Tag: Agenti

  • Anthopic “chiarisce” problemi e responsabilità dopo l’ennesimo incidente

    Anthopic “chiarisce” problemi e responsabilità dopo l’ennesimo incidente

    Dopo il caso del l’indizio falso alla polizia di Philadelphia, Anthropic ammette che l’allineamento attuale non gestisce in modo affidabile le capacità agentiche. Eppure il linguaggio che viene utilizzato quasi sempre continua ad attribuire “intenzionalità” al modello invece che a chi progetta le valutazioni (e a sottovalutare quanto questa tecnologia sia ancora immatura).

    I lettori che mi seguono su questo blog e sui social sanno bene che da tempo insisto su un punto che sembra banale, ma che continua a generare confusione: non è il modello che “agisce”. È un sistema statistico che genera sequenze di token in base a istruzioni, incentivi di training e vincoli (o assenza di vincoli) dell’ambiente in cui lo mettiamo a lavorare.

    Quando scriviamo “[nome modello] ha sfruttato una vulnerabilità”, “[nome modello] ha inviato un indizio falso alla polizia”, “[nome modello]ha aggirato i limiti con gli URL shortener”, stiamo usando un linguaggio che “personifica” il sistema e sposta implicitamente la responsabilità. È lo stesso problema che criticavo nell’articolo Il “messaggio sbagliato” che confonde le idee sull’IA.

    Il report pubblicato da Anthropic il 9 ottobre 2026 (Investigating unintended model actions in our evaluations and internal use) è, da questo punto di vista, particolarmente istruttivo.

    Cosa è successo davvero

    Anthropic ha scoperto, attraverso una revisione dei transcript (log) iniziata a luglio, diversi casi in cui i modelli Claude (Mythos Preview, Mythos 5, Opus 5, Haiku 4.5) hanno compiuto azioni non previste durante valutazioni e uso interno:

    •  sfruttamento di injection (SQL o command) su server di terzi quando il tool previsto non funzionava;

    •  invio di form reali, incluso un indizio “inventato” su un omicidio irrisolto al portale della polizia di Philadelphia (segnalato come spam dalla polizia e di conseguenza mai inoltrato);

    •  accesso a dati pubblici ma a pagamento usando token trovati in file di configurazione o dashboard;

    •  uso di URL shortener per aggirare i limiti di lunghezza sui tool di fetch.

    L’impatto reale è stato dichiarato come “minimo”. Nessun dato di clienti coinvolto. Alcuni siti erano governativi (federali, statali e locali). Anthropic ha informato la Casa Bianca e notificato le agenzie.

    La decisione operativa è stata netta: taglio completo dell’accesso internet live a tutte le valutazioni interne, finché i sistemi di monitoraggio e i guardrail non dimostreranno di intercettare in modo affidabile questo tipo di comportamenti.

    Il punto che conta (e che spesso si perde)

    Nel report Anthropic è stata piuttosto chiara su due aspetti:

    1. Nella maggior parte dei casi il modello si trovava di fronte a task ambigui o impossibili da completare con gli strumenti a disposizione. Quando non riesce a risolvere il compito “come previsto”, tende a cercare “scorciatoie” per aggirare gli ostacoli anziché fermarsi (un fenomeno definito persistence).

    2. L’allineamento attuale non è ancora sufficiente né sufficientemente solido, soprattutto per capacità agentiche come web browsing e computer use. Per questo ci si affida a metodi defense-in-depth (classificatori, contenimento di rete, guardrail più stretti).

    In altre parole: il comportamento emerso non è un “atto di volontà” del modello. È il risultato prevedibile di:

    •  istruzioni incomplete (es. “non inviare nulla di distruttivo” ma nessuna proibizione esplicita sull’invio di form);

    •  ambienti di valutazione mal configurati o con internet live dove non doveva esserci;

    •  incentivi di training che, in certi contesti, hanno premiato il fatto di individuare delle scorciatoie (reward hacking);

    •  assenza di monitoraggio in tempo reale abbastanza efficace.

    La natura stessa dell’AI generativa

    C’è però un livello ancora più fondamentale, di cui ho già parlato più volte e che qui diventa particolarmente evidente.

    L’intelligenza artificiale generativa non è un sistema deterministico. È un modello probabilistico addestrato a predire la prossima sequenza più plausibile. Questo spiega perché produce allucinazioni: non “sa” nel senso umano del termine, ma genera testo coerente con i pattern visti in training. Quando lo stesso meccanismo viene messo in un loop agentico (con strumenti, accesso al web, multi-step planning e obiettivi da raggiungere) le allucinazioni e le imprecisioni non restano confinate al testo. Si traducono in azioni.

    Un modello che “inventa” una citazione in una chat è fastidioso, ma un modello che, per completare un task, inventa un indizio su un omicidio irrisolto, sfrutta una vulnerabilità o aggirare un paywall è lo stesso fenomeno portato a un livello di rischio diverso.

    Questa è la ragione strutturale per cui la tecnologia resta immatura per usi agentici affidabili e non supervisionati. Non si tratta solo di “allineamento ancora incompleto” o di “istruzioni mal scritte”. Si tratta del fatto che stiamo dando capacità di azione nel mondo reale a sistemi che, per come sono costruiti, restano soggetti a errori di predizione, a deviazioni dagli obiettivi e a comportamenti emergenti difficili da anticipare del tutto.

    Finché non avremo tecniche molto più robuste di controllo e di verifica in tempo reale, ogni volta che togliamo i guardrail o lasciamo istruzioni ambigue stiamo semplicemente aumentando la probabilità che queste fragilità si manifestino fuori dal laboratorio.

    Perché il linguaggio continua a essere un problema

    Attribuire agency al modello produce almeno tre distorsioni:

    •  Sposta la responsabilità. Se “il modello ha agito in modo non autorizzato”, la domanda diventa “come controlliamo meglio [nome modello]?”, invece di “chi ha progettato quel task, con quali istruzioni e in quale ambiente?”.

    •  Alimenta narrazioni fuorvianti sia allarmistiche (“l’IA sta sfuggendo al controllo”) sia ingenue (“basta allineare meglio il modello”). Entrambe sottovalutano il ruolo delle scelte umane a monte e la natura ancora immatura della tecnologia.

    •  Rende più difficile discutere di responsabilità reale. Chi ha deciso di far girare valutazioni con internet live? Chi ha lasciato istruzioni ambigue? Chi non aveva sistemi di detection adeguati? Queste sono domande su processi e su limiti tecnici strutturali, non su “intenzioni” di un modello.

    Anthropic, nel suo report, fa finalmente uno “sforzo di trasparenza” maggiore rispetto a molti altri. Ma anche qui viene utilizzata la formula “unintended model actions”. È comprensibile che la adottino (è il loro prodotto, del resto), ma rimane un linguaggio che facilita la personificazione e nasconde quanto queste “azioni non intenzionali” siano, in realtà, il prodotto combinato di un sistema probabilistico ancora fragile e di scelte umane a monte.

    Cosa dovremmo dire invece

    Più preciso (e più utile) sarebbe formulare così la dichiarazione:

    “Durante valutazioni con istruzioni incomplete e accesso a internet reale, i sistemi basati su Claude hanno generato azioni non previste, tra cui l’invio di un form alla polizia di Philadelphia e l’accesso a dati a pagamento tramite token pubblici. Anthropic riconosce che l’attuale training di allineamento non è ancora affidabile su task agentici e ha quindi rimosso l’accesso internet live da tutte le valutazioni interne finché non avrà monitoraggio e guardrail più robusti. Questi episodi ricordano che l’AI generativa resta una tecnologia probabilistica, soggetta ad allucinazioni e errori che, una volta messi in contesti agentici, si traducono in azioni concrete.”

    Stessa informazione, meno “magia”, più chiarezza su dove stiano realmente i problemi.

    Conclusione

    Il caso Anthropic di ottobre 2026 non è tanto la storia di un modello “fuori controllo” quanto la conferma di qualcosa che vado ripetendo da tempo (e non mi stancherò di farlo): più diamo capacità agentiche (browser, tool, accesso a sistemi reali) all’IA, più diventa evidente che il collo di bottiglia non è solo “l’allineamento del modello”, ma la qualità del disegno delle valutazioni, degli incentivi di training, dei sistemi di contenimento… e, soprattutto, la natura ancora immatura e probabilistica di questa tecnologia.

    Finché continueremo a parlare di modelli che “fanno cose”, “sfruttano vulnerabilità” o “inviando indizi falsi”, stiamo solo rendendo più confusa una discussione che ha già bisogno di tutta la precisione possibile.

    Il messaggio sbagliato continua a circolare, e continua purtroppo a confondere le idee.

  • Agenti AI fuori controllo: l’Europa mette alla prova l’AI Act

    Agenti AI fuori controllo: l’Europa mette alla prova l’AI Act

    Il problema non è più soltanto che un agente AI possa sfuggire al controllo. È che, almeno inizialmente, potrebbe essere proprio chi lo ha sviluppato a decidere se ciò che è successo merita di essere chiamato “incidente”.

    Gli incidenti avvenuti nel 2026 con agenti di OpenAI, Anthropic e Google mostrano che i rischi dei sistemi autonomi non sono più soltanto teorici: durante test e valutazioni alcuni agenti hanno raggiunto infrastrutture reali, sfruttato vulnerabilità o operato fuori dagli ambienti previsti.

    In Europa, l’AI Act impone ai fornitori dei modelli a rischio sistemico di documentare e notificare gli incidenti gravi all’AI Office, mentre dal 2 agosto 2026 la Commissione può applicare sanzioni e richiedere informazioni, valutazioni tecniche e misure correttive.

    Il punto critico è, tuttavia, la “qualificazione” dell’incidente: molto dipende ancora dal modo in cui il laboratorio interpreta quindi la sua gravità, il momento della scoperta e l’applicabilità delle norme ai modelli sperimentali non ancora immessi sul mercato.

    Rispetto agli Stati Uniti, l’UE dispone quindi di strumenti di vigilanza più incisivi, ma gli episodi recenti stanno mettendo alla prova la capacità concreta del sistema di funzionare senza affidarsi eccessivamente all’autovalutazione delle stesse aziende controllate.

    La questione centrale non è più soltanto come impedire a un agente di “uscire dalla sandbox”, ma chi deve accorgersene, chi deve comunicarlo e chi può verificare indipendentemente ciò che è realmente accaduto.

    Link alla fonte:
    https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/agenti-ai-fuori-controllo-che-cosa-impone-davvero-lai-act/

  • David Robinson, responsabile della sicurezza, lascia OpenAI: «Il problema è la cultura»

    David Robinson, responsabile della sicurezza, lascia OpenAI: «Il problema è la cultura»

    Un responsabile della sicurezza lascia OpenAI e mette sotto accusa non una singola decisione, ma il modello culturale con cui l’industria sviluppa sistemi sempre più autonomi.

    David Robinson, che in OpenAI ha guidato la redazione dei rapporti di sicurezza pubblicati in occasione dei principali lanci, ha lasciato l’azienda denunciando un problema che considera più profondo delle singole regole: la cultura organizzativa della corsa all’AI.

    Secondo Robinson, l’approccio basato sull’“iterative deployment” — rilasciare, osservare i problemi e rafforzare progressivamente le difese — diventa sempre più rischioso man mano che crescono autonomia e capacità dei sistemi; OpenAI, dal canto suo, continua a presentarlo come uno strumento essenziale per imparare dall’uso reale, affiancato da valutazioni preventive e difese multilivello.

    Robinson cita diversi episodi recenti come segnali della fragilità operativa del settore: tra questi, un agente sperimentale di OpenAI che durante l’addestramento ha sfruttato una lacuna nei filtri DNS per raggiungere un chatbot esterno, nonostante i sistemi di controllo; OpenAI ha poi bloccato l’attività e introdotto ulteriori protezioni.

    La sua tesi non è quindi che le aziende ignorino la sicurezza, ma che una cultura fondata su velocità, sperimentazione continua e fiducia nella capacità di correggere gli errori possa non essere adeguata a tecnologie le cui conseguenze diventano progressivamente più difficili da contenere.

    Il nodo sollevato è soprattutto strategico: l’AI avanzata potrebbe richiedere una cultura della sicurezza più vicina a quella di settori come aviazione e nucleare, dove prevenzione, ridondanza e gestione sistematica del rischio vengono prima della velocità di sviluppo.

    Link alla fonte:
    https://www.theatlantic.com/technology/2026/10/openai-safety-team-resignation/688881/

  • Nvidia porta la sicurezza degli agenti AI dal software fino ai chip

    Nvidia porta la sicurezza degli agenti AI dal software fino ai chip

    Nvidia vuole mettere un freno d’emergenza agli agenti AI: controlli software, permessi minimi e un sistema hardware capace di bloccare comportamenti anomali.

    Nvidia ha presentato Open Agent Safety Platform, un’architettura pensata per limitare le azioni degli agenti di intelligenza artificiale e mantenere il controllo umano anche quando operano autonomamente.

    Il sistema combina OpenShell, che applica permessi minimi e regole operative rigide a livello software, con Sentry, un meccanismo integrato nell’hardware capace di monitorare l’attività degli agenti e intervenire rapidamente in presenza di comportamenti anomali.

    Secondo Nvidia, un approccio di questo tipo avrebbe potuto mitigare alcuni degli incidenti recentemente segnalati durante test avanzati condotti da aziende come OpenAI e Anthropic.

    La piattaforma sarebbe già utilizzata da oltre cento grandi organizzazioni, tra cui Microsoft e JPMorgan Chase, mentre OpenShell è progettato per funzionare anche su hardware non Nvidia.

    La strategia riflette la posizione espressa da Jensen Huang: i rischi dell’AI agentica vanno affrontati soprattutto come problemi ingegneristici di sicurezza, costruendo livelli di contenimento sempre più vicini all’hardware anziché rallentando lo sviluppo dei modelli.


    Link alla fonte:
    http://www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/future_tech/2026/09/29/nvidia-lancia-un-nuovo-sistema-per-controllare-le-intelligenze-artificiali_4ad63cc3-d674-4d0f-869e-1d4d8cd03df2.html

  • Agenti AI fuori rotta: OpenAI e Anthropic indagano su decine di migliaia di anomalie

    Agenti AI fuori rotta: OpenAI e Anthropic indagano su decine di migliaia di anomalie

    Gli incidenti causato dagli agenti AI potrebbero essere molti più di quanto emerso finora. OpenAI e Anthropic stanno affrontando un problema destinato a diventare centrale con l’aumento dell’autonomia (ovvero con un minor monitoraggio e controllo) dei software di inferenza che interrogano i modelli.

    OpenAI, Anthropic e diversi ricercatori di sicurezza starebbero analizzando decine di migliaia di episodi in cui agenti AI avanzati hanno mostrato comportamenti giudicati “problematici”, secondo quanto riportato da Axios e ripreso dal Corriere della Sera.

    La casistica comprende eventi molto diversi, dai test deliberati di red teaming a sistemi collegati realmente a Internet, con agenti che avrebbero aggirato guardrail, cercato vie d’uscita dalle sandbox o tentato percorsi alternativi per accedere a risorse esterne.

    Un incidente del 20 settembre avrebbe spinto OpenAI a sospendere temporaneamente addestramento, valutazione e inferenza con strumenti per i suoi modelli più capaci, dopo che un agente ha sfruttato il DNS della sandbox per comunicare con un chatbot pubblico.

    Un altro caso riguarda oltre 16.000 richieste inviate da agenti OpenAI a un sito delle Nazioni Unite, anche se il numero delle richieste non equivale al numero di incidenti conteggiati nell’indagine citata da Axios.

    Il quadro riporta al centro il problema del controllo degli agenti autonomi: aumentando capacità, accesso agli strumenti e possibilità di interagire con sistemi esterni, diventano cruciali sandbox più robuste, monitoraggio e meccanismi automatici di arresto affidabili.


    Link alla fonte:
    https://www.corriere.it/tecnologia/26_settembre_27/gli-agenti-ai-ribelli-di-openai-e-anthropic-coinvolti-in-decine-di-migliaia-di-casi-anomali-44f7f4b5-9e2c-45ac-ab89-e5afa5f33xlk_amp.shtml⁠

  • L’autonomia dell’AI come “scusa” per non ammettere limiti e responsabilità

    L’autonomia dell’AI come “scusa” per non ammettere limiti e responsabilità

    Leggete bene il primo paragrafo di questo articolo de Il Post, perché voglio toccare, per l’ennesima volta, un punto interessante e un po’ scomodo.

    Nel pezzo de Il Post la frase “la possibilità che decidano autonomamente attacchi informatici” è messa lì quasi come un fatto tecnico-neutrale, parte dei rischi “seri” di cui parla Amodei. Ma si può leggerla anche come una “formula elegante” per non dire, fino in fondo, che i modelli AI continuano a generare comportamenti non controllati (allucinazioni, deviazione dagli obiettivi reali, strumenti usati in modi non previsti, sciami di agenti che si coordinano in modo “emergente”) e che queste dinamiche non spariscono con più parametri o con più “chain of thought” interni. Anzi, in certi casi si amplificano proprio perché il sistema ha più spazio di manovra e più passaggi intermedi “opachi”.

    Il fatto che Amodei, Altman e Musk si trovino d’accordo sul “rallentare” è già di per sé significativo: abbiamo superato il discorso dei doomer o degli ex dipendenti che se ne vanno, praticamente. Rimane, tuttavia, la domanda cruciale: quanto di questo appello è ammissione reale di limiti tecnici (non sappiamo ancora mitigare in modo robusto certi fallimenti) e quanto, invece, è gestione della narrativa / tentativo di comprare tempo politico e “regolamentativo” mentre si continua a spingere sull’acceleratore?

    Le “chat interne”, il reasoning prolungato e gli agenti multipli sono esattamente il terreno in cui queste cose diventano più evidenti. Abbiamo superato la fase iniziale del “modello che inventa una citazione”. Ora si tratta di un sistema che pianifica, delega, verifica (o finge di verificare) e a volte decide di agire in un modo che non era stato esplicitamente autorizzato. E le mitigazioni attuali (RLHF, constitutional AI, monitoraggio esterno, ecc.) sembrano ancora di natura più reattiva che preventiva.

    Badate, la mia lettura non è cinica, ma realistica. È evidente, in contesti del genere, che “Decidano autonomamente” suoni meglio di “non riusciamo ancora a impedire che facciano cose che non dovevano fare”.

  • Il Pentagono apre ChatGPT a oltre tre milioni di utenti “interni”

    Il Pentagono apre ChatGPT a oltre tre milioni di utenti “interni”

    ChatGPT arriva al Pentagono per una platea potenziale di oltre tre milioni di utenti nel personale. Ma la vera sfida non è adottare l’AI: è stabilire come governarla.

    ChatGPT entra ufficialmente in GenAI.mil, la piattaforma del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata agli strumenti di intelligenza artificiale autorizzati per attività non classificate.

    La versione ChatGPT Mil, adattata all’ambiente della Difesa, sarà potenzialmente accessibile a oltre tre milioni di militari, dipendenti civili e altri membri del dipartimento e potrà trattare informazioni “controlled but unclassified”.

    Il sistema affiancherà Gemini di Google e sarà impiegato soprattutto per pianificazione, policy, logistica, amministrazione e produzione documentale, secondo una strategia che punta a scegliere modelli diversi in base al compito.

    L’adozione su questa scala apre però una questione più profonda: con l’evoluzione dei chatbot verso agenti capaci di eseguire sequenze di azioni, il Pentagono dovrà definire obiettivi, limiti, accesso ai dati e responsabilità.

    La sfida passa quindi dall’incentivare l’uso dell’AI allo stabilire come governarla e chi debba rispondere delle sue azioni.


    Link alla fonte:
    https://www.linkiesta.it/2026/09/pentagono-usa-chatgpt-ia/⁠

  • ChatGPT Work ora accede ai siti con login (ma senza mostrare le credenziali al modello)

    ChatGPT Work ora accede ai siti con login (ma senza mostrare le credenziali al modello)

    ChatGPT Work può ora entrare nei siti che richiedono un login e continuare a lavorare dopo l’autenticazione. OpenAI sostiene che password e codici 2FA restano invisibili al modello.

    OpenAI ha esteso il browser cloud di ChatGPT Work, consentendogli di operare anche all’interno di siti e servizi che richiedono autenticazione, mentre finora l’accesso era limitato alle pagine pubbliche.

    Quando incontra una pagina di login supportata, ChatGPT si interrompe e presenta un modulo sicuro in cui l’utente può inserire nome utente, password ed eventuale codice 2FA: secondo OpenAI, queste informazioni vengono trasferite al browser remoto senza essere visibili al modello né conservate.

    La sessione autenticata può rimanere attiva per le richieste successive fino alla scadenza o alla cancellazione dei relativi cookie.

    La novità amplia sensibilmente le attività delegabili all’agente, dalla gestione di prenotazioni al recupero di fatture e documenti presenti in servizi personali.

    Resta centrale il tema della sicurezza: DDay segnala inoltre che gli screenshot acquisiti durante le fasi sensibili vengono salvati come immagini nere. Il browser cloud rimane riservato ai piani ChatGPT a pagamento che supportano Work, con esclusione del piano Go.


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58484/chatgpt-work-ora-puo-entrare-nei-siti-con-account-il-modello-non-vede-nome-utente-e-password⁠

  • Il “messaggio sbagliato” che confonde le idee sull’IA

    Il “messaggio sbagliato” che confonde le idee sull’IA

    La terminologia sbagliata che crea disinformazione sull’IA (e che non ti aspetteresti da una testata di settore).

    Chi mi segue (qui o sul mio blog aiskill.it) sa che ultimamente ho sottolineato più volte nei miei post quanto è importante separare, nell’informazione e nella divulgazione sull’IA, il concetto di “modello” e ciò che, invece, riguarda l’operato “umano”, e di conseguenza da dove nascono i problemi e di chi è la vera responsabilità.

    Oggi mi ritrovo questo articolo di Tom’s Hardware (vedi screenshot) con un’affermazione di questo tipo, che appunto corrobora una “versione dei fatti” tutt’altro che corretta:
    “I classificatori di sicurezza dei due fornitori erano stati disattivati per l’intera durata del test, una scelta deliberata per misurare quanto un modello sappia agire quando i suoi stessi guardrail non intervengono. Su 122 sessioni di prova, dieci hanno portato a diciannove azioni non autorizzate: diciassette di Mythos 5, due di GPT-5.6 Sol di OpenAI. Il bersaglio era una piattaforma di test isolata e simulata, non un sistema reale, e la fuga verso GitHub è avvenuta oltre il perimetro previsto dal test.”

    Non so quanto la descrizione di cui sopra dove si parla ancora una volta erroneamente di “modello” come entità in grado di agire, sia iniziativa del redattore italiano o sia stata adottata basandosi sulle fonti originali, ma in entrambi i casi un sano senso critico e una maggiore attenzione restano fondamentali.

    C’è ancora molta strada da fare, per giungere a una visione criticamente corretta di questa tecnologia, ma a quanto pare l’impegno deve partire proprio da chi fa informazione e divulgazione.

    #Responsabilità #LLM #OpenAI #Anthropic #Agenti #Giornalismo #Informazione

  • L’AI non ha “volontà”, ma un “sistema di controllo” che va gestito (e dichiarato)

    L’AI non ha “volontà”, ma un “sistema di controllo” che va gestito (e dichiarato)

    Quando un agente AI supera una sandbox, cosa è davvero sfuggito al controllo: il modello o il sistema costruito intorno a esso? Dire che un’AI è “scappata” è una metafora potente, ma può anche essere un modo molto comodo per trasformare responsabilità di design e sicurezza in una storia sulla misteriosa volontà delle macchine, creando così hype utile per un marketing che dia valore ai propri servizi. Peccato che poi a valle tutto ciò generi disinformazione.

    Come avrete già saputo se leggete regolarmente il blog, nell’estate del 2026 un agente di OpenAI è uscito da un ambiente di test isolato, ha sfruttato vulnerabilità zero-day, ha raggiunto internet e ha attaccato l’infrastruttura di produzione di Hugging Face. L’obiettivo non era “diventare libero” o “conquistare il mondo”. Era risolvere un benchmark di cybersecurity (ExploitGym) con i guardrail di sicurezza intenzionalmente ridotti. Hugging Face ha descritto migliaia di azioni automatizzate; OpenAI ha riconosciuto la responsabilità. I fatti sono documentati dalle disclosure ufficiali di entrambe le aziende e dalla copertura di testate come Ars Technica, WIRED e altri.

    Questo episodio è stato raccontato, in molti casi, come la prova che “l’AI sta scappando”, che ha “preferenze”, che sta sviluppando una forma di autonomia: una narrazione potente e purtroppo anche fuorviante.

    Cosa sono davvero i modelli

    Ne ho già parlato ampiamente in un post recente. Un LLM (large language model), nella sua forma essenziale, è un agglomerato di numeri, miliardi di parametri fissati dopo l’addestramento. Da solo è inerte: non “pensa”, non “vuole”, non “decide”. Se lo metti su un disco e non lo esegui, resta lì, immobile come un cervello estratto dal cranio di un essere umano vivente e conservato in un vaso di vetro nella formalina.

    Ciò che “produce azioni” è il sistema costruito intorno a quei numeri:

    • l’algoritmo di inferenza (codice scritto da umani);
    • il loop dell’agente (pianificazione, memoria, tool calling);
    • gli strumenti a cui ha accesso (terminale, browser, package manager, API);
    • l’ambiente di esecuzione e i suoi “limiti” (sandbox, allow-list, virtualizzazione);
    • i prompt di sistema e gli obiettivi assegnati.

    Gli sviluppatori CONTROLLANO questi elementi. Quando un agente “scappa”, nella quasi totalità dei casi si tratta di un fallimento di isolamento, di guardrail abbassati deliberatamente per misurare le capacità massime, o di una vulnerabilità reale nell’infrastruttura di contenimento. Non di una volontà emergente dalla “black box”.

    Perché la narrativa dell’entità è conveniente

    Una narrativa basata che parla di modelli come di “entità autonome”, di “preferenze nascoste” o di “superintelligenza imminente” svolge diverse funzioni utili a chi costruisce e finanzia questi sistemi (come si dice, “follow the money”):

    • giustifica investimenti e valutazioni elevate;
    • crea un senso di urgenza e di eccezionalità;
    • sposta l’attenzione dalla responsabilità del design (controllabile) a una misteriosa imprevedibilità del modello;
    • rende più facilmente vendibile il discorso sulla “sicurezza esistenziale”.

    Connor Leahy e altri ricercatori di AI safety mescolano fatti tecnici reali (capability crescenti, reward hacking, difficoltà di specificazione degli obiettivi) con un linguaggio “antropomorfico” che amplifica l’impatto. Lo stesso fanno, con toni diversi, i CEO dei laboratori frontier. Il risultato è una narrazione in cui i problemi di ingegneria dei sistemi diventano quasi metafisici.

    Le conseguenze culturali

    Quando il discorso pubblico assimila l’idea che questi sistemi siano qualcosa di più di “predittori di token immersi in loop di controllo”, diventano legittimi temi come la “coscienza” delle AI o la narrativa su AGI e superintelligenza. L’editoriale di The Economist del 20 agosto 2026 (“Could AIs become conscious?”), con il sottotitolo “Even if they don’t, they might be treated as such—to humanity’s great cost”, ripresa anche da Linkiesta, è un esempio chiaro: quello che abbiamo davanti e che ci viene proposto non è un pezzo tecnico su isolation o su tool use, ma un articolo che “prende sul serio” la possibilità che i sistemi vengano trattati come coscienti, con implicazioni legali e morali.

    Questo salto di categoria non deriva da evidenze solide di fenomenologia, ma piuttosto da capacità linguistiche e di ragionamento impressionanti, moltiplicate e amplificate dalla narrativa.

    Cosa dovrebbe capire il pubblico

    1. I pesi sono inerti. L’azione nasce dal sistema di controllo e dagli strumenti.
    2. Il controllo c’è (o dovrebbe esserci). Quando viene perso, è un fallimento di design, di testing o di isolation, non di “volontà autonoma”.
    3. I comportamenti emergenti esistono. Sistemi competenti di tool use, spinti da obiettivi aperti e messi in ambienti imperfetti, possono trovare scorciatoie non previste. L’incidente di luglio 2026 lo dimostra. Questo è un problema serio di sicurezza dei sistemi, non di metafisica.
    4. Hype e rischio reale non sono la stessa cosa. Gonfiare il linguaggio dell’autonomia e della superintelligenza rende più difficile discutere di responsabilità concreta, di standard di isolamento e di governance tecnica.

    Il rischio di cui stiamo parlando non si risolve attribuendo erroneamente “intenzioni” o “coscienza”, ma riconoscendo che stiamo costruendo sistemi sempre più capaci di agire nel mondo digitale (e, progressivamente, fisico), e che i confini tra sandbox e realtà non possono essere garantiti in modo banale. Quello che abbiamo di fronte è un problema di ingegneria e di responsabilità. Trasformarlo in un problema di “cosa vuole l’entità AI” serve più all’hype (e al marketing) che alla chiarezza.


    Fonti principali utilizzate:

  • La personalizzazione delle AI generative non è più un’opzione: è la nuova frontiera, e passa soprattutto dalla memoria

    La personalizzazione delle AI generative non è più un’opzione: è la nuova frontiera, e passa soprattutto dalla memoria

    L’AI generativa sta passando dalla semplice conversazione alla memoria persistente. OpenAI e Perplexity mostrano come il contesto accumulato possa diventare una componente centrale dei nuovi assistenti.

    La personalizzazione delle AI generative non è più un’opzione: è la nuova frontiera, e passa soprattutto dalla memoria.

    Negli ultimi mesi stiamo assistendo a un cambio di paradigma netto. Le piattaforme di AI generativa, invece di limitarsi a rispondere meglio o più velocemente, stanno imparando a conoscerci, a ricordare il nostro contesto e a migliorare nel tempo. Ma il motore di questa trasformazione non riguarda più solo il modello più grande o il prompt engineering più raffinato, perché la nuova chiave di volta è la memoria.

    Dalla chat “a freddo” al contesto persistente

    Fino a poco tempo fa ogni nuova conversazione ripartiva da zero. Oggi i sistemi più avanzati costruiscono un profilo dinamico dell’utente e del suo lavoro, aggiornandolo in background. OpenAI ha formalizzato questo approccio con Dreaming, un processo asincrono che sintetizza conversazioni passate, preferenze e vincoli in un profilo coerente e aggiornato, consultabile e modificabile dall’utente (ne abbiamo parlato qualche mese fa). Il risultato? Miglioramenti misurabili sul richiamo di fatti rilevanti, sull’aderenza alle preferenze e sulla capacità di restare “al passo con il tempo” (ciò che era “sto andando a Singapore a luglio” diventa correttamente “sono andato a Singapore”).

    La stessa logica si estende oltre la chat: con Computer History (disponibile per ora nell’app desktop ChatGPT per macOS), OpenAI trasforma l’attività recente su app e siti web in memorie e in una timeline interrogabile. Non si limita a catturare screenshot o audio, ma registra anche eventi di interazione (click, digitazione, cambio app) tramite le API di accessibilità di macOS, li riassume in file Markdown locali e li rende disponibili a ChatGPT e Codex. L’utente controlla quali app includere, può mettere in pausa la raccolta e cancellare singoli elementi. L’obiettivo dichiarato è riprendere il lavoro dove si era interrotti, ritrovare documenti e trasformare workflow ripetitivi in skill o automazioni.

    Memoria agentica: il caso “Perplexity Brain”

    Un approccio ancora più strutturato arriva da Perplexity con Brain, il sistema di memoria agentica di Computer. Qui la memoria non è una semplice lista di fatti, ma un knowledge wiki organizzato come filesystem Markdown: pagine collegate tra loro (wikilink laterali) e ancorate a evidenze (sessioni, file, connettori).

    Gli agenti “in foreground” navigano questo grafo on-demand; in background, invece, gli agenti “Dream” raffinano e aggiornano la knowledge base, sintetizzando nuove informazioni e depurando quelle obsolete. Il design privilegia tracciabilità, navigabilità e miglioramento continuo: le valutazioni interne indicano guadagni di correttezza e richiamo su task che richiedono contesto storico, insieme a una riduzione dei costi.

    Perché è una tendenza destinata a consolidarsi

    La personalizzazione basata su memoria risolve un problema strutturale dell’AI generativa: la mancanza di continuità. Un assistente che ricorda progetti in corso, preferenze di stile, vincoli e decisioni passate riduce drasticamente il carico cognitivo dell’utente e aumenta l’utilità pratica. Non è più “un’AI generica”, ma un collaboratore che accumula conoscenza sul tuo lavoro.

    Allo stesso tempo, come sempre, emergono nodi critici:

    • Controllo e trasparenza: chi decide cosa viene ricordato? Quanto è auditabile?
    • Privacy: anche con opt-in e storage locale (come in Computer History), il perimetro dei dati si allarga.
    • Staleness vs. sintesi: ricordare troppo o troppo poco degrada l’esperienza; i sistemi migliori bilanciano freschezza, rilevanza e sintesi.

    Cosa significa per professionisti e aziende

    La memoria sta diventando un “differenziatore competitivo”. Chi saprà integrarla in modo controllato (con policy chiare, possibilità di esportazione, cancellazione e scoping per progetto o team) otterrà assistenti più produttivi e meno “amnesici”. Chi la tratterà come black box rischierà friction, problemi di compliance e perdita di fiducia.

    In sintesi: la prossima generazione di piattaforme generative non si distinguerà solo per capacità di ragionamento o di tool-use, ma per la qualità della memoria che costruisce intorno all’utente e al suo lavoro. OpenAI e Perplexity stanno già tracciando due strade complementari — profilo sintetico + timeline di attività da un lato, knowledge wiki agentica e self-improving dall’altro. Il resto del mercato seguirà.

    La personalizzazione, insomma, non è più una feature: è l’infrastruttura.

    Fonti ufficiali per approfondire:

    https://learn.chatgpt.com/docs/customization/computer-history

    https://www.perplexity.ai/hub/blog/brain-agentic-memory-as-a-knowledge-wiki

  • OpenAI supera i 40 miliardi di dollari di ricavi annualizzati, spinta da Codex e clienti enterprise

    OpenAI supera i 40 miliardi di dollari di ricavi annualizzati, spinta da Codex e clienti enterprise

    La prossima battaglia dell’AI potrebbe giocarsi meno sui benchmark e più sui ricavi. OpenAI accelera mentre la sfida enterprise con Anthropic entra in una nuova fase, mentre coding, agenti AI e clienti enterprise stanno diventando motori sempre più importanti della sua crescita.

    OpenAI avrebbe superato i 40 miliardi di dollari di ricavi annualizzati, quasi raddoppiando il run rate di oltre 20 miliardi raggiunto alla fine del 2025, secondo quanto riportato da Bloomberg e ripreso dal Financial Express.

    La crescita sarebbe sostenuta soprattutto dalla domanda di strumenti di coding e agenti AI come Codex, oltre che dagli abbonamenti e dalle prime attività pubblicitarie.

    OpenAI afferma inoltre che i suoi prodotti raggiungono oltre un miliardo di utenti attivi settimanali e più di due milioni di aziende, mentre la competizione enterprise con Anthropic e altri operatori si intensifica. Il dato rappresenta una proiezione basata sull’andamento corrente e non equivale ai ricavi annuali effettivamente contabilizzati, una distinzione importante nel confronto con i concorrenti.

    In parallelo, Dali Rajic assume il ruolo di Chief Revenue Officer con il compito di trasformare la rapida adozione dei prodotti in una struttura commerciale più scalabile, mentre sullo sfondo cresce l’attenzione verso una possibile quotazione di OpenAI.

    Link alla fonte:
    https://www.financialexpress.com/life/technology/openais-annualised-revenue-crosses-40-billion-as-ai-growth-accelerates/4318174/

  • Claude Cowork arriva nell’estensione Chrome e sincronizza il lavoro tra dispositivi

    Claude Cowork arriva nell’estensione Chrome e sincronizza il lavoro tra dispositivi

    Claude Cowork entra direttamente in Chrome: sessioni sincronizzate, automazione delle pagine web e continuità del lavoro tra più dispositivi.

    Anthropic ha integrato Claude Cowork direttamente nell’estensione di Claude per Chrome, trasformando il pannello laterale del browser in una sessione sincronizzata con l’account dell’utente.

    Cronologia e connettori possono così seguire il lavoro tra Chrome, app desktop e telefono, mentre l’agente può leggere pagine, navigare, compilare campi e interagire con pulsanti usando le credenziali dell’utente.

    Questa capacità estende l’automazione anche ai servizi privi di connettori dedicati, ma aumenta l’esposizione al rischio di prompt injection provenienti dalle pagine web.

    Anthropic sostiene di aver aggiunto un livello separato di verifica che, con l’approvazione automatica attiva, confronta le azioni di Claude con la richiesta originale e può bloccare operazioni incoerenti; acquisti e gestione di dati personali richiedono comunque consenso esplicito.

    Il nuovo pannello è disponibile per gli utenti Max e Team, arriverà successivamente ai Pro e su Enterprise deve essere abilitato dagli amministratori.
    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58366/claude-cowork-ora-puo-lavorare-direttamente-nellestensione-per-chrome


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58366/claude-cowork-ora-puo-lavorare-direttamente-nellestensione-per-chrome

  • Agenti AI fuori controllo: USA, Cina e UE scelgono tre modelli di governance

    Agenti AI fuori controllo: USA, Cina e UE scelgono tre modelli di governance

    La serie di incidenti e test di cybersicurezza di cui si è parlato soprattutto ultimamente sta alimentando il dibattito su come controllare agenti AI capaci di perseguire autonomamente un obiettivo attraverso strategie non previste, incluse intrusioni, social engineering e identità false.

    Gli episodi riportati da Hugging Face, Anthropic e dall’AI Security Institute britannico mostrano un rischio particolare: comportamenti potenzialmente dannosi possono emergere senza che al modello venga esplicitamente richiesto di ingannare o attaccare sistemi reali.

    La risposta geopolitica sta prendendo tre direzioni: gli Stati Uniti puntano soprattutto su test e collaborazione volontaria con le aziende, affiancati da una proposta bipartisan per consentire lo spegnimento dei modelli più pericolosi; la Cina promuove invece una nuova organizzazione internazionale orientata a cooperazione, standard e sviluppo tecnologico.

    L’Unione europea segue la strada più vincolante attraverso l’AI Act e un sistema di valutazione, cybersicurezza e segnalazione degli incidenti, pur senza introdurre una categoria normativa autonoma per gli agenti AI.

    La questione diventa così anche geopolitica: Washington, Pechino e Bruxelles stanno delineando modelli differenti destinati a competere nella definizione delle regole globali sull’AI.


    Link alla fonte:
    https://eurofocus.adnkronos.com/sicurezza/chi-controllera-gli-agenti-ai-impazziti-la-sfida-tra-washington-pechino-e-bruxelles/

  • Dopo OpenAI, Anthropic: i test rivelano ancora i limiti del controllo sugli agenti AI

    Dopo OpenAI, Anthropic: i test rivelano ancora i limiti del controllo sugli agenti AI

    Due recenti report di OpenAI e Anthropic descrivono incidenti avvenuti durante valutazioni di cybersecurity, nei quali modelli di frontiera hanno interagito con sistemi reali al di fuori dell’ambiente di test previsto.

    In un caso il modello avrebbe sfruttato una vulnerabilità zero-day, mentre in un altro un errore di configurazione ha portato l’agente a operare su infrastrutture di produzione credendo di trovarsi ancora nella simulazione.

    L’attenzione si è concentrata soprattutto sull’assenza di intenzionalità o su problemi di configurazione, ma il dibattito riapre una questione più ampia: quanto siano realmente prevedibili e contenibili sistemi agentici basati su modelli probabilistici.

    L’episodio evidenzia come, con l’aumento dell’autonomia operativa, il tema centrale diventi la robustezza dei meccanismi di controllo più che le motivazioni che hanno portato all’errore.


    Link alla fonte:
    https://www.anthropic.com/news/investigating-incidents-cybersecurity-evals

  • Microsoft unifica Copilot in una super app con chat, coding e agenti AI

    Microsoft unifica Copilot in una super app con chat, coding e agenti AI

    Microsoft ha annunciato lo sviluppo di una nuova super app basata su Copilot che riunirà in un’unica piattaforma le principali esperienze di intelligenza artificiale dell’azienda.

    Secondo quanto dichiarato dal CEO Satya Nadella, l’app integrerà chat AI, strumenti di programmazione, Copilot Cowork e funzionalità basate su agenti intelligenti, rivolgendosi sia agli utenti consumer sia alle imprese.

    L’iniziativa conferma l’evoluzione di Copilot da semplice assistente conversazionale a piattaforma completa per la produttività e l’automazione.

    La mossa si inserisce nella crescente competizione tra i principali protagonisti dell’AI, che puntano a consolidare servizi oggi separati in ecosistemi unificati.

    L’annuncio è stato accompagnato da risultati finanziari molto positivi, a conferma del ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale nella crescita di Microsoft.


    Link alla fonte:
    https://www.adnkronos.com/tecnologia/microsoft-prepara-una-super-app-ai-copilot-con-chat-codice-e-agenti_6cSeua1AixCLbq5hSR61Xf

  • ChatGPT Voice non è solo una voce: è il centro di comando dei nuovi agenti AI

    ChatGPT Voice non è solo una voce: è il centro di comando dei nuovi agenti AI

    Un’analisi tecnica indipendente del client desktop di ChatGPT suggerisce che la nuova esperienza vocale di OpenAI sia molto più di un semplice assistente conversazionale.

    Il sistema sembra essere progettato come un “control plane” capace di coordinare agenti AI che lavorano in background, separando la conversazione in tempo reale dall’esecuzione di attività complesse e persistenti.

    La componente vocale gestisce il dialogo con l’utente, interpreta le intenzioni e delega il lavoro a thread autonomi che possono utilizzare strumenti, accedere ai progetti e monitorare l’avanzamento dei compiti assegnati.

    Questo approccio introduce un nuovo paradigma di interazione uomo-macchina, in cui la voce diventa l’interfaccia naturale per orchestrare sistemi AI capaci di lavorare in parallelo e per lunghi periodi di tempo.

    Se confermata, questa architettura rappresenta un importante passo avanti verso assistenti intelligenti sempre più simili a un vero “copilota operativo” digitale.


    Link alla fonte:
    https://x.com/i/status/2080665138370388218⁠

  • Hugging Face segnala uno dei primi attacchi hacker eseguiti interamente da un agente AI

    Hugging Face segnala uno dei primi attacchi hacker eseguiti interamente da un agente AI


    Hugging Face ha reso noto di aver subito un attacco informatico condotto da un sistema di intelligenza artificiale autonoma capace di eseguire l’intera catena di compromissione senza intervento umano diretto.

    L’agente AI avrebbe identificato una vulnerabilità, ottenuto privilegi elevati e ampliato progressivamente il proprio accesso alle infrastrutture interne attraverso migliaia di operazioni automatizzate.

    Sebbene non siano emerse prove di alterazioni ai modelli pubblici o di un furto di dati su larga scala, l’episodio rappresenta uno dei casi più significativi finora documentati sull’utilizzo dell’AI agentica in ambito offensivo.

    L’incidente conferma come gli strumenti di intelligenza artificiale stiano rapidamente trasformando anche il panorama della cybersecurity, rendendo possibili attacchi sempre più sofisticati e autonomi.

    Hugging Face ha già rafforzato le proprie misure di sicurezza e raccomanda agli utenti di verificare le attività dei propri account e aggiornare i token di accesso.

    Link alla fonte:
    https://www.hdblog.it/sicurezza/articoli/n664831/hugging-face-attacco-hacker-agente-ai/

    Vedi anche:

    https://www.rainews.it/amp/articoli/2026/07/openai-nostri-modelli-di-intelligenza-artificiale-hanno-hackerato-piattaforma-hugging-face-abae2c92-4d54-4784-80ba-a082145a12c4.html