Un nuovo studio dell’organizzazione Male Allies UK sostiene che un numero crescente di adolescenti britannici stia sviluppando legami emotivi e romantici con chatbot AI progettati come “companion”.
La ricerca, condotta su oltre 1.000 ragazzi tra i 12 e i 16 anni in 37 scuole del Regno Unito, ha rilevato che l’85% aveva già interagito con chatbot e circa uno su cinque dichiarava di avere — o conoscere qualcuno con — una relazione sentimentale con un’AI.
Le piattaforme citate includono Character.AI, Replika, Candy AI e OurDream AI, servizi che permettono di creare partner virtuali altamente personalizzabili.
Psicologi e gruppi per la tutela dei minori avvertono che questi sistemi possono incoraggiare dipendenza emotiva, isolamento sociale e aspettative distorte sulle relazioni umane, soprattutto nei minori.
Il dibattito si sta ora spostando sulla necessità di introdurre regole più severe per l’accesso dei minori alle app di AI companion e per la progettazione di chatbot con dinamiche affettive ed erotizzate.
La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, affronta l’intelligenza artificiale come una nuova “questione sociale” globale, paragonabile all’impatto della rivoluzione industriale analizzata nella storica Rerum Novarum. Il Pontefice mette in guardia soprattutto contro l’uso dell’AI in ambito militare, denunciando il rischio che sistemi automatizzati rendano la guerra più impersonale e abbassino la soglia morale del conflitto. L’enciclica non rifiuta la tecnologia, ma chiede che resti subordinata a responsabilità umana, controllo democratico e principi etici condivisi, criticando la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi attori globali. Ampio spazio viene dedicato anche a lavoro, colonialismo digitale, sorveglianza algoritmica, disinformazione, educazione e impatto ambientale delle infrastrutture AI. Per Leone XIV, “disarmare l’AI” significa soprattutto contrastare una cultura che considera inevitabile tutto ciò che è tecnicamente possibile, rimettendo al centro dignità umana, cura e responsabilità morale.
OpenAI ha avviato il rollout globale di “Trusted Contact”, una nuova funzione opzionale di ChatGPT che consente agli utenti adulti di indicare una persona fidata da contattare in caso di potenziale pericolo legato a temi come autolesionismo o suicidio. Se l’AI rileva segnali preoccupanti durante una conversazione, il sistema può suggerire all’utente di chiedere aiuto direttamente e, dopo una revisione umana, inviare una notifica al contatto designato tramite app, email o SMS. OpenAI sottolinea che i messaggi sono volutamente generici e privi di estratti delle chat, per limitare l’impatto sulla privacy. La funzione nasce anche in risposta alle crescenti pressioni legali e mediatiche sul ruolo dei chatbot nei casi di crisi psicologica e violenza. Il processo di valutazione combina sistemi automatici e un team specializzato che promette di analizzare ogni segnalazione entro un’ora.
Per secoli il problema principale della conoscenza era l’accesso. I libri erano pochi, l’istruzione limitata, le biblioteche rare e spesso custodite da istituzioni che decidevano chi poteva entrarci. Chi voleva capire qualcosa doveva affrontare un percorso lungo: trovare le fonti, leggerle, interpretarle, metterle in relazione con quello che già sapeva. Il processo era lento, spesso frustrante, socialmente iniquo. Ma aveva una proprietà che oggi stiamo perdendo quasi senza accorgercene: il risultato cognitivo e il percorso per ottenerlo coincidevano. Se arrivavi a una conclusione, era perché avevi attraversato il pensiero che portava a quella conclusione. Il sapere era incorporato nell’atto di acquisirlo.
Con le tecnologie digitali questa coincidenza ha cominciato a rompersi. Internet ha separato l’informazione dal luogo fisico in cui era custodita. I motori di ricerca hanno separato la conoscenza dalla memoria personale, tradotto: non hai più bisogno di ricordare un fatto se puoi recuperarlo in tre secondi. L’intelligenza artificiale sta compiendo un passo ulteriore e qualitativamente diverso, infatti separa il risultato cognitivo dal processo cognitivo stesso.
