reale e aspettative speculative alimentate dal mercato.

    Link alla fonte:
    https://www.zeusnews.it/n.php?c=31651

  • Le Big Tech “cambiano discorso” sull’AI e “mettono da parte” il concetto di AGI

    Le grandi aziende tecnologiche stanno progressivamente abbandonando il termine intelligenza artificiale generale (AGI), considerato sempre più vago e problematico.
    Manager di primo piano di Google, OpenAI e Anthropic riconoscono che l’AGI è difficile da definire e rischia di alimentare aspettative irrealistiche, timori sociali e complicazioni regolatorie.
    Al suo posto, le aziende introducono nuovi concetti come “superintelligenza personale”, “superintelligenza umanista” o “IA potente”, focalizzati su utilità concreta e controllo umano.
    Questo cambio di narrativa è anche strategico: consente di prendere le distanze da scenari allarmistici e da possibili vincoli legali.
    Il risultato è un settore che punta meno su promesse astratte e più su applicazioni pratiche e misurabili.

    Link alla fonte:
    https://www.larazon.es/tecnologia-consumo/grandes-tecnologicas-cambian-discurso-inteligencia-artificial_20251226694e72f4af09df501094426f.html