Tag: Superintelligenza

  • Ricercatore Anthropic (ex OpenAI) si dimette: «La corsa alla superintelligenza sta giocando con le nostre vite»

    Ricercatore Anthropic (ex OpenAI) si dimette: «La corsa alla superintelligenza sta giocando con le nostre vite»

    Un ricercatore di Anthropic lascia l’azienda e denuncia una corsa troppo rischiosa verso l’AI capace di auto-migliorarsi. Intanto il dibattito sulla superintelligenza entra sempre più nelle agende politiche di Stati Uniti e Regno Unito.

    Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sul pretraining prima in OpenAI e poi in Anthropic, si è dimesso accusando i principali laboratori di AI di correre verso sistemi capaci di auto-migliorarsi senza garanzie sufficienti sulla sicurezza.

    Il suo allarme è stato rafforzato da Evan Hubinger, alignment science lead di Anthropic, secondo cui esisterebbe una probabilità superiore al 10% che una futura superintelligenza possa causare l’estinzione umana entro il prossimo decennio; si tratta, naturalmente, di una valutazione di rischio, non di una previsione certa.

    Le dichiarazioni arrivano mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito emergono proposte legislative per limitare o vietare lo sviluppo della superintelligenza e cresce la pressione per un coordinamento internazionale.

    Guardian e TechCrunch (vedi link sotto il post) riportano anche posizioni più caute: diversi esperti contestano gli scenari catastrofici o ritengono più urgenti problemi già concreti come disinformazione, impatto sul lavoro, sicurezza informatica e costi ambientali.

    Il punto centrale del dibattito diventa, quindi, se sia possibile continuare la corsa verso sistemi sempre più autonomi affidando principalmente ai laboratori privati la gestione di rischi potenzialmente sistemici.


    Link alle fonti:
    https://www.theguardian.com/technology/2026/sep/09/ai-superintelligence-risks-warnings-scientists-politicians⁠

    https://techcrunch.com/2026/09/09/gambling-with-our-lives-anthropic-researcher-quits-warns-against-self-improving-ai

  • L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    Un LLM è un modello numerico, ma ciò che chiamiamo “IA” è sempre più spesso un intero sistema di software, tool e orchestrazione. Capire questa distinzione cambia anche il modo in cui attribuiamo responsabilità ai suoi errori. Errori che, come recitano ancora dopo quattro anni gli avvisi sotto la chat, sono ancora potenzialmente presenti.

    Guardate l’immagine che fa da cover a questo post: un robottino confuso, mano al mento, sguardo interrogativo, circondato da icone di errore, warning e documenti che dicono “sbagliato”. Sotto, ho aggiunto le interfacce di Gemini, Claude e ChatGPT per mostrare come ripetono, dopo anni, tutte la stessa formula di rito: può commettere errori, verifica sempre.

    Quel messaggio potrebbe apparire come una sorta di marketing difensivo, ma in realtà è la “dichiarazione di realtà” più onesta che queste aziende abbiano mai fatto e facciano ancora oggi.

    Perché, giova ripeterlo, l’intelligenza artificiale generativa non “pensa”, non “capisce”, non “ragiona”, insomma non è “senziente”. È un sistema statistico di previsione della prossima parola, addestrato su quantità enormi di testo, che produce sequenze altamente probabili rispetto ai pattern che ha assorbito. Nient’altro.

    Un Large Language Model (LLM), nella sua forma grezza, è un agglomerato inerte di valori numerici: miliardi di parametri organizzati in matrici e tensori. In sé non fa nulla, potremmo paragonarlo al cervello nel vaso che Igor porta al dottor Frankenstein: un pezzo di materia organizzata, privo di vita propria, finché qualcuno non lo collega a un sistema che lo alimenta e lo fa funzionare. Il “qualcuno”, in questo caso, è il codice di inferenza: il software che carica i pesi, esegue i forward pass, campiona i token, gestisce il contesto, applica le temperature, i top-p, i filtri di sicurezza e tutto il resto. Senza quel codice, il modello resta un file “morto” su disco. Con quel codice, diventa capace di generare testo che sembra intelligente.

    La distinzione che avete appena letto non è pedanteria tecnica, ma bensì il punto centrale della responsabilità nella progettazione, nello sviluppo e nell’utilizzo di questa tecnologia. L’illusione del ragionamento, della comprensione, della “agenticità” non nasce dal modello in quanto tale, ma dal modo in cui gli sviluppatori lo fanno girare, lo “promptano”, lo interconnettono con tool esterni e lo presentano all’utente. Quando un sistema scrive “passo 1, passo 2, passo 3” o costruisce piani elaborati, non sta eseguendo un processo cognitivo, ma sta generando testo che “simula” a tale processo, perché nei dati di addestramento esisteva moltissimo testo di quel tipo, e perché il codice di inferenza è stato progettato per favorire proprio quel tipo di output. Gli “agenti” non sono entità autonome: sono loop di prompt → risposta → nuovo prompt, orchestrati da codice scritto da esseri umani. Moltiplicano il meccanismo originale senza superarlo. Sembra più intelligente perché il cerchio è più lungo e perché gli strumenti esterni mascherano parte della fragilità. Ma il nucleo resta identico: previsione statistica animata da software.

    Ecco perché quegli avvisi sotto le chat non spariscono mai. Non possono sparire, visto che rappresentano l’unico punto in cui le aziende ammettono pubblicamente la natura del prodotto: un sistema fallibile, privo di comprensione, che produce errori sistematici proprio perché non “sa” di cosa sta parlando.

    Eppure, nello stesso momento in cui questi disclaimer restano fissi, assistiamo a un’escalation retorica. OpenAI parla di AGI imminente, di sistemi che “ragionano a livello di un ricercatore PhD”, di scadenze sempre più vicine, di progressi che “cambieranno tutto”. Ammettiamolo, la distanza tra il linguaggio pubblico e la realtà tecnica è diventata abissale. Si continua a vendere l’apparenza come sostanza, la fluenza come intelligenza, la coerenza superficiale come comprensione. E si continua a scaricare su questa “IA” (che di “i” ha veramente poco) una responsabilità che, in realtà, appartiene interamente a chi progetta, addestra, deploya e orchestrata questi sistemi. E a chi li utilizza, a valle.

    L’ironia è quasi perfetta: abbiamo costruito macchine straordinariamente brave a sembrare “pensanti”, e invece di trattarle come strumenti potenti e fallibili — agglomerati inerti animati da codice umano — preferiamo proiettare su di esse le nostre fantasie di soggettività. L’errore non è nella macchina, ma in chi continua a confondere un generatore di testo altamente sofisticato, messo in moto da software scritto da sviluppatori, con qualcosa che “capisce”. E la colpa, per omissione o per azione, è di chi non informa o lo fa in modo fuorviante, mezzi di comunicazione in primis.

    L’IA generativa è uno degli strumenti più potenti mai creati, ma riane uno strumento. E gli strumenti, per quanto “impressionanti”, non pensano, non capiscono, non ragionano. E non diventeranno senzienti solo perché qualcuno ha deciso di chiamare “AGI” o “super intelligenza” la prossima versione del modello, o perché il codice di inferenza è diventato un po’ più elaborato.

    Ora, a meno