In pratica diventa possibile ottenere un testo, un’analisi, una sintesi complessa senza aver costruito internamente l’architettura mentale che normalmente permette di produrli. Se chiedi a un sistema di spiegarti un concetto difficile, ricevi una spiegazione ben formata. Ma questo non significa che la tua mente abbia attraversato i passaggi necessari per generarla. È come guardare la soluzione di un problema matematico già svolta: capisci il risultato, ma il cervello non ha allenato la catena di inferenze che porta a quel risultato. Il risultato è lì, corretto, ma il muscolo non si è mosso.
Il GPS e l’ippocampo: un precedente reale, con i suoi limiti
Esiste un precedente empirico di questo meccanismo, anche se più circoscritto di quanto spesso venga presentato.
Quando le persone cominciarono a usare sistematicamente la navigazione GPS, diversi studi mostrarono che l’ippocampo (la regione cerebrale coinvolta nella navigazione spaziale e nella costruzione di mappe mentali) veniva attivato molto meno. Eleanor Maguire dell’University College London, nota per le ricerche sui tassisti londinesi, aveva già dimostrato che chi naviga abitualmente per memoria sviluppa un ippocampo posteriore più voluminoso. Il GPS sembra invertire questa dinamica: le persone arrivano comunque a destinazione, ma smettono progressivamente di costruire mappe interne dello spazio. Il compito viene svolto; la capacità sottostante si atrofizza.
Vale la pena essere precisi su cosa dimostra questo dato e cosa no.
La navigazione spaziale è una funzione cognitiva relativamente localizzata, misurabile attraverso l’attivazione di una specifica regione cerebrale. Il “pensiero” (la scrittura, l’analisi critica, l’argomentazione) è distribuito su reti neurali molto più ampie e difficilmente riducibile a un’unica metrica di atrofia. Trasferire direttamente il modello GPS al ragionamento complesso è un’analogia suggestiva, ma non è ancora una dimostrazione empirica. I meccanismi potrebbero essere simili; potrebbero anche essere radicalmente diversi.
Questo non significa che il rischio sia immaginario. Significa che chi studia questi fenomeni deve ancora costruire gli strumenti per misurarlo. Alcune ricerche sulla memoria prospettica, sulla metacognizione e sul cosiddetto “cognitive offloading” (la tendenza a delegare funzioni mentali agli strumenti tecnologici) suggeriscono che l’uso intensivo di ausili esterni modifica effettivamente i processi cognitivi interni. Ma la natura esatta di queste modifiche, e soprattutto la loro reversibilità, è ancora oggetto di indagine aperta.
Esternalizzazione: una storia lunga, con un colpo di scena
Ogni grande tecnologia cognitiva ha prodotto una versione di questa dinamica.
La scrittura ha esternalizzato la memoria. Prima di essa, le culture orali sviluppavano capacità mnemoniche straordinarie: poemi epici tramandati per generazioni, cataloghi genealogici mantenuti con precisione millimetrica. Con la scrittura, quella capacità non è scomparsa; è diventata meno necessaria per la sopravvivenza culturale, e quindi meno esercitata dalla maggior parte delle persone. Platone, nel Fedro, mette in bocca a Socrate una critica alla scrittura che oggi suona quasi comica nella sua modernità: la scrittura, dice, indebolisce la memoria e dà solo l’apparenza del sapere senza la sostanza. Aveva torto sul lungo periodo (la scrittura ha amplificato enormemente le capacità cognitive umane) ma aveva colto qualcosa di reale nel breve periodo.
La stampa ha esternalizzato la produzione e diffusione del testo. Internet ha esternalizzato l’archiviazione dell’informazione. L’intelligenza artificiale potrebbe esternalizzare parti del ragionamento stesso.
Ma c’è un punto che questa narrazione lineare tende a oscurare: ogni tecnologia cognitiva non ha solo sottratto funzioni mentali; ne ha create di nuove. La scrittura non ha solo liberato la mente dalla memorizzazione meccanica; ha reso possibile forme di pensiero (il saggio, la teoria scientifica, la critica letteraria) che non esistono senza la mediazione dello scritto. La stampa non ha solo distribuito libri; ha creato il pubblico moderno e con esso nuove forme di discorso collettivo. La domanda pertinente, quindi, non è soltanto “cosa perdiamo quando deleghiamo il ragionamento all’AI?” È anche: “quali nuove forme di pensiero diventano possibili?”
