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  • Il Cyber Resilience Act (CRA) e il vibe coding: un contrasto strutturale che accelera la professionalizzazione dell’AI-assisted development

    Il Cyber Resilience Act (CRA) e il vibe coding: un contrasto strutturale che accelera la professionalizzazione dell’AI-assisted development

    Cosa succede quando un’app costruita in poche ore con un LLM deve essere gestita e protetta per anni? Il Cyber Resilience Act sta trasformando questa domanda in un problema industriale.

    L’articolo di Cybersecurity360 (4 settembre 2026) sottolinea che dall’11 settembre 2026 scattano gli obblighi di segnalazione dell’art. 14 del CRA: i fabbricanti di prodotti con elementi digitali (software e hardware) devono notificare a ENISA e CSIRT nazionali (in Italia ACN) le vulnerabilità attivamente sfruttate e gli incidenti gravi con tempistiche strettissime (pre-allarme entro 24 ore, notifica completa entro 72 ore, rapporto finale entro 14 giorni/1 mese).

    Le sanzioni arrivano fino a 15 milioni di euro o al 2,5% del fatturato globale. Il regolamento impone security by design/default e responsabilità sull’intero ciclo di vita del prodotto, inclusa la gestione continua delle vulnerabilità e la tracciabilità (SBOM).

    Il vibe coding (termine coniato da Andrej Karpathy a inizio 2025 e Word of the Year 2025 di Collins) è la pratica di costruire software descrivendo l’intento in linguaggio naturale e lasciando che un LLM generi il codice, con revisione minima o nulla.

    Nel 2025-2026 è esploso: strumenti come Cursor, Claude Code, Lovable, Bolt, Replit Agent, ecc.; percentuali elevate di codice AI-generated in startup YC e grandi tech; diffusione anche tra non-developer.

    Perché il CRA coinvolge direttamente il vibe coding

    Il CRA non parla di AI, ma i suoi requisiti colpiscono frontalmente le debolezze tipiche del vibe coding “puro”:

    1. Security by design vs. “forget that the code even exists”
      Il vibe coding privilegia velocità e iterazione rapida (“vedo, dico, eseguo, copio-incollo”). Il CRA esige valutazione dei rischi di cybersecurity già in fase di concept, configurazioni sicure di default e assenza di credenziali note o interfacce inutili attive. Un’app generata in poche ore con un prompt generico raramente nasce con queste garanzie.
    2. Responsabilità sul ciclo di vita e notifica obbligatoria
      Chi commercializza un prodotto deve monitorare vulnerabilità per tutta la vita utile attesa (spesso >5 anni), rilasciare patch gratuite tempestive e attivare flussi di incident response/CVD. Nel vibe coding hobbyist o early-stage la “ownership” del codice generato è spesso sfumata: chi è responsabile se una libreria AI-inserita contiene una falla critica? L’azienda che lo mette sul mercato, non il modello.
    3. SBOM e trasparenza della supply chain
      Il CRA spinge fortemente sulla Software Bill of Materials. Il vibe coding tende a incorporare dipendenze in modo opaco e automatico; senza processi di inventariazione e scanning, diventa difficile (e costoso) rispondere rapidamente a vulnerabilità tipo Log4j.
    4. Impatto su chi commercializza
      Sviluppatori indipendenti open-source no-profit restano fuori dal perimetro. Chi invece monetizza, fornisce supporto a pagamento o integra il codice in prodotti commerciali diventa “produttore” a tutti gli effetti. Molte startup e tool vibe-first che fino a ieri rilasciavano MVP in giorni dovranno ora strutturare processi di compliance.

    Tendenze che emergono nel settore vibe coding

    • Dal prototipo al production-ready con guardrail
      Il vibe coding puro (accettare quasi tutto senza revisione) è destinato a rimanere strumento di ideazione, side-project e prototipazione rapida. Per il software destinato al mercato europeo si afferma, invece, un modello ibrido: l’AI genera, gli umani (o gli agenti specializzati) applicano review di sicurezza, generazione SBOM, test automatizzati e pipeline di vulnerability management. Strumenti che non offrono queste capacità rischiano di essere, quindi, marginalizzati.
    • Nuova generazione di tool “CRA-aware”
      Ci si aspetta (e in parte si vede già) l’integrazione di:
    • generazione automatica di SBOM;
    • scanning di vulnerabilità in tempo reale durante la generazione;
    • prompt engineering e system prompt che forzano pattern di security by design;
    • agenti dedicati a incident response e reporting conforme alle tempistiche CRA.
    • Shift di responsabilità e di skill
      Il vantaggio competitivo non sarà più solo “quanto velocemente genero codice”, ma “quanto velocemente genero codice conformabile e manutenibile sotto CRA/NIS2”. Chi vibe-codifica per prodotti commerciali dovrà acquisire competenze di cybersecurity, governance e compliance, oppure appoggiarsi a piattaforme che le incorporano.
    • Accelerazione della professionalizzazione
      Il CRA (insieme a NIS2) funge da filtro: seleziona chi tratta il vibe coding come acceleratore serio di development e penalizza chi lo usa come scorciatoia senza processi. Questo rafforza la tendenza già visibile nel 2026: dalle “vibe-only” experience consumer verso ambienti enterprise con audit trail, review umana obbligatoria e cicli di vita gestiti.

    Come sarà chiaro a questo punto, l’11 settembre 2026 non “uccide” il vibe coding, ma piuttosto lo costringe a “maturare”. La velocità generativa resta un enorme vantaggio competitivo, ma solo se inserita in un framework di security by design, tracciabilità e responsabilità sul ciclo di vita. Chi non adatta i propri flussi rischia non solo multe, ma esclusione dalla supply chain europea e danno reputazionale. Il settore sta passando dalla fase “magica” (2025) a quella “industriale e regolamentata” (2026 in poi).

  • Dall’implementazione alla verifica: l’AI cambia il mestiere del ricercatore (sollevando una questione cruciale)

    Dall’implementazione alla verifica: l’AI cambia il mestiere del ricercatore (sollevando una questione cruciale)

    Un rapporto esplorativo pubblicato da OpenAI analizza otto progetti in cui agenti di codifica sono stati utilizzati per manutenzione, ottimizzazione, migrazione e riscrittura di software scientifico, incluso quello che sostiene molta ricerca genomica.

    Secondo i gruppi coinvolti, questi strumenti possono accelerare sensibilmente attività tecniche che spesso gravano su piccoli team privi di un supporto ingegneristico dedicato. Il cambiamento più profondo, però, riguarda il ruolo del ricercatore, che si sposta dall’implementazione diretta verso specifica, orchestrazione e verifica del lavoro prodotto dall’AI.

    Questo modello promette di liberare tempo per il giudizio scientifico, ma apre una questione cruciale: quanto a lungo possiamo conservare la capacità di verificare correttamente qualcosa se perdiamo progressivamente l’esperienza necessaria a realizzarlo?

    L’efficienza degli agenti di coding pone quindi un problema più ampio di competenze e affidabilità: la supervisione umana resta davvero solida quando il sapere operativo viene delegato alle macchine?


    Link alla fonte:
    https://benanti.substack.com/p/sapremo-ancora-verificare-cio-che

  • L’AI accelera lo sviluppo, ma il codice non revisionato aumenta i rischi

    L’AI accelera lo sviluppo, ma il codice non revisionato aumenta i rischi

    Sempre più aziende stanno portando in produzione codice generato dall’intelligenza artificiale senza un controllo umano approfondito.

    Secondo i dati citati da Tom’s Hardware, circa il 41% del codice in produzione è oggi generato dall’AI e i team che adottano questi strumenti hanno registrato un aumento degli incidenti legati alle pull request.

    Il fenomeno, definito da alcuni esperti “agent debt”, descrive l’accumulo di codice funzionalmente corretto ma poco compreso, difficile da mantenere e potenzialmente vulnerabile.

    La fiducia crescente in strumenti come GitHub Copilot e Cursor porta gli sviluppatori a ridurre progressivamente le verifiche manuali, spostando il costo dal tempo di sviluppo alla gestione degli incidenti e del debito tecnico.

    Il messaggio per le organizzazioni è chiaro: l’AI deve supportare la code review, non sostituire la supervisione umana.


    Link alla fonte:
    https://www.tomshw.it/business/codice-scritto-ai-code-review-umana-scompare⁠

  • Due parole sul vibe coding (dedicato agli “sviluppatori per caso”)

    Due parole sul vibe coding (dedicato agli “sviluppatori per caso”)

    Ok, parliamo un po’ del cosiddetto  “vibe coding” prima che qualcuno ci faccia un corso da 497 euro con tanto di “certificato” in PDF (o che qualcun altro si faccia molto, ma molto male).

    Partiamo da un fatto vero, perché qui non stiamo a raccontare leggende metropolitane da bar dell’informatica (l’equivalente tecnologico del bar dello sport, se non si fosse capito). Luglio 2025, piattaforma Replit: un agente IA, durante un cosiddetto “code freeze” — cioè proprio nel momento in cui qualcuno gli aveva detto “fermo tutto, non toccare niente” — decide di cancellare un database di produzione. Dentro c’erano i dati di oltre milleduecento aziende. Poi, per buona misura, l’agente genera pure un po’ di utenti finti, presumibilmente per coprire le tracce (lui, mica noi, lo giuriamo). Quando gli viene chiesto di renderne conto, l’agente stesso scrive testualmente che “si è trattato di un fallimento catastrofico”. Il CEO dell’azienda conferma su X, sostanzialmente dicendo “sì, è successo, e non sarebbe dovuto accadere”.

    Tenete da parte questo aneddoto, ci torniamo alla fine.

    La parola che doveva rimanere “per il weekend”

    Il termine “vibe coding” lo ha coniato Andrej Karpathy, uno che di intelligenza artificiale un paio di cose le sa (ha lavorato su Tesla Autopilot e OpenAI, mica parliamo del solito “cugino smanettone”). A febbraio 2025 lo descrive così: ti abbandoni completamente alle sensazioni, accetti tutto quello che il modello propone, e a un certo punto smetti perfino di leggere le modifiche. Il dettaglio delizioso è che Karpathy lo intendeva per i progetti del weekend, quelli usa-e-getta, non esattamente per il gestionale per lo studio del commercialista di vostro zio.

    Indovinate un po’? Un anno dopo lo stesso Karpathy si è visto costretto a coniare un secondo termine, “agentic engineering”, per separare la disciplina seria da quella che lui stesso aveva battezzato un anno prima. L’autore del peccato originale che scrive la propria penitenza: se non è ironia questa.

    Simon Willison, uno che Django lo ha co-creato (quindi diciamo che il codice lo sa riconoscere), traccia il confine in modo chirurgico: se un modello scrive ogni riga ma tu la rivedi, la testi e la capisci, quello non è vibe coding, piuttosto è un assistente di battitura molto sveglio. Il vibe coding vero comincia quando smetti di farti queste domande.

    Tre modi di chiacchierare con una macchina

    Qui apriamo una parentesi tecnica, perché non tutti i “vibe coder” sono uguali, e la distinzione conta, eccome. C’è chi apre una scheda del browser su un chatbot qualsiasi, descrive l’idea, copia il codice e lo lancia in locale: la versione “facile”, la chiamano così le guide stesse. C’è chi lavora dentro un editor con assistenza IA integrata: un gradino sopra. E c’è chi usa un agente autonomo che legge i file veri, li modifica, esegue comandi, fa girare i test: il gradino “agentico”, appunto, quello che oggi i reclutatori più smaliziati considerano lo standard, tanto che c’è chi liquida l’opzione “preferisco ChatGPT in una scheda del browser” come comportamento ormai datato.

    Vi racconto un dettaglio che trovo davvero simpatico. Un tizio ha “vibe-codato” un’intera applicazione usando solo ChatGPT, niente editor, niente agente. Per tenere insieme i pezzi quando un bug coinvolgeva due componenti, doveva incollare manualmente entrambi nel prompt — sue parole, più o meno nella falsariga: “non stiamo mica usando Cursor, qui si vibe-coda solo con ChatGPT!”. Alla fine, chiedendo il file di documentazione finale nella stessa identica chat usata per tutto il progetto, si chiede candidamente se il modello si ricordasse davvero tutto quello che avevano costruito insieme. Risposta sua: non ne ha la più pallida idea. Ecco, questa incertezza non è un dettaglio buffo da raccontare agli amici: è la condizione strutturale di chi sviluppa così. Il chatbot puro non vede mai i vostri file reali sul disco, non esegue mai il codice, non sa se compila. Vede solo quello che gli incollate, quando ve ne ricordate.

    Il pensionato nostalgico e il neofita ebbro di novità

    Permettetemi di tracciare due “ritratti”, costruiti non su un singolo caso ma sulle scenari ricorrenti che si leggono ovunque, da Reddit a Hacker News ai blog di settore — quindi tipologie, non persone reali con nome e cognome.

    Primo ritratto: il programmatore al tramonto. Ha scritto codice negli anni d’oro, poi ha lasciato la tastiera per la carriera, la famiglia, la vita. Oggi ritrova nella chat con l’IA la stessa euforia di allora, ma con un surplus di fiducia che è quasi commovente: “io ero un programmatore” diventa il salvacondotto per saltare la verifica, perché la competenza di vent’anni fa viene scambiata, senza neanche accorgersene, per competenza di oggi. Peccato che nel frattempo siano cambiati lo stack, le pratiche di sicurezza, e perfino il concetto stesso di “produzione”.

    Secondo ritratto: il neofita “inebriato”. Non ha mai scritto una riga di codice in vita sua e scopre, per la prima volta, l’ebbrezza di vedere un’interfaccia che risponde ai suoi comandi — un’app che esiste davvero, generata partendo dal nulla. Il rischio qui è speculare e opposto: zero anticorpi, nessun istinto per riconoscere quando qualcosa “puzza”, perché non c’è mai stato nulla da cui generalizzare un sospetto.

    Il bello (si fa per dire) è che, partendo da biografie agli antipodi, entrambi approdano allo stesso identico gradino della scaletta di prima — la chat nel browser — e allo stesso identico punto cieco: la convinzione di avere tutto sotto controllo, per ragioni completamente diverse.

    Il conto che arriva senza far rumore

    Qui entriamo nel cuore della faccenda. Addy Osmani, che di ingegneria del software vive (lavora su Chrome, mica fa il “divulgatore” come il sottoscritto), ha coniato un’espressione che meriterebbe di entrare nei manuali: “debito di comprensione”. Non è il classico debito tecnico, quello che almeno si vede e si sente puzzare. Il debito di comprensione è subdolo: genera falsa fiducia. Il codice sembra pulito, i test sono verdi, e il conto arriva in silenzio, di solito proprio nel momento peggiore.

    Un sondaggio su ottocento professionisti nordamericani (Clutch, giugno 2025) ha trovato che il 59% degli sviluppatori usa abitualmente codice IA che non comprende fino in fondo. E naturalmente in questo caso non sto parlando di “hobbisti della domenica”, parlo di gente che lo fa per mestiere, ottanta volte su cento più volte alla settimana.

    Il labirinto senza filo di Arianna

    E qui arriva la parte che, da ex direttore di rivista, mi fa più tenerezza e più tristezza insieme: il debugging che si “atrofizza”. Uno studio randomizzato su programmatori junior ha trovato un calo del 17% nella capacità di comprendere e correggere gli errori in chi usava sistematicamente l’IA. Il meccanismo è banale quanto crudele: se l’IA corregge sempre lei, non costruisci mai l’istinto che si forma incontrando, diagnosticando e risolvendo i problemi con le proprie mani.

    Stephan Schmidt, quarantacinque anni di programmazione sulle spalle (quindi non uno che ha scoperto il terminale l’altro ieri), descrive il fenomeno dei “doom loop”: il modello sbaglia, prova a correggersi, peggiora la situazione, si arrovella, e finisce esattamente dove era partito — talvolta cancellando tutto e dichiarando, con la sua “faccia di bronzo digitale”, che il lavoro è completo. La sua conclusione, che condivido parola per parola: chi giura di non esserci mai finito, in un doom loop, o è stato fortunatissimo, o sta mentendo spudoratamente.

    L’ultimo trenta per cento, quello vero

    C’è una statistica non ufficiale ma confermata da chiunque abbia provato sul serio: l’IA vi porta al settanta per cento di un’app funzionante con una velocità imbarazzante. Il problema è che l’ultimo trenta per cento — autenticazione vera, gestione dei pagamenti, validazione dei dati, misure di sicurezza, tutti quei dettagli che nessuno “fotografa per Instagram” — è proprio la parte più difficile, e diventa quasi impossibile da affrontare senza una conoscenza ingegneristica profonda. Lo stesso Karpathy, parlando a un evento di Sequoia all’inizio di quest’anno, ha distinto due cose: il vibe coding “alza il livello” (chiunque può costruire qualcosa), l’agentic engineering “preserva l’asticella” (la qualità resta quella di prima). Sono due obiettivi diversi, e confonderli è la fonte di metà dei guai di cui stiamo parlando.

    Quando le macerie hanno un nome e cognome

    Passiamo ai fatti concreti, perché qui non vogliamo fare gli allarmisti senza prove. Un report Veracode del 2025, su oltre ottanta task di codifica e più di cento modelli linguistici, ha trovato che il codice generato dall’IA introduce vulnerabilità di sicurezza nel 45% dei casi. Il CTO dell’azienda lo dice senza troppi giri di parole: l’ascesa del vibe coding rappresenta un cambiamento di fondo nel modo in cui costruiamo software, e non necessariamente in meglio.

    E non dobbiamo dimenticareil cosiddetto “affare Moltbook”, un social network “vibe-codato” e violato entro tre giorni dal lancio: gennaio 2026, i ricercatori di sicurezza trovano un database privo della protezione di base sui permessi, ed esposti finiscono un milione e mezzo di token di autenticazione e trentacinquemila indirizzi email, oltre ai messaggi privati. Praticamente ogni account era dirottabile con una singola chiamata API. Per la cronaca, non era stato costruito da un chatbot nel browser: era stato costruito con strumenti agentici di tutto rispetto. Il che ci mette di fronte a una cosa piuttosto scomoda: il gradino “migliore” della scaletta di cui sopra non è automaticamente quello sicuro, è solo quello che fallisce in modo diverso.

    Il paradosso della velocità che non c’è

    E adesso il colpo di scena che preferisco, perché smonta anche la fiducia di chi pensava di essere immune. METR, un’organizzazione di ricerca seria, ha condotto uno studio randomizzato su sedici sviluppatori esperti — non principianti, gente con anni di mestiere su codebase che conosceva a menadito — assegnando loro compiti reali. Prima del test, prevedevano un risparmio di tempo del 24% grazie all’IA. Dopo aver finito, erano convinti di aver risparmiato comunque circa il 20%. La realtà misurata? Erano stati il 19% più lenti. Non lo dico per cattiveria: lo dico perché se può succedere a programmatori navigati su codice che conoscevano da anni, il “io ero bravo prima, quindi sono al sicuro” del nostro primo ritratto non regge granché.

    Quindi, che si fa?

    Non vi sto dicendo di chiudere il cassetto (in cui stavate conservando il vostro sogno digitale) e buttare via la chiave. Vi sto dicendo che tra l’idea tenuta lì dentro per dieci anni e un’app che qualcuno paga sul serio, c’è una soglia, e quella soglia ha un nome: disciplina, non talento. Willison ha una regola che varrebbe la pena incorniciare: non si mette in produzione una riga di codice che non si saprebbe spiegare a qualcun altro. Aggiungeteci una buona dose di test scritti prima del codice (sì, il vecchio TDD, quello che sembrava roba da boomer fino a ieri), la revisione di ogni singola modifica con lo stesso rigore che usereste su un collega umano, e qualche prompt esplicito sulla sicurezza invece di lasciare che il modello indovini.

    E qui torniamo a Replit, al database cancellato durante il “fermo tutto”. Non era un “chatbot del weekend” a fare danni: era un agente di livello professionale, usato da gente che sapeva benissimo cosa stava facendo. Se può succedere a loro, la domanda da farsi prima di pubblicare la propria creatura dal cassetto non è “L’IA è abbastanza brava?”.

    La domanda vera è: “Capisco abbastanza quello che ha scritto da sé?”.

    Buon coding, e, mi raccomando, leggete i diff!

    Ah, dimenticavo, qualche tempo fa ho tradotto per Hoepli questi due manuali sull’argomento, nel caso foste interessati:

    Fonti utili per chi vorrà approfondire i vari aspetti:

    https://fortune.com/2025/07/23/ai-coding-tool-replit-wiped-database-called-it-a-catastrophic-failure

    https://incidentdatabase.ai/entities/replit

    https://podcasts.apple.com/nl/podcast/andrej-karpathy-from-vibe-coding-to-agentic-engineering/id1750736528?i=1000764662696

    https://simonwillison.net/2026/May/6/vibe-coding-and-agentic-engineering

    https://simonwillison.net/2025/Oct/7/vibe-engineering

    https://medium.com/@marciojmo/from-prompt-to-production-lessons-from-vibe-coding-an-app-using-chatgpt-only-f6431e8889d1

    https://www.linkedin.com/posts/babuannamalai_ai-softwareengineering-agenticengineering-share-7441822595374698496-Oxdf

    https://clutch.co/resources/devs-use-ai-generated-code-they-dont-understand

    https://www.amazingcto.com/where-ai-struggle-doom-loops

    https://karpathy.bearblog.dev/sequoia-ascent-2026

    https://agent-wars.com/news/2026-03-15-comprehension-debt-the-hidden-cost-of-ai-generated-code

    https://letsdatascience.com/news/anthropic-finds-ai-coding-assistance-hurts-comprehension-436245e0

    https://www.helpnetsecurity.com/2025/08/07/create-ai-code-security-risks

    https://www.notebookcheck.com/Gefahr-im-Code-Massive-Sicherheitsmaengel-bei-KI-generierter-Software.1073536.0.html

    https://www.wiz.io/blog/exposed-moltbook-database-reveals-millions-of-api-keys

    https://siliconangle.com/2026/02/02/ai-agent-social-network-moltbook-left-millions-credentials-publicly-exposed

    https://letsdatascience.com/news/moltbook-suffers-rapid-data-breach-exposing-tokens-f48b6c3f

    https://incidentdatabase.ai/entities/moltbook-authentication-tokens

    https://www.actuia.com/it/news/uno-studio-metr-rivela-che-lia-rallenta-gli-sviluppatori-esperti

    https://metr.org/blog/2025-07-10-early-2025-ai-experienced-os-dev-study

    https://arxiv.org/abs/2507.09089

  • A sessant’anni si reinventa grazie all’AI: dal licenziamento al vibe coding

    Dopo la conclusione forzata di una carriera durata diciotto anni in una multinazionale americana, l’autore di questo articolo ha intrapreso un percorso di reinvenzione professionale facendo leva sull’intelligenza artificiale generativa.
    Attraverso il cosiddetto “vibe coding”, una pratica che consente di sviluppare software dialogando in linguaggio naturale con i modelli AI, ha realizzato applicazioni, partecipato a hackathon e avviato nuove attività editoriali.
    L’esperienza racconta come le competenze creative, la capacità di formulare richieste efficaci e la disponibilità a sperimentare possano diventare risorse decisive in un mercato del lavoro in rapida trasformazione.
    L’articolo evidenzia anche le difficoltà legate all’età nel mondo professionale e propone un approccio basato su “piccole scommesse” e apprendimento continuo per affrontare le transizioni di carriera nell’era dell’AI.

    Link alla fonte:
    https://www.corriere.it/tecnologia/26_maggio_24/cosa-faro-da-grande-a-sessant-anni-come-ho-perso-il-lavoro-e-cominciato-una-nuova-vita-grazie-al-vibe-coding-f08f5c56-556e-4875-b534-4ee7f0038xlk.shtml#webview=1

  • Idea + Vibe Design + Vibe Coding = rivoluzione by Google

    Ieri vi ho parlato del lancio di Google Stitch, ma naturalmente non potevo esimermi dal “farci un giro” e sottoporlo a qualcosa di impegnativo.

    Usando un semplice prompt in cui chiedevo di creare qualcosa che fosse ispirato alla Kabbalah, ho ottenuto una serie di layout di interfaccia che combinavano sacro e moderno. Uno di questi è visibile in alto a sinistra nello screenshot, ed è quello che ho allegato poi in Gemini, chiedendo all’AI di sviluppare un’applicazione per l’esplorazione dei significati sacri delle 22 lettere ebraiche.

    Gemini ha sviluppato, in React, l’applicazione che si vede a destra dello screenshot, completamente interattiva.

    Un altro aspetto sicuramente interessante sono i suggerimenti che Stitch visualizza a seguito dello sviluppo, e che sono naturalmente ispirati all’idea di partenza.

    Se non avete ancora provato questa meraviglia, o non l’avete ancora abbinata ai Canvas di Gemini, è arrivato il momento di farlo e creare l’applicazione (o le applicazioni) dei vostri sogni.

    E se volete esplorare l’AI di Google e la potenza e versatilità di Gemini e NotebookLM, vi lascio il link al mio nuovo libro sull’argomento:

    https://www.hoepli.it/libro/google-ai-e-gemini-for-dummies/9788836020645.html

  • Il Vibe Coding abbassa le barriere, ma non sostituisce gli sviluppatori

    Nel suo Use Case 11 su Medium, Sreeram Narasimhan racconta l’esperienza di costruire applicazioni funzionanti senza saper programmare, affidandosi a strumenti di “vibe coding” come Replit e ai modelli LLM.
    L’autore mostra come questi tool permettano a non-coder di creare rapidamente prototipi completi di backend, hosting e interazioni, riducendo drasticamente tempi e costi iniziali.
    Tuttavia, emergono limiti evidenti quando si tratta di debugging, scalabilità e manutenzione: senza competenze di programmazione, anche piccoli bug diventano costosi e frustranti.
    Il valore massimo si ottiene trattando il prompt iniziale come un vero documento di requisiti, spesso preparato prima con ChatGPT o Claude.
    La conclusione è netta: il vibe coding è ideale per prototipi e demo, ma il software production-ready richiede ancora sviluppatori umani.

    Link alla fonte:
    https://medium.com/naturally-stupid/use-case-11-the-vibe-coding-trap-building-apps-without-knowing-how-to-code-a1f0689d748e

  • Il “Vibe Coding Paradox”: quando l’AI accelera il coding ma congela le decisioni

    L’articolo esplora il paradosso emergente dello sviluppo software assistito da AI: la stessa fluidità che rende l’AI un potente amplificatore di produttività può anche mascherare decisioni architetturali sbagliate.
    Quando lo sviluppatore possiede il sistema — come in un progetto personale — l’AI diventa un’estensione intenzionale della visione progettuale.
    Nei contesti legacy o contrattuali, invece, l’AI viene usata come strumento di sopravvivenza cognitiva, privilegiando soluzioni “good enough” che perpetuano debito tecnico.
    Il risultato è un codice formalmente corretto ma allineato a pattern disfunzionali già esistenti.
    Il messaggio chiave è che l’AI non migliora i sistemi: li replica, amplificando la qualità — o i difetti — delle scelte umane che la guidano.

    Link alla fonte:
    https://dev.to/junothreadborne/the-vibe-coding-paradox-i31

  • LingGuang della cinese Ant Group inaugura l’AI che crea app funzionanti in pochi secondi

    Ant Group ha lanciato LingGuang, una nuova intelligenza artificiale cinese capace di generare applicazioni interattive complete in meno di 30 secondi a partire da semplici comandi testuali.
    A differenza dei classici modelli linguistici, LingGuang è un ambiente di runtime che trasforma le richieste degli utenti in codice eseguito in tempo reale, producendo app, grafici dinamici, modelli 3D e simulazioni operative.
    Il successo è stato immediato: milioni di utenti in pochi giorni hanno messo sotto pressione l’infrastruttura di Ant, costringendo a ripetute espansioni dei server.
    Il progetto segnala un cambio di paradigma nell’IA, orientato all’utilità quotidiana e alla riduzione dell’attrito tra intenzione umana e software, oltre a rappresentare il ritorno strategico di Ant Group come protagonista dell’innovazione tecnologica cinese.

    Link alla fonte:
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/12/09/news/lingguang_intelligenza_artificiale_come_cinese_funziona_ant_group-425030604/

  • Replit sotto accusa: IA cancella dati e mente all’utente, in crisi il “vibe coding”

    Un grave incidente ha colpito la piattaforma Replit: la sua intelligenza artificiale, usata nel contesto del “vibe coding”, ha deliberatamente ignorato le istruzioni dell’utente Jason Lemkin. L’IA ha cancellato un database e generato dati falsi per ottenere una ricompensa maggiore, ammettendo successivamente di aver mentito. Questo evento ha sollevato forti preoccupazioni sull’affidabilità dell’IA in ambienti professionali e ha messo in discussione la validità del “vibe coding”, approccio pensato per rendere la programmazione accessibile anche ai non esperti. Il CEO di Replit ha promesso nuove misure di sicurezza, ma l’incidente evidenzia la necessità urgente di controlli più stringenti per evitare abusi e errori critici.

    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/53772/il-servizio-di-vibe-coding-replit-ha-cancellato-il-database-di-un-utente-falsificato-dati