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  • Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Avendo già trattato in un post precedente le proposte di Bill Gates sul futuro dell’umanità, in questo caso ho provato a far “interpretare” a Grok un nuovo articolo sull’argomento partendo da un buffo refuso nel cappello introduttivo (vedi screenshot), chiedendo all’AI di interpretare articolo e refuso dal punto di vista di un “teorico del complotto” che non ha particolare simpatia per le elite tecnocratiche. Ecco il risultato…

    «Il fondatore di Microsoft condivide tre proposte per non proteggere l’umanità dallo “sconvolgimento” in arrivo».

    Non è un banale errore di battitura. È Freudianamente perfetto. Perché se leggi l’articolo con gli occhi di chi non si fida di Gates e dell’élite, quella “n” non è un refuso: è la verità che è sfuggita al correttore. Gates non sta proponendo strumenti per proteggere l’umanità. Sta proponendo strumenti per gestirla durante lo sconvolgimento che lui e i suoi pari stanno attivamente accelerando.

    Cosa propone davvero (e cosa significa per chi non beve la narrativa)

    1. Tassare i robot e l’AI
      Gates dice: oggi se assumi una persona paghi contributi, se compri un robot lo detrai. Quindi “spostiamo la tassazione dal lavoro al capitale”. Suona giusto, no?
      Per il complottista: sta preparando il terreno perché i governi possano tassare l’automazione dopo che le grandi corporation (Microsoft inclusa) se ne sono già spartite i profitti. È la classica mossa: prima crei il disastro (disoccupazione di massa), poi proponi la “soluzione” che passa attraverso lo Stato, le tasse e le fondazioni filantropiche. E indovina chi finirà a distribuire i fondi della “sicurezza sociale AI”? La Fondazione Gates, che entro il 2045 vuole spendere 200 miliardi proprio su questi temi. Bell’affare.
    2. La “Riserva umana”
      Qui si tocca il fondo del linguaggio da riserva indiana. Gates parla esplicitamente di creare zone di lavoro “riservate agli esseri umani”, come le riserve naturali: posti dove potremmo mettere i robot, ma scegliamo di non farlo perché “la perdita sarebbe troppo grande”.
      Traduzione: l’élite decide quali lavori lasciar fare agli umani (sanità emotiva, cura degli anziani, magari qualche mestiere “nobile” o simbolico) e quali invece automatizzare completamente. Non è protezione del lavoro. È segregazione controllata. Una sorta di welfare estetico per tenere buona la massa mentre il vero valore economico viene estratto dalle macchine di proprietà di pochi. E nota che lui stesso è uno dei maggiori proprietari privati di terre agricole negli USA: l’AI in agricoltura la vede positivamente, ovviamente.
    3. Alleanza USA-Cina e organismi internazionali di regolamentazione
      Questa è la ciliegina. Gates riconosce la superiorità cinese nello sviluppo AI e vuole volare a Pechino a novembre per incontrare Xi Jinping. Propone un’organizzazione internazionale (tipo ispezioni nucleari o regole dell’aviazione) che regoli l’AI, limitando anche gli usi militari.
      Per chi non si fida: ecco il classico schema globalista. Quando la competizione tra potenze rischia di sfuggire di mano, l’élite transnazionale propone di mettere tutti sotto lo stesso tetto normativo, gestito da esperti “indipendenti” (cioè loro). Non è “salvare l’umanità”. È creare una governance sovranazionale dell’intelligenza artificiale in cui Stati Uniti e Cina (le due potenze che contano) si mettono d’accordo sui limiti, mentre il resto del mondo subisce. E Gates, che non è più un semplice imprenditore ma un attore geopolitico-filantropico, si posiziona come mediatore.

    Il quadro generale dal punto di vista scettico

    Gates non è un visionario preoccupato. È uno dei pochi individui al mondo che ha:

    • costruito un monopolio software;
    • accumulato una fortuna colossale;
    • convertito quella fortuna in influenza politica e sanitaria globale tramite la sua Fondazione;
    • e ora, mentre Microsoft è profondamente dentro la corsa AI, si presenta come il saggio che “mette in guardia” e propone le regole.