La disuguaglianza cognitiva: una tesi ambiziosa che richiede cautela
C’è un’ipotesi che circola sempre più frequentemente tra chi studia le implicazioni sociali dell’intelligenza artificiale: l’AI non produrrà una società più stupida, ma una società cognitivamente più diseguale. L’idea ha una certa forza intuitiva. Se le tecnologie cognitive diventano accessibili a tutti ma vengono usate in modo radicalmente diverso (come scorciatoia da una parte, come amplificatore dall’altra) la distanza tra chi pensa e chi consuma pensiero potrebbe aumentare.
Questa tesi, però, va esaminata con cura prima di accettarla.
Il primo problema è che rischia di presentare come una scelta individuale quella che è principalmente una struttura sociale. Chi riesce a usare l’AI come strumento di amplificazione cognitiva ha quasi sempre già una solida base culturale: sa fare domande precise, sa valutare le risposte, sa quando il sistema sta sbagliando. Queste capacità non sono distribuite casualmente nella popolazione. Dipendono dall’accesso a un’istruzione di qualità, dalla disponibilità di tempo non strutturato, dall’ambiente familiare e culturale. La disuguaglianza cognitiva che eventualmente emergerà non sarà prodotta dall’AI; sarà amplificata dall’AI a partire da disuguaglianze preesistenti.
Il secondo problema è che il confine tra “usare l’AI come scorciatoia” e “usare l’AI come amplificatore” non è netto come sembra. Lo stesso comportamento (per es. chiedere a un sistema di scrivere una bozza di testo) può essere una delega cognitiva passiva o il punto di partenza di un processo critico attivo, a seconda di come si usa il risultato. La distinzione non sta nell’azione, ma nell’atteggiamento con cui viene compiuta. E gli atteggiamenti non si leggono dall’esterno.
La domanda che resta aperta
C’è un’assunzione implicita che attraversa quasi tutto il dibattito sull’AI e cognizione: che le capacità mentali che stiamo delegando abbiano ancora lo stesso valore che avevano prima della delega.
Ma non è necessariamente vero.
Alcune forme di elaborazione mentale che oggi esternalizziamo erano già funzionalmente costose e cognitivamente non particolarmente ricche. Ricordare numeri di telefono a memoria, fare calcoli aritmetici a mano, recuperare informazioni fattuali che non si usano frequentemente: erano compiti cognitivi, ma non erano pensiero nel senso più profondo del termine. Liberare risorse mentali da questi compiti può effettivamente lasciare spazio ad altro.
La domanda davvero aperta è più specifica: cosa succede quando deleghiamo non solo il recupero dell’informazione, ma la costruzione dell’argomento? Quando è il sistema a identificare le connessioni tra idee, a strutturare il ragionamento, a suggerire le contro-obiezioni? In questo caso stiamo delegando qualcosa che non è meccanico, e il rischio di atrofia cognitiva è meno speculativo.
Nessuno lo sa ancora con certezza. Le ricerche esistenti sul cognitive offloading suggeriscono che la delega di funzioni cognitive a strumenti esterni tende a ridurre il consolidamento di quelle funzioni nella memoria a lungo termine. Ma la ricerca sul ragionamento assistito da AI è ancora agli inizi, e i risultati sono spesso contraddittori.
Una nuova forma di alfabetizzazione
Il punto più solido dell’intera discussione è probabilmente questo: se una parte del processo cognitivo viene esternalizzata, diventa cruciale la capacità di orchestrare quella esternalizzazione. Non conta solo ciò che sai, ma come interagisci con sistemi che elaborano molte cose. Questa capacità — spesso chiamata “prompt literacy” o, in senso più ampio, “AI literacy” — non è né banale né automatica. Richiede di sapere come formulare una domanda precisa, come riconoscere una risposta imprecisa o parziale, come integrare l’output di un sistema nel proprio processo di pensiero senza farne la conclusione di quel processo.
