Tag: AGI

  • AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    Quando una previsione sull’AGI viene continuamente spostata in avanti, resta una previsione tecnica o diventa una narrativa?

    C’è una cosa che non manca mai nel dibattito sull’intelligenza artificiale: l’annuncio che l’AGI è imminente.

    A volte è “entro due anni”. A volte “entro la fine del decennio”. A volte, nei momenti di maggiore euforia, “potrebbe essere già qui e non ce ne siamo accorti”. Il refrain è sempre lo stesso: siamo vicini, più vicini di quanto pensiate, e chi dubita è un miscredente o non ha capito nulla.

    Il problema è che, semplicemente, questa narrazione dura da troppo tempo per essere ancora credibile così com’è.

    Cosa significa davvero “AGI”

    Prima di tutto bisogna mettersi d’accordo su cosa si stia promettendo.

    Nella versione più operativa (quella usata dai laboratori), AGI significa un sistema capace di svolgere la stragrande maggioranza dei compiti intellettuali a livello umano o superiore. Una definizione “comportamentale”, funzionale. Non richiede coscienza, non richiede comprensione autentica, non richiede volontà. Richiede prestazioni.

    Ma nel discorso pubblico questa distinzione viene quasi sempre cancellata. Si parla di AGI come se fosse l’arrivo di un’entità intelligente in senso pieno: qualcosa che capisce, vuole, ragiona come noi (o meglio di noi). Ec è qui inizia il cortocircuito.

    Cosa abbiamo davvero, oggi

    Quello che abbiamo oggi è un mix di due cose:

    1. Modelli statistici enormi (LLM) che prevedono sequenze di token con straordinaria efficacia (ma non senza errori potenziali).
    2. Software sempre più sofisticato che li interroga, li guida, li fa ragionare “a catena”, li collega a strumenti e ambienti.

    Questo insieme produce risultati impressionanti, e in molti ambiti è già più capace della media degli esseri umani. Ma resta un sistema di predizione + orchestrazione. Non ha volontà propria, non ha esperienza soggettiva, non ha comprensione nel senso forte del termine. Simula aspetti dell’intelligenza con una potenza che cresce di anno in anno, ma non è vera intelligenza.

    Dire che stiamo “costruendo l’AGI” mentre in realtà stiamo “scalando” modelli statistici e migliorando il software che li usa, è come dire che stiamo costruendo un essere vivente perché abbiamo creato un meccanismo molto bravo a imitare certi suoi comportamenti.

    Gli annunci e i loro incentivi

    I leader dei grandi laboratori hanno tutto l’interesse a mantenere viva l’idea che l’AGI sia dietro l’angolo, perché ciò serve a:

    • raccogliere capitali
    • attrarre talenti
    • giustificare investimenti infrastrutturali enormi
    • tenere alta la pressione mediatica e politica

    Non è una cospirazione, ma semplicemente un allineamento di incentivi. Quando il tuo modello di business e la tua narrativa di potere dipendono dall’idea che “siamo vicinissimi”, è difficile aspettarsi toni sobri.

    Le survey più ampie da parte di ricercatori raccontano una storia diversa. Le mediane si spostano, è vero, ma restano lontane dagli annunci più aggressivi. E una parte non banale della comunità scientifica continua a dubitare che lo scaling puro dell’approccio attuale sia sufficiente.

    Il pezzo che manca

    Anche ammettendo che si riesca a costruire sistemi comportamentalmente generali e altamente capaci, resta aperta la questione più scomoda: coscienza, comprensione, intenzionalità.

    Finché questi aspetti restano irrisolti (e al momento lo sono), parlare di “vera intelligenza” è una scorciatoia linguistica. Possiamo avere macchine straordinariamente competenti, ma non abbiamo ancora motivo solido per dire che stiamo costruendo qualcosa che capisce o vuole nel senso in cui lo intendiamo noi esseri umani.

    Realismo, piuttosto che scetticismo sterile

    Non si tratta di dire che l’AGI è impossibile, perché non lo è. Il cervello esiste, l’intelligenza è un fenomeno fisico, e non c’è alcuna legge nota che vieti di replicarne (o superarne) le capacità.

    Si tratta, invece, di smetterla di accettare come scontato ciò che ancora non lo è. Gli annunci di imminenza ripetuti per anni, senza che i pezzi mancanti vengano colmati in modo convincente, finiscono per assomigliare più a una strategia narrativa (orientata al marketing) che a una previsione tecnica.