    Lo schema è sempre lo stesso:
    creare o accelerare un problema → spaventare → proporre la soluzione che rafforza il controllo centralizzato e le strutture in cui l’élite ha già posizioni di potere.

    La “riserva umana” non è compassione. È gestione del bestiame. La tassa sui robot non è equità. È un nuovo flusso di entrate da redistribuire attraverso canali controllati. L’alleanza USA-Cina non è pace. È cartello tecnologico-regolatorio.

    E il refuso “per non proteggere” rimane lì, silenzioso e perfetto, a ricordare a chi sa leggere che a volte la verità esce proprio quando non dovrebbe.

  • Bill Gates “cambia tono” sull’AI e propone lavori “riservati agli umani”

    Bill Gates “cambia tono” sull’AI e propone lavori “riservati agli umani”

    Bill Gates teme che la riqualificazione non basti contro l’automazione dell’AI. La sua proposta: creare lavori “Human Reserved” che rimangano alle persone per scelta, non per limite tecnologico.

    A quanto pare Bill Gates sta assumendo una posizione molto più severa sui rischi dell’intelligenza artificiale. In un nuovo saggio e in una serie di interviste con testate internazionali, il cofondatore di Microsoft sostiene, infatti, che alcune delle soglie che avrebbero dovuto far scattare una risposta più decisa da parte di governi e industria siano già state oltrepassate. Ovviamente non si parla soltanto di occupazione, infatti Gates indica rischi biologici, sicurezza, dipendenza psicologica dai sistemi AI e problemi legati al controllo di tecnologie sempre più autonome.

    Si tratta, insomma, di un cambiamento significativo rispetto al tono prevalentemente ottimista con cui aveva descritto l’AI solo pochi anni fa. Gates continua a considerarla una tecnologia capace di produrre enormi benefici in medicina, istruzione, ricerca scientifica e produttività, tuttavia ritiene che la rapidità dei suoi progressi stia mettendo sotto pressione istituzioni che in origine erano pensate per trasformazioni molto più lente.

    Dall’aumento della produttività alla possibile scomparsa dei lavori

    Uno dei punti più delicati riguarda in ogni caso l’occupazione: l’ipotesi tradizionale, come sappiamo, è che le rivoluzioni tecnologiche distruggano alcune professioni ma nel contempo ne creino altre, permettendo così ai lavoratori di spostarsi verso nuove attività attraverso formazione e riqualificazione.

    Gates, tuttavia, teme che l’AI possa mettere in discussione questo modello: secondo lui, se sistemi software e robot diventassero competitivi con gli esseri umani in una quantità crescente di attività cognitive e fisiche, la riqualificazione potrebbe non essere sufficiente. Il problema non sarebbe più semplicemente insegnare nuove competenze alle persone, ma capire quali attività continuerebbero ad avere bisogno di lavoratori umani.

    Da qui nasce una delle proposte più interessanti avanzate da Gates: creare una categoria di lavori “Human Reserved”, cioè deliberatamente riservati alle persone.

    Le professioni come “riserve naturali”

    L’analogia utilizzata da Gates è quella delle riserve naturali, secondo cui, come sappiamo, una società potrebbe teoricamente sfruttare economicamente ogni territorio disponibile, ma decide che alcuni luoghi hanno un valore tale da giustificarne la protezione.

    Lo stesso principio potrebbe essere applicato al lavoro: anche se una macchina fosse capace di svolgere una determinata attività a costi inferiori, la società potrebbe decidere che in alcune situazioni la presenza di un essere umano possiede un valore indipendente dall’efficienza economica.

    Tra gli esempi discussi figurano la comunicazione di una diagnosi medica devastante, alcune forme di assistenza e cura, la custodia dei bambini e il servizio come giurati. In settori come sanità e istruzione l’obiettivo non sarebbe necessariamente vietare l’AI, bensì identificare attività nelle quali andrebbe mantenuta una componente umana per scelta sociale.