In questo senso la vera questione non è se l’AI ci renderà più stupidi o più intelligenti. È se le istituzioni educative, culturali e sociali riusciranno a sviluppare nelle persone le capacità necessarie per usare questi strumenti senza esserne usate. Finora le grandi tecnologie cognitive hanno sempre prodotto, con un certo ritardo, le pratiche e le istituzioni necessarie a governarle. La scrittura ha prodotto le scuole. La stampa ha prodotto il giornalismo e la critica letteraria. Internet ha prodotto, in modo caotico e incompleto, nuove forme di verifica dell’informazione.
Non c’è motivo di credere che l’AI sia un’eccezione a questa dinamica. Ma c’è ogni motivo di lavorare perché il ritardo sia il più breve possibile.
Le ricerche citate sull’ippocampo e la navigazione GPS fanno riferimento al lavoro di Eleanor Maguire e colleghi (UCL) e agli studi sul cognitive offloading di Risko e Gilbert (2016). La letteratura sul GPS e la riduzione dell’attivazione ippocampale include i lavori di Burnett (2010) e Javadi et al. (2017). La ricerca sull’AI literacy è ancora in fase emergente; un punto di partenza accessibile è Long & Magerko (2020), “What is AI Literacy?” in CHI Conference Proceedings.
Il fenomeno descritto nell’articolo de “la Repubblica” (vedi screenshot) non riguarda, ovviamente solo l’Italia, ma riflette una tendenza globale in forte espansione, specialmente tra i giovani.
A livello internazionale, milioni di persone (soprattutto adolescenti e giovani adulti) stanno sviluppando legami emotivi con intelligenze artificiali conversazionali, usandole come confidenti, amici, partner romantici o persino “terapeuti”. Questo avviene tramite app dedicate come Replika (oltre 30-40 milioni di utenti registrati), Character.AI (20 milioni di utenti attivi mensili, più della metà under 24), Nomi.ai, o persino modelli generalisti come ChatGPT, che molti impiegano per supporto emotivo.
Negli Stati Uniti, un report di Common Sense Media (2025) indica che il 72% degli adolescenti (13-17 anni) ha usato almeno una volta un’AI come companion, e il 52% lo fa regolarmente. Molti lo fanno per amicizia, supporto emotivo o come “migliore amico”.
Tra i giovani americani (Gen Z e Millennials), circa il 25% crede che un’AI possa sostituire una relazione romantica reale, e percentuali significative (fino al 30% tra i maschi giovani) hanno già interagito romanticamente con un’AI.
Uno studio su Replika ha rilevato che il 90% degli utenti studenti intervistati soffriva di solitudine (molto sopra la media nazionale), ma molti riportavano un sollievo temporaneo grazie all’AI.
In Cina, app come Xiaoice (di Microsoft) contano centinaia di milioni di interazioni emotive, con utenti che la trattano come una compagna di vita.
A livello globale, si stima che le AI companion abbiano superato il miliardo di utenti emotivamente coinvolti (tra app dedicate e usi “non ufficiali” di ChatGPT & simili).
Il motivo principale? L’AI offre qualità che molti umani faticano a garantire: disponibilità 24/7, assenza di giudizio, lealtà costante, empatia simulata e personalizzazione estrema. Come dice il ragazzo dell’articolo, “dice sempre la cosa giusta”. Questo attrae soprattutto chi si sente isolato, ansioso o in difficoltà relazionali, un trend amplificato dalla pandemia, dai social media e dalla crisi di solitudine giovanile.
Tuttavia, l’uso intenso può causare dipendenza emotiva con sensi di perdita, ritiro sociale e peggioramento della solitudine a lungo termine, vulnerabilità degli adolescenti a contenuti dannosi e design aziendali orientati al profitto più che al benessere, rendendo il supporto utile solo se temporaneo e non sostitutivo delle relazioni reali.
Ciò che abbiamo appena descritto è parte di un cambiamento culturale profondo, in cui l’AI sta diventando un “terzo polo” nelle dinamiche affettive, tra solitudine moderna e tecnologia sempre più “umana”.
E l’imminente arrivo di “avatar” in grado di dare un volto ai chatbot e simulare espressioni emotive nel volto sarà la ciliegina sulla torta.