    Il progresso è reale, e le capacità aumentano. Ma tra “sistemi sempre più potenti che simulano aspetti dell’intelligenza” e “AGI imminente” c’è ancora una distanza che non si colma a colpi di comunicati stampa.

    Forse ci arriveremo, e forse ci arriveremo prima di quanto pensino gli scettici.
    Ma continuare a vendere l’imminenza come fatto quasi compiuto, mentre il nucleo del problema resta aperto, non è realismo. È, appunto, marketing travestito da profezia.

  • L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    Un LLM è un modello numerico, ma ciò che chiamiamo “IA” è sempre più spesso un intero sistema di software, tool e orchestrazione. Capire questa distinzione cambia anche il modo in cui attribuiamo responsabilità ai suoi errori. Errori che, come recitano ancora dopo quattro anni gli avvisi sotto la chat, sono ancora potenzialmente presenti.

    Guardate l’immagine che fa da cover a questo post: un robottino confuso, mano al mento, sguardo interrogativo, circondato da icone di errore, warning e documenti che dicono “sbagliato”. Sotto, ho aggiunto le interfacce di Gemini, Claude e ChatGPT per mostrare come ripetono, dopo anni, tutte la stessa formula di rito: può commettere errori, verifica sempre.

    Quel messaggio potrebbe apparire come una sorta di marketing difensivo, ma in realtà è la “dichiarazione di realtà” più onesta che queste aziende abbiano mai fatto e facciano ancora oggi.

    Perché, giova ripeterlo, l’intelligenza artificiale generativa non “pensa”, non “capisce”, non “ragiona”, insomma non è “senziente”. È un sistema statistico di previsione della prossima parola, addestrato su quantità enormi di testo, che produce sequenze altamente probabili rispetto ai pattern che ha assorbito. Nient’altro.

    Un Large Language Model (LLM), nella sua forma grezza, è un agglomerato inerte di valori numerici: miliardi di parametri organizzati in matrici e tensori. In sé non fa nulla, potremmo paragonarlo al cervello nel vaso che Igor porta al dottor Frankenstein: un pezzo di materia organizzata, privo di vita propria, finché qualcuno non lo collega a un sistema che lo alimenta e lo fa funzionare. Il “qualcuno”, in questo caso, è il codice di inferenza: il software che carica i pesi, esegue i forward pass, campiona i token, gestisce il contesto, applica le temperature, i top-p, i filtri di sicurezza e tutto il resto. Senza quel codice, il modello resta un file “morto” su disco. Con quel codice, diventa capace di generare testo che sembra intelligente.

    La distinzione che avete appena letto non è pedanteria tecnica, ma bensì il punto centrale della responsabilità nella progettazione, nello sviluppo e nell’utilizzo di questa tecnologia. L’illusione del ragionamento, della comprensione, della “agenticità” non nasce dal modello in quanto tale, ma dal modo in cui gli sviluppatori lo fanno girare, lo “promptano”, lo interconnettono con tool esterni e lo presentano all’utente. Quando un sistema scrive “passo 1, passo 2, passo 3” o costruisce piani elaborati, non sta eseguendo un processo cognitivo, ma sta generando testo che “simula” a tale processo, perché nei dati di addestramento esisteva moltissimo testo di quel tipo, e perché il codice di inferenza è stato progettato per favorire proprio quel tipo di output. Gli “agenti” non sono entità autonome: sono loop di prompt → risposta → nuovo prompt, orchestrati da codice scritto da esseri umani. Moltiplicano il meccanismo originale senza superarlo. Sembra più intelligente perché il cerchio è più lungo e perché gli strumenti esterni mascherano parte della fragilità. Ma il nucleo resta identico: previsione statistica animata da software.

    Ecco perché quegli avvisi sotto le chat non spariscono mai. Non possono sparire, visto che rappresentano l’unico punto in cui le aziende ammettono pubblicamente la natura del prodotto: un sistema fallibile, privo di comprensione, che produce errori sistematici proprio perché non “sa” di cosa sta parlando.

    Eppure, nello stesso momento in cui questi disclaimer restano fissi, assistiamo a un’escalation retorica. OpenAI parla di AGI imminente, di sistemi che “ragionano a livello di un ricercatore PhD”, di scadenze sempre più vicine, di progressi che “cambieranno tutto”. Ammettiamolo, la distanza tra il linguaggio pubblico e la realtà tecnica è diventata abissale. Si continua a vendere l’apparenza come sostanza, la fluenza come intelligenza, la coerenza superficiale come comprensione. E si continua a scaricare su questa “IA” (che di “i” ha veramente poco) una responsabilità che, in realtà, appartiene interamente a chi progetta, addestra, deploya e orchestrata questi sistemi. E a chi li utilizza, a valle.

    L’ironia è quasi perfetta: abbiamo costruito macchine straordinariamente brave a sembrare “pensanti”, e invece di trattarle come strumenti potenti e fallibili — agglomerati inerti animati da codice umano — preferiamo proiettare su di esse le nostre fantasie di soggettività. L’errore non è nella macchina, ma in chi continua a confondere un generatore di testo altamente sofisticato, messo in moto da software scritto da sviluppatori, con qualcosa che “capisce”. E la colpa, per omissione o per azione, è di chi non informa o lo fa in modo fuorviante, mezzi di comunicazione in primis.

    L’IA generativa è uno degli strumenti più potenti mai creati, ma riane uno strumento. E gli strumenti, per quanto “impressionanti”, non pensano, non capiscono, non ragionano. E non diventeranno senzienti solo perché qualcuno ha deciso di chiamare “AGI” o “super intelligenza” la prossima versione del modello, o perché il codice di inferenza è diventato un po’ più elaborato.

    Ora, a meno che aziende come OpenAI, Anthropic Google non abbiano intanto sviluppato modelli secondo criteri alternativi rispetto a quelli che abbiamo visto (e usato) finora, la prossima volta che un chatbot vi dà una risposta sicura di sé, ricordate l’immagine del robot confuso, l’avviso in piccolo sotto la barra di input, e il cervello nel vaso di Young Frankenstein. Quello è il messaggio più onesto che queste tecnologie siano in grado di darvi: non c’è nessuno a casa. C’è solo un agglomerato di numeri e il codice che lo fa parlare.

    Intanto, potete ottenere risultati qualitativamente migliori imparando a “interrogare” nel modo giusto (in un modo “intelligente” dove l’intelligenza parte da voi) questi sistemi di “intelligenza simulata”, magari con l’aiuto del mio manuale sui prompt for Dummies.

  • L’AI generativa è generativa. Punto.

    L’AI generativa è generativa. Punto.

    Non è intelligente. Non ragiona. Non comprende.


    È un sistema statistico che predice la prossima parola (o token) più probabile sulla base di pattern estratti da enormi quantità di testo. Nient’altro.

    Quando “parliamo” con un modello generativo non stiamo dialogando con una mente. Stiamo interrogando, tramite codice, una macchina di probabilità. Il prompt viene trasformato in numeri, processato da strati di reti neurali, e il risultato è una sequenza di token che *sembra* sensata perché è stata addestrata a sembrarlo. Spesso, dietro le quinte, il sistema si appoggia a strumenti esterni (codice, ricerca, calcolatori) per compensare le proprie lacune. Ma la natura di fondo resta statistica, probabilistica e, per definizione, imprevedibile. Può produrre risposte brillanti e, nello stesso istante, allucinazioni clamorose senza alcun senso di contraddizione.

    Chiamarla “intelligenza artificiale” è una scorciatoia di marketing che confonde il pubblico. Generativa sì. Intelligente no. Logica no. Comprensione no.

    L’auspicio è che un giorno si riesca a costruire qualcosa di degno di quel nome: un sistema capace di ragionamento genuino, di comprensione e di coerenza. Fino a quel momento, la prudenza resta obbligatoria. Ogni risposta va verificata, ogni output va trattato con scetticismo, e saper formulare le domande nel modo corretto fa ancora la differenza.

    Intanto, l’AGI rimane un miraggio.

    Ma tu puoi, nel frattempo, cominciare imparando come interrogare l’AI generativa in modo efficace, ho scritto un libro sull’argomento: https://amzn.eu/d/0j0Xb1aO

  • Altman: «La singolarità dell’IA è già iniziata», ma i rischi restano concreti

    Altman: «La singolarità dell’IA è già iniziata», ma i rischi restano concreti

    Secondo quanto riportato, Sam Altman ritiene che l’intelligenza artificiale sia già entrata nell’era della singolarità, una fase in cui il progresso tecnologico diventa sempre più rapido e difficile da prevedere.

    Il CEO di OpenAI descrive questo passaggio come potenzialmente positivo, grazie a nuove scoperte scientifiche, sistemi di IA più avanzati e una crescente automazione della produzione.

    Nella sua visione, robot e data center potrebbero contribuire alla costruzione di nuove infrastrutture, riducendo progressivamente il costo dell’intelligenza artificiale.

    Alle prospettive ottimistiche si contrappongono però rischi attuali legati alla sicurezza informatica, al consumo energetico, all’impatto ambientale e alla possibile perdita di posti di lavoro.

    Più che una singolarità pienamente realizzata, emerge quindi una fase di accelerazione che richiede sistemi di sicurezza, regole e controlli capaci di evolvere insieme alle capacità dei modelli.


    Link alla fonte: https://www.libero.it/tecnologia/era-singolarita-openai-che-significa-120703/amp

  • Un esempio per cui non posso ancora credere all’AGI e neanche fidarmi degli agenti AI

    Un esempio per cui non posso ancora credere all’AGI e neanche fidarmi degli agenti AI

    Se persino AI Mode, con la sua connessione ai server di Google (inteso come motore di ricerca) riesce a insistere per due volte sull’esistenza di una traduzione di un’opera di Ray Kurzweil (menzionandone una pubblicazione da parte di Mondadori) per poi ammettere che NON ESISTE, come facciamo a fidarci ciecamente dell’AI generativa e affidarle compiti “delicati” senza una supervisione umana e un fact checking rigoroso?

    Il consiglio che vi do ancora una volta è quello che dovete stampare e appiccicare sullo schermo con un post-it (o comunque fissare bene in mente): verificate, verificate, verificate.

    Ne ho parlato più volte nei miei post, ma per stavolta mi limito a ricordarvi che la metodologia più efficace consiste nell’estrarre le cosiddette “entità” (entities) dal contenuto prodotto e sottoporle ad almeno due chatbot alternativi con l’uso di ricerca online per un fact checking rigoroso, dopodiché analizzare e confrontare i risultati in un altro chatbot.

    Ora, immaginate cosa accade in un sistema complesso come uno “sciame di agenti” quando una allucinazione entra in gioco durante un task altrettanto complesso. E, infine, provate a immaginare un’AGI basata su una tecnologia che ancora oggi può celare falle di questo tipo in una risposta “convincente”.

  • Mark Chen (OpenAI): l’AGI è vicina e il ruolo dei ricercatori cambierà radicalmente

    Mark Chen (OpenAI): l’AGI è vicina e il ruolo dei ricercatori cambierà radicalmente

    Mark Chen, responsabile della ricerca di OpenAI, ritiene che l’arrivo dell’intelligenza artificiale generale (AGI) sia sempre più vicino e che i modelli AI saranno presto in grado di condurre attività di ricerca sempre più autonome.

    Secondo Chen, i progressi nello scaling dei modelli e nelle nuove tecniche di ragionamento continueranno a spingere le capacità dell’AI oltre quelli che oggi sembrano limiti tecnologici, trasformando il ruolo dei ricercatori umani in quello di ideatori e supervisori delle direzioni di ricerca.

    Il dirigente riconosce però che restano sfide importanti, tra cui la difficoltà di valutare in modo affidabile le prestazioni dei modelli e la loro capacità di trasferire conoscenze tra contesti differenti.

    Pur mantenendo una visione ottimistica, Chen suggerisce che il valore distintivo dell’uomo risiederà sempre più nella creatività, nell’intuizione e nelle esperienze umane, mentre l’AI assumerà una parte crescente del lavoro intellettuale.


    Link alla fonte:
    https://www.redhotcyber.com/post/mark-chen-capo-ricercatore-di-open-ai-lagi-e-imminente-alluomo-restera-poco/

  • DeepMind prevede l’AGI entro il 2030 e sollecita una preparazione urgente

    Ci risiamo. Le ipotesi sono due: o sanno qualcosa che noi non sappiamo (riguardo a nuove metodologie di addestramento e sviluppo che vanno oltre gli LLM attuali e che sono già adottate da tempo non ufficialmente) oppure peccano di troppo ottimismo e non si rendono ancora conto dei limiti dell’attuale AI generativa.

    Comunque sia, la notizia è che Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale generale (AGI) potrebbe arrivare entro il 2030, segnando una svolta storica nello sviluppo tecnologico.

    Secondo Hassabis, i progressi compiuti nel 2026 dagli agenti AI e dalle capacità di utilizzo degli strumenti hanno reso più chiaro il percorso verso sistemi in grado di eguagliare o superare le capacità cognitive umane in molti ambiti.

    Il dirigente avverte che governi, imprese e società civile hanno poco tempo per prepararsi agli impatti economici, sociali e culturali di questa trasformazione.

    La previsione è condivisa da altri leader del settore come Sam Altman, Dario Amodei ed Elon Musk, ma resta contestata da ricercatori e organizzazioni che evidenziano i limiti attuali dei modelli AI e l’assenza di una definizione universalmente accettata di AGI.

    Link alla fonte:

    https://www.hwupgrade.it/news/scienza-tecnologia/google-deepmind-avverte-l-agi-a-pochi-anni-di-distanza-prepariamoci_154427.html

  • L’industria AI punta sulla Recursive Self-Improvement come nuova frontiera strategica

    La Recursive Self-Improvement (RSI), conosciuta anche come “AI autoreferenziale”, sta emergendo come uno dei paradigmi più discussi nel settore dell’intelligenza artificiale, spostando il focus dall’AGI (che richiederebbe un’AI diversa da quella con cui si sviluppano gli attuali LLM) verso sistemi capaci di migliorare autonomamente il proprio codice e le proprie architetture.
    Secondo analisti e ricercatori, il periodo 2026–2027 potrebbe rappresentare un punto di svolta per l’ingresso nell’era della “Machine Economy”, alimentata da agenti AI autoreferenziali sempre più autonomi.
    Sul piano tecnico, esperimenti come Voyager, Self-Rewarding LMs e AlphaEvolve mostrano che forme embrionali di auto-ottimizzazione sono già operative in contesti reali.
    Parallelamente crescono i timori legati a disallineamento ( misalignment), evoluzione non supervisionabile e comportamenti strategici emergenti, temi che coinvolgono direttamente aziende come DeepMind, Anthropic e OpenAI.
    La RSI viene così vista non solo come una nuova milestone tecnologica, ma anche come un possibile acceleratore di trasformazioni economiche e geopolitiche profonde.

    Link alla fonte:
    https://en.wikipedia.org/wiki/Recursive_self-improvement

  • Huang afferma che abbiamo raggiunto l’AGI… ma non ancora “su scala industriale”

    Durante una recente intervista con Lex Fridman Nvidia, tramite il suo CEO Jensen Huang, ha sostenuto che l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) sia già stata raggiunta.
    Huang basa questa affermazione sulla crescente diffusione di agenti autonomi capaci di creare prodotti digitali, contenuti virali e applicazioni innovative senza intervento umano diretto.
    Tuttavia, introduce una distinzione cruciale: se le capacità individuali degli agenti sono avanzate, la coordinazione necessaria per costruire e gestire aziende complesse su scala globale resta irraggiungibile.
    Il CEO sottolinea infatti che replicare strutture industriali come Nvidia tramite agenti IA è, allo stato attuale, impossibile.
    La posizione si inserisce in un dibattito più ampio che coinvolge anche attori come Microsoft e OpenAI, evidenziando l’ambiguità e la natura ancora controversa del concetto di AGI.

    Link alla fonte:
    https://www.adnkronos.com/tecnologia/nvidia-ceo-huang-abbiamo-raggiunto-lintelligenza-artificiale-generale_2saNRir64hLktI5ZuHeNcv

  • Dario Amodei avverte: l’AI entra nella sua “adolescenza” e mette alla prova la civiltà

    Nel saggio “The Adolescence of Technology” (di cui vi lascio il link in basso), Dario Amodei, CEO di Anthropic, sostiene che l’umanità stia entrando in una fase critica dello sviluppo tecnologico, paragonabile a una sorta di “adolescenza turbolenta”.
    Amodei descrive l’arrivo imminente di “AI potenti”, assimilabili a una “nazione di geni in un data center”, capaci di superare l’intelligenza umana in quasi ogni dominio.
    Il saggio analizza tre grandi categorie di rischio: perdita di controllo e autonomia dei modelli, uso malevolo per distruzione (in particolare tramite armi biologiche) e concentrazione del potere politico ed economico.
    Pur rifiutando il catastrofismo inevitabile, Amodei chiede interventi rapidi ma mirati: migliori tecniche di allineamento, interpretabilità dei modelli, trasparenza industriale e una regolazione graduale.
    Il messaggio centrale è che il futuro dell’AI può essere positivo, ma solo se la società dimostra la maturità necessaria per governarne i rischi.

    Link al saggio:
    https://www.darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology

  • Daniela Amodei (Anthropic): “In alcuni domini, abbiamo già raggiunto l’AGI”

    Daniela Amodei, cofondatrice e presidente di Anthropic, ha dichiarato che, secondo alcune definizioni, l’intelligenza artificiale generale (AGI) potrebbe essere già stata raggiunta in domini specifici.
    Amodei cita come esempio le capacità di Claude, che sarebbe in grado di scrivere codice a un livello comparabile a quello di molti sviluppatori di Anthropic.
    Pur riconoscendo i limiti attuali dei modelli, suggerisce che il concetto stesso di AGI potrebbe essere ormai superato.
    Le sue osservazioni si inseriscono in un momento in cui modelli come GPT-5.2 di OpenAI, Gemini di Google e Claude di Anthropic mostrano progressi notevoli in ragionamento, programmazione e creatività.
    Amodei invita infine a prepararsi a un futuro in cui l’aumento delle capacità dell’AI proseguirà, sollevando questioni cruciali di sicurezza e governance.

    Link alla fonte:
    https://officechai.com/ai/by-some-definitions-weve-already-achieved-agi-anthropic-co-founder-daniela-amodei/

  • Sarà l’AGI a salvare l’AI dalla “bolla”?

    Un editoriale pubblicato su ZEUS News riflette in modo critico sul futuro dell’intelligenza artificiale dopo l’esplosione di ChatGPT e dei modelli linguistici di grandi dimensioni.
    Secondo l’autore, la narrativa dominante che vede nell’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) la soluzione capace di giustificare e sostenere l’attuale bolla finanziaria dell’IA è più una speranza che una strategia concreta.
    L’AGI viene descritta come un obiettivo ancora indefinito, lontano nel tempo e improbabile da raggiungere attraverso la semplice evoluzione di LLM e Transformer.
    Ne deriva l’idea che lo scoppio della bolla dell’IA sia difficilmente evitabile e che non esista, al momento, una “progettualità segreta” in grado di scongiurarlo.
    L’articolo invita quindi a distinguere tra progresso tecnologico reale e aspettative speculative alimentate dal mercato.

    Link alla fonte:
    https://www.zeusnews.it/n.php?c=31651

  • Le Big Tech “cambiano discorso” sull’AI e “mettono da parte” il concetto di AGI

    Le grandi aziende tecnologiche stanno progressivamente abbandonando il termine intelligenza artificiale generale (AGI), considerato sempre più vago e problematico.
    Manager di primo piano di Google, OpenAI e Anthropic riconoscono che l’AGI è difficile da definire e rischia di alimentare aspettative irrealistiche, timori sociali e complicazioni regolatorie.
    Al suo posto, le aziende introducono nuovi concetti come “superintelligenza personale”, “superintelligenza umanista” o “IA potente”, focalizzati su utilità concreta e controllo umano.
    Questo cambio di narrativa è anche strategico: consente di prendere le distanze da scenari allarmistici e da possibili vincoli legali.
    Il risultato è un settore che punta meno su promesse astratte e più su applicazioni pratiche e misurabili.

    Link alla fonte:
    https://www.larazon.es/tecnologia-consumo/grandes-tecnologicas-cambian-discurso-inteligencia-artificial_20251226694e72f4af09df501094426f.html

  • OpenAI: la velocità di digitazione umana è il vero collo di bottiglia verso l’AGI

    Secondo Alexander Embiricos, responsabile dello sviluppo prodotto di Codex in OpenAI, uno dei principali limiti non tecnologici al raggiungimento dell’intelligenza artificiale generale (AGI) è la lentezza con cui gli esseri umani riescono a scrivere prompt e validare il lavoro degli agenti AI.
    In un’intervista, Embiricos ha spiegato che anche con agenti capaci di osservare e assistere il lavoro umano, la necessità di revisione manuale rallenta drasticamente la produttività.
    La strategia di OpenAI punta quindi a sistemi in cui gli agenti siano “utili di default”, riducendo al minimo l’intervento umano.
    Questo approccio potrebbe generare una crescita esponenziale della produttività (“hockey stick growth”), inizialmente per gli early adopter e poi per le grandi aziende.
    Secondo Embiricos, proprio questa accelerazione diffusa sarà il segnale dell’avvicinamento concreto all’AGI.

    Link alla fonte:
    https://www.businessinsider.com/openai-artificial-general-intelligence-bottleneck-human-typing-speed-2025-12

  • Startup giapponese annuncia la prima AGI al mondo, ma non ci sono ancora verifiche indipendenti

    La startup giapponese Integral AI, con sede a Tokyo, afferma di aver sviluppato la prima Artificial General Intelligence funzionante, capace di apprendere nuove competenze senza dataset preesistenti né supervisione umana.
    Fondata dall’ex ingegnere Google Jad Tarifi, l’azienda propone una definizione operativa di AGI basata su apprendimento autonomo, sicurezza e alta efficienza energetica.
    Secondo la società, il sistema sarebbe già stato testato in ambito robotico, con macchine in grado di acquisire nuove abilità in autonomia.
    Tuttavia, l’assenza di dati pubblici e di studi sottoposti a revisione scientifica rende impossibile una valutazione indipendente, alimentando scetticismo nella comunità tecnologica.
    L’annuncio si inserisce così nel dibattito più ampio su cosa possa essere realmente considerata AGI e su quanto siamo ancora lontani da un’intelligenza paragonabile a quella umana.

    Link alla fonte:
    https://www.hdblog.it/tecnologia/articoli/n641675/startup-giapponese-agi-ragionamento-umano/

  • Gli LLM non diventeranno mai AGI: la critica radicale di Benjamin Riley

    Benjamin Riley, fondatore di Cognitive Resonance, sostiene in un saggio per The Verge che i modelli linguistici di grandi dimensioni non raggiungeranno mai l’intelligenza artificiale generale perché il linguaggio non equivale al pensiero.

    L’industria tech, afferma, confonde la capacità di generare testo con la capacità di ragionare, sfruttando un bias cognitivo che porta gli esseri umani ad associare eloquenza e intelligenza.

    Le neuroscienze mostrano che linguaggio e pensiero sono processi distinti, e che gli LLM emulano solo la parte comunicativa, non la cognizione. Anche figure di spicco come Yann LeCun e studi sulla creatività degli LLM evidenziano limiti strutturali che impedirebbero a questi modelli di produrre vera originalità.

    Le conclusioni di Riley mettono in discussione le promesse più ambiziose dei CEO dell’AI, suggerendo che gli LLM resteranno strumenti di remix, incapaci di generare conoscenza realmente nuova.

    Link alla fonte:

    https://www.punto-informatico.it/esperto-smonta-mito-agi-ai-non-sara-mai-intelligente

  • Quanto siamo realmente lontani dall’AGI?

    Guardate questo video e la risposta sarà facilmente intuibile.

    Quando l’AI costruisce da sé mondi virtuali da esplorare e sfide da superare, commenta i suoi errori e progressi e si corregge imparando senza intervento umano, forse l’AGI non è poi così lontana.

    E quando i benchmark mostrano che le sue capacità si avvicinano a quelle umane e potrebbero presto superarle, restano pochi dubbi.

  • La “superintelligenza” come distrazione: il mito che offusca i rischi reali dell’AI

    Un’analisi di Wired Italia sostiene che la superintelligenza artificiale sia una narrazione infondata, usata come distrazione rispetto ai problemi concreti dell’AI contemporanea.
    La maggior parte degli scienziati — supportati da un sondaggio della AAAI — ritiene estremamente improbabile che l’AGI emerga dagli attuali paradigmi di deep learning, oggi in evidente fase di stagnazione nonostante la crescita esponenziale di scala.
    Ciononostante, figure di spicco e big tech continuano a evocare scenari apocalittici o salvifici, alimentando un’eco quasi religiosa attorno a un concetto che nessuno sa definire con precisione.
    Questa narrativa, suggerisce l’articolo, funziona come una teoria del complotto: flessibile, auto-giustificante e capace di catalizzare fede collettiva.
    Il rischio reale, conclude l’analisi, è che l’attenzione verso la superintelligenza distolga risorse e vigilanza dai problemi già presenti — impatti sul lavoro, costi ambientali, bias, sorveglianza e uso improprio dei LLM.

    Link alla fonte:
    https://www.wired.it/article/superintelligenza-artificiale-teoria-del-complotto-forma-di-distrazione-di-massa/