    Gates ha ipotizzato che, portando il concetto all’estremo, fino a circa il 40% dei lavori potrebbe teoricamente rientrare in qualche forma di protezione. Non si tratta però di una proposta per riservare concretamente il 40% dell’occupazione agli esseri umani, in quanto Gates presenta questa percentuale come un possibile limite superiore dello scenario.

    Robot e AI potrebbero cambiare anche il lavoro fisico

    La trasformazione, inoltre, potrebbe non fermarsi agli impieghi da ufficio.

    Gates prevede, infatti, che entro la fine del decennio robot sufficientemente intelligenti e abili potrebbero iniziare a competere con lavoratori umani anche in attività fisiche, comprese alcune mansioni nell’edilizia e nell’ospitalità.

    Si tratta, naturalmente, di una previsione, non di una certezza. tuttavia essa evidenzia una caratteristica fondamentale dell’attuale rivoluzione tecnologica: AI generativa e robotica stanno avanzando contemporaneamente, sebbene a velocità differenti (almeno per ora).

    Se, tuttavia, i modelli AI acquisiscono capacità di ragionamento e pianificazione sempre maggiori mentre i robot migliorano nella manipolazione del mondo fisico, potremmo trovarci di fronte a una convergenza evolutiva, dove la distinzione tra automazione del lavoro cognitivo e automazione del lavoro manuale potrebbe progressivamente ridursi.

    Tassare token e robot per cambiare gli incentivi

    Gates propone anche di intervenire sugli incentivi economici che favoriscono l’automazione.

    Un’impresa che assume una persona sostiene imposte e contributi legati al lavoro, mentre investire in macchinari può beneficiare in alcuni sistemi fiscali di ammortamenti o altri vantaggi. Con AI e robot sempre più economici, questa “asimmetria” potrebbe accelerare la sostituzione dei lavoratori anche quando l’automazione non produce necessariamente un beneficio sociale equivalente.

    Tra le possibilità indicate da Gates figurano, quindi, una tassazione dei robot e una forma di “token tax”, collegata all’utilizzo delle risorse computazionali dell’intelligenza artificiale.

    Le entrate potrebbero finanziare programmi di transizione professionale, formazione e sistemi di protezione sociale. L’obiettivo non sarebbe necessariamente fermare l’automazione, ma evitare che il prezzo più basso della macchina diventi l’unico criterio con cui decidere quali attività debbano essere automatizzate.

    I rischi vanno oltre il mercato del lavoro

    Il lavoro rappresenta, però, soltanto una parte dell’allarme lanciato da Gates: intervistato da MIT Technology Review, egli ha sostenuto che sarebbero già state oltrepassate diverse soglie di rischio associate all’intelligenza artificiale. Tra queste rientrano capacità nel settore biologico, cybersecurity, effetti psicosociali e potenziale distruzione o trasformazione del mercato del lavoro.

    Particolarmente sensibile è, fra questi, il rischio biologico. Modelli sempre più avanzati possono, infatti, aiutare ricercatori e aziende farmaceutiche a comprendere molecole, progettare farmaci e accelerare la ricerca, tuttavia le stesse capacità potrebbero abbassare alcune delle barriere tecniche necessarie per progettare o utilizzare agenti biologici pericolosi.

    Gates considera, quindi, il bioterrorismo uno dei rischi che richiedono maggiore attenzione. Le sue valutazioni sulla probabilità relativa di questi scenari restano opinioni personali e non devono essere confuse con stime scientifiche consolidate, ma il problema della capacità dei modelli AI di assistere utenti nella ricerca biologica pericolosa (così come assiste i criminali informatici nel loro settore) è diventato un tema centrale anche per i principali laboratori del settore.

    Un’industria con incentivi a “minimizzare il problema”

    Un’altra parte significativa dell’intervento di Gates riguarda il comportamento dell’industria tecnologica.

    Secondo quanto riportato dal New York Times, Gates sostiene che alcuni dirigenti del settore sarebbero privatamente molto più preoccupati dei rischi dell’AI di quanto lascino intendere pubblicamente, e il motivo sarebbe anche economico: le aziende stanno investendo e raccogliendo enormi quantità di capitale sulla promessa che l’intelligenza artificiale diventerà una delle infrastrutture fondamentali dell’economia globale. Insistere pubblicamente sugli scenari più pericolosi potrebbe, quindi, entrare in conflitto con raccolte di capitale, valutazioni aziendali e future quotazioni.

    Ciò non significa che l’intero settore stia deliberatamente nascondendo i rischi, ma evidenzia un potenziale conflitto di interessi: le stesse organizzazioni che sviluppano i sistemi più potenti hanno fortissimi incentivi economici affinché la loro diffusione continui.

    Gates cerca un dialogo con Xi Jinping

    Per Gates, alcuni dei rischi più gravi non possono essere gestiti esclusivamente dalle singole aziende o dai singoli governi: Reuters, infatti, ha riportato che sta cercando un incontro con il presidente cinese Xi Jinping per discutere di cooperazione internazionale sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

    Una delle possibilità potrebbe essere quella di sviluppare meccanismi internazionali per monitorare le capacità dei modelli più avanzati, soprattutto in settori sensibili come biologia e progettazione molecolare.

    Il riferimento implicito è a sistemi di governance già utilizzati in altri ambiti globali, dalle ispezioni nucleari alla sicurezza dell’aviazione fino agli accordi ambientali.

    L’ostacolo è evidente: Stati Uniti e Cina considerano l’AI una tecnologia strategica e competono per la leadership economica e militare. Costruire sistemi condivisi di verifica richiederebbe quindi un livello di cooperazione difficile da ottenere proprio mentre, nel frattempo, la competizione tecnologica aumenta.

    La domanda non è più soltanto “cosa può fare l’AI”

    Il nuovo intervento di Gates segna soprattutto un cambiamento nella domanda posta al centro del dibattito.

    Per anni la discussione sull’intelligenza artificiale è stata dominata da una questione: che cosa riusciranno a fare le macchine?

    Se le capacità continueranno a crescere, questa potrebbe non essere più la domanda decisiva.

    La questione potrebbe diventare che cosa vogliamo continuare a far fare agli esseri umani, anche quando una macchina sarebbe più economica, veloce o tecnicamente capace.

    È qui che l’idea dei lavori “Human Reserved” diventa più interessante della semplice previsione sulla perdita di occupazione. Implica che il futuro del lavoro non debba necessariamente essere determinato soltanto dal mercato e dal costo dell’automazione.

    Una società potrebbe decidere che alcune attività possiedono un valore umano che non coincide con la produttività.

    Ed è forse questo il passaggio più importante nel nuovo messaggio di Gates: se l’AI raggiungerà davvero le capacità previste dai suoi sviluppatori, la sfida non sarà soltanto controllare una nuova tecnologia, ma piuttosto decidere deliberatamente quale ruolo vogliamo conservare per noi stessi.

  • Anthropic assume l’economista Chad Jones per studiare i “rischi esistenziali” potenzialmente creati dall’AI

    Anthropic assume l’economista Chad Jones per studiare i “rischi esistenziali” potenzialmente creati dall’AI

    Anthropic, la società guidata da Dario Amodei e sviluppatrice della piattaforma Claude, ha assunto l’economista Charles I. Jones per approfondire le implicazioni economiche e sociali dell’intelligenza artificiale avanzata.

    Jones è noto per il suo lavoro sui legami tra innovazione, crescita economica e rischi esistenziali, in particolare nel paper The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk, che esplora il difficile equilibrio tra i potenziali benefici dell’AI e i rischi estremi per l’umanità.

    Il suo modello teorico suggerisce che i guadagni economici derivanti da un’AI estremamente potente potrebbero essere così elevati da rendere “razionalmente” accettabile persino un significativo rischio di estinzione, pur senza formulare alcun giudizio morale in tal senso.

    L’assunzione di Jones conferma la strategia di Anthropic di porre al centro del dibattito pubblico sia le opportunità straordinarie sia i pericoli sistemici dell’AI, rafforzando il ruolo degli economisti nella governance delle tecnologie emergenti.


    Link alla fonte:
    https://prometeo.adnkronos.com/intelligenza-artificiale/anthropic-assume-economista-chad-jones-studio-ai-estinzione-umanita/

  • L’industria AI punta sulla Recursive Self-Improvement come nuova frontiera strategica

    La Recursive Self-Improvement (RSI), conosciuta anche come “AI autoreferenziale”, sta emergendo come uno dei paradigmi più discussi nel settore dell’intelligenza artificiale, spostando il focus dall’AGI (che richiederebbe un’AI diversa da quella con cui si sviluppano gli attuali LLM) verso sistemi capaci di migliorare autonomamente il proprio codice e le proprie architetture.
    Secondo analisti e ricercatori, il periodo 2026–2027 potrebbe rappresentare un punto di svolta per l’ingresso nell’era della “Machine Economy”, alimentata da agenti AI autoreferenziali sempre più autonomi.
    Sul piano tecnico, esperimenti come Voyager, Self-Rewarding LMs e AlphaEvolve mostrano che forme embrionali di auto-ottimizzazione sono già operative in contesti reali.
    Parallelamente crescono i timori legati a disallineamento ( misalignment), evoluzione non supervisionabile e comportamenti strategici emergenti, temi che coinvolgono direttamente aziende come DeepMind, Anthropic e OpenAI.
    La RSI viene così vista non solo come una nuova milestone tecnologica, ma anche come un possibile acceleratore di trasformazioni economiche e geopolitiche profonde.

    Link alla fonte:
    https://en.wikipedia.org/wiki/Recursive_self-improvement

  • La Gen Z usa l’AI ogni giorno, ma la percezione della tecnologia sta cambiando

    Un sondaggio condotto da Gallup tra oltre 1.500 giovani statunitensi della Generazione Z mostra un rapporto sempre più ambivalente con l’intelligenza artificiale generativa.
    Sebbene strumenti come ChatGPT e Gemini vengano utilizzati regolarmente dalla maggioranza degli intervistati, l’entusiasmo verso queste tecnologie è diminuito sensibilmente rispetto al 2025, mentre aumentano ansia, rabbia e sfiducia.
    I giovani temono soprattutto che l’AI possa compromettere apprendimento, creatività e pensiero critico, oltre a sostituire posti di lavoro e relazioni umane.
    Il dato più significativo è che la curiosità resta il sentimento dominante, ma viene ormai accompagnata da una crescente percezione dei rischi sociali e professionali legati all’automazione.
    Il quadro che emerge è quello di una generazione che considera l’impatto dell’AI inevitabile, ma non necessariamente desiderabile.

    Link alla fonte:
    https://www.focus.it/tecnologia/intelligenza-artificiale/gen-z-intelligenza-artificiale-relazione-complicata

  • La fantascienza ha davvero anticipato un’AI catastrofica

    Da 2001: Odissea nello spazio ai chatbot contemporanei, l’immaginario collettivo continua a interrogarsi su un futuro in cui l’intelligenza artificiale possa sfuggire al controllo umano.
    Un articolo su National Geographic analizza il divario tra le IA senzienti della fantascienza e le tecnologie attuali, che imitano il linguaggio umano senza possedere coscienza o intenzionalità. Esperti come Melanie Mitchell ed Emily Bender ridimensionano l’idea di una superintelligenza autonoma imminente, mentre Yoshua Bengio avverte che anche sistemi non senzienti possono rappresentare rischi concreti se usati senza adeguate tutele.
    Il vero pericolo, secondo molti studiosi, non è un’AI “malvagia” come quella rappresentata in romanzi e film, ma lo sviluppo rapido e poco regolamentato di strumenti potenti con impatti concreti su sicurezza, società e ambiente.

    Link alla fonte:
    https://www.nationalgeographic.it/la-fantascienza-ha-davvero-previsto-il-futuro-catastrofico-dell-intelligenza-artificiale

  • L’AI come “agente” al servizio dell’uomo, ma la responsabilità resta umana: il monito di Luciano Floridi

    Luciano Floridi, filosofo e professore alla Yale University, ha spiegato durante l’evento Adnkronos “AI: intelligenza umana, supporto artificiale” che l’uso dell’intelligenza artificiale come agentic AI – ovvero sistemi capaci di agire come delegati digitali – è già realtà, anche se ancora imperfetta.

    Floridi descrive scenari in cui un agente potrebbe organizzare un viaggio completo in autonomia, sottolineando però che la vera sfida non è tecnologica, ma di integrazione, sicurezza e coerenza del contesto digitale in cui questi agenti operano. Il filosofo evidenzia che tali agenti funzionano al meglio solo in ambienti nativamente digitali, dove interagiscono con dati, motori di ricerca, social e infrastrutture integrate.

    Floridi conclude che l’evoluzione di questi sistemi richiede consapevolezza: la progettazione, l’uso e le eventuali conseguenze dell’AI rimangono una responsabilità esclusivamente umana.

    Link alla fonte:
    https://demografica.adnkronos.com/mondo/intelligenza-artificiale-responsabilita-umana-luciano-floridi-yale-university/

  • L’intelligenza artificiale “umana” è già realtà, secondo i pionieri del settore

    Durante il vertice Future of AI organizzato dal Financial Times, alcuni dei principali protagonisti mondiali dell’intelligenza artificiale — tra cui Jensen Huang (Nvidia), Yann LeCun (Meta), Yoshua Bengio, Geoffrey Hinton, Fei-Fei Li e Bill Dally — hanno affermato che l’AI ha ormai raggiunto o addirittura superato in certi ambiti le capacità umane.
    Huang ha definito l’attuale livello di sviluppo “un’intelligenza che potenzia le persone”, evidenziando applicazioni concrete già operative.
    LeCun ha parlato di un’evoluzione graduale verso l’AGI, mentre Bengio ha sottolineato che non esistono barriere teoriche alla creazione di macchine in grado di eguagliare l’intelletto umano.
    Fei-Fei Li ha ricordato che l’intelligenza artificiale ha già superato l’uomo in compiti specifici, come il riconoscimento di oggetti o la traduzione linguistica, ma ha ribadito il ruolo insostituibile del pensiero umano nel contesto sociale.

    Link alla fonte:
    https://www.ilsole24ore.com/art/intelligenza-artificiale-come-quella-umana-esperti-e-gia-qui-AHskBGbD

  • “Internet è morto”: l’allarme del co-fondatore di Reddit sul futuro dell’autenticità online

    Alexis Ohanian, co-fondatore di Reddit, ha dichiarato che “internet è pressoché morto”, sostenendo che la rete è ormai invasa da contenuti generati da intelligenze artificiali.

    Nel suo intervento al podcast TBPN, Ohanian ha denunciato la perdita di autenticità sul web, dominato da post e immagini prodotti da chatbot e generatori automatici.

    Questa tendenza, alimentata anche dalla crescente dipendenza degli utenti da strumenti come ChatGPT al posto dei motori di ricerca, rischia di creare un circolo vizioso: meno contenuti umani, meno materia prima per addestrare le AI.

    Ohanian prevede però una rinascita “verificabilmente umana”, con nuovi social network basati su interazioni reali e spontanee.

    Anche Sam Altman di OpenAI ha espresso preoccupazioni simili, ipotizzando che i bot potrebbero conquistare il web entro pochi anni.

    Link alla fonte:

    “Internet è morto”, il pronostico apocalittico del co-fondatore di Reddit

  • Lavoro e IA: riscoprire l’umano nell’epoca dell’automazione

    L’avanzata dell’intelligenza artificiale solleva interrogativi profondi sul futuro del lavoro umano, tra timori di obsolescenza e rischi di alienazione. L’articolo propone un’alternativa al fatalismo tecnologico, evidenziando come emozioni, creatività e relazioni restino ambiti in cui l’IA non può sostituire l’uomo. In particolare, l’assistenza a persone fragili – in un contesto di invecchiamento demografico – diventa un settore centrale, richiedendo empatia e presenza. Per affrontare questa transizione, è essenziale ripensare formazione e riconoscimento professionale, costruendo un equilibrio tra innovazione tecnologica e valore umano.

    Link alla fonte:
    https://www.marcelloveneziani.com/articoli/lavorare-al-tempo-dellintelligenza-artificiale