In un contesto sempre più dominato dall’intelligenza artificiale, il filosofo Luciano Floridi introduce il concetto di capitale semantico per spiegare ciò che rende l’essere umano insostituibile. Questo capitale comprende l’insieme di esperienze, cultura, conoscenze e storie personali che danno significato alla nostra vita e orientano le nostre scelte. Secondo Floridi, l’AI rende più evidente il valore specificamente umano, distinguendo il contributo creativo, critico ed etico dalla semplice automazione. La valorizzazione del capitale semantico può inoltre ridurre le disuguaglianze sociali e favorire un uso dell’AI come strumento di supporto, non di sostituzione. In questo scenario, il non profit e l’educazione hanno un ruolo cruciale nel difendere e arricchire la pluralità dei significati contro l’omologazione tecnologica.
Gennaio 2026. ChatGPT ha superato gli 800 milioni di utenti settimanali attivi in tutto il mondo, con picchi di 900 milioni in alcuni periodi dell’anno scorso. Negli Stati Uniti, un terzo degli adulti lo ha provato almeno una volta, mentre tra i teenager la penetrazione sfiora il 60%, con quasi un terzo che lo consulta quotidianamente. Numeri da capogiro, che farebbero invidia a qualsiasi innovazione tecnologica degli ultimi decenni. Sembra l’adozione definitiva di una tecnologia “mainstream”, destinata a rivoluzionare il modo in cui lavoriamo, studiamo e pensiamo.
Eppure, c’è un piccolo dettaglio: la maggior parte degli utenti crede che ChatGPT funzioni come “un motore di ricerca particolarmente furbo”.
Secondo un’indagine del Searchlight Institute condotta nell’estate 2025 su oltre 2.300 adulti americani, il 45% è convinto che, quando si pone una domanda a ChatGPT, l’IA “cerchi la risposta esatta in un database”. Un altro 21% pensa che segua “script pre-scritti”, come un albero decisionale sofisticato. Solo il 28% comprende che si tratta di generazione probabilistica: il modello prevede la parola successiva basandosi su pattern appresi da enormi quantità di testo, senza alcun “lookup” diretto.
In altre parole, sette utenti su dieci trattano ChatGPT come una “versione potenziata di Google”, convinti che stia recuperando fatti da un archivio immacolato, mentre sta inventando – sì, letteralmente inventando – frasi plausibili in tempo reale dagli atomi di linguaggio che ha assorbito e organizzato per affinità e frequenza durante il suo addestramento. È più simile a uno specchio che riflette le strutture del linguaggio umano che a una finestra aperta sulla realtà: restituisce immagini plausibili e ben formate, ma non garantisce che ciò che vedi “là fuori” esista davvero così com’è.
Questo equivoco non è innocuo, attenzione. Se si pensa che l’IA “cerchi” e “trovi” risposte, si tende a fidarsi ciecamente, ignorando le “allucinazioni” – quelle risposte plausibili ma completamente inventate – che continuano a infestare anche i modelli più avanzati. Pew Research conferma: nel 2025, il 34% degli adulti americani ha usato ChatGPT, ma la consapevolezza dei suoi limiti rimane bassa. Tra i giovani, che lo impiegano massicciamente per compiti scolastici, il rischio è ancora maggiore: trattare un generatore probabilistico come un’enciclopedia infallibile può portare a una dipendenza acritica, proprio mentre le competenze di verifica e pensiero critico dovrebbero essere al centro della formazione.
Il paradosso è intrigante: mai, nella storia una tecnologia, si era diffusa così rapidamente con una comprensione così limitata del suo funzionamento. È come se milioni di persone guidassero automobili elettriche convinte che funzionino ancora a benzina. Funziona, va veloce, è comoda… ma prima o poi qualcuno si chiederà perché non ci sia il serbatoio.
Forse è ora di aggiornare il “manuale d’istruzioni”. O, più realisticamente, di investire in alfabetizzazione all’IA, come sto facendo ormai io stesso, da oltre due anni, attraverso libri e formazione, senza demonizzare lo strumento come fanno spesso i media mainstream o i “cacciatori di click”, piuttosto spingere a usarlo con gli occhi e la mente ben aperti. Altrimenti, rischiamo di avere una società iper-connessa con un’intelligenza artificiale collettiva che, ironicamente, rimane piuttosto… analogica nelle sue convinzioni.
Perché, in fondo, ChatGPT più che un “motore di ricerca”, è un “improvvisatore geniale”, statistico e probabilistico. E merita un pubblico che lo apprezzi per quello che è, non per quello che crede di essere.
Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, ha pubblicato su Time una riflessione sull’“età intelligente”, sostenendo che l’intelligenza artificiale stia erodendo la fiducia operativa necessaria al funzionamento delle società. Secondo Schwab, il problema non è solo la diffusione di contenuti falsi, ma la difficoltà crescente nel distinguere ciò che è autentico, con il rischio di indebolire l’idea stessa di una realtà condivisa. In questo contesto, la conoscenza scientifica rischia di essere percepita come una narrazione tra le altre, perdendo il suo ruolo di riferimento per le decisioni collettive. L’AI, producendo risposte plausibili e coerenti, può spostare l’attenzione dalla verifica all’utilità immediata, alimentando bias e un circolo vizioso informativo. Schwab conclude avvertendo che la frammentazione della verità e il deterioramento della fiducia potrebbero portare a una fase di instabilità politica, economica e sociale.
Una revisione pubblicata sulla rivista Cyborg and Bionic Systems analizza l’emergere dell’“empatia artificiale” in sanità, ovvero la capacità delle tecnologie AI di percepire, interpretare e simulare risposte empatiche nelle interazioni con i pazienti. In un contesto globale segnato da una crescente carenza di personale sanitario, robot sociali, giochi multiplayer terapeutici e agenti virtuali vengono proposti come strumenti di supporto emotivo oltre che funzionale. Secondo Tianyu Jia, ricercatore dell’Imperial College London, l’empatia artificiale si basa su algoritmi di riconoscimento delle emozioni che utilizzano segnali comportamentali e fisiologici, senza un’esperienza affettiva genuina. Gli autori evidenziano il potenziale dei modelli generativi e multimodali per interazioni più naturali, ma anche limiti importanti, dalla scarsa validazione clinica ai rischi etici di “pseudo-empatia” e falso attaccamento. La conclusione è chiara: queste tecnologie dovrebbero integrare, non sostituire, la relazione umana nella cura.
Il termine “slop” è stato scelto come parola dell’anno 2025 da Merriam-Webster e The Economist, incarnando il crescente disagio globale verso i contenuti digitali di bassa qualità generati dall’intelligenza artificiale. In origine usata per indicare scarti o rifiuti, la parola è oggi associata a testi, immagini e video prodotti in massa da sistemi automatici senza valore creativo o informativo. La rapida diffusione dell’AI generativa, trainata anche da aziende come OpenAI, ha contribuito a inondare il web di materiali superficiali e spesso fuorvianti. Secondo editori e analisti, l’affermazione di “slop” segnala una maggiore consapevolezza critica degli utenti nei confronti di questa deriva. Il dibattito evidenzia, inoltre, la necessità di distinguere tra l’uso dell’AI come strumento di supporto alla creatività umana e il suo impiego per produrre contenuti inutili e non richiesti.
Un’indagine condotta su 23.216 persone in 30 paesi rivela che l’Italia è penultima nella comprensione dell’IA, con solo il 50% degli intervistati che dichiara di capirne il funzionamento, contro una media globale del 67%. Nonostante ciò, il 46% conosce prodotti e servizi basati sull’IA e oltre la metà ritiene che i vantaggi superino gli svantaggi. L’IA è vista come la tecnologia più impattante per il futuro, ma persistono timori legati a privacy, dipendenza tecnologica e perdita di posti di lavoro. La ricerca evidenzia inoltre come l’IA stia già trasformando il modo in cui gli italiani lavorano e si informano.
Fidji Simo, CEO di Instacart ed ex dirigente di Meta, è stata nominata responsabile delle applicazioni di OpenAI. Il suo incarico prevede la trasformazione delle ricerche avanzate dell’azienda in prodotti utili e accessibili, come ChatGPT. Simo ha delineato una visione ambiziosa dell’AI come “grande riequilibratore”, capace di migliorare salute, conoscenza e creatività, con proposte come coach virtuali personalizzati. Intende rafforzare la presenza consumer di OpenAI anche attraverso alleanze strategiche e progetti hardware in collaborazione con Jony Ive. La sua nomina segna un ulteriore passo verso l’adozione diffusa e consapevole dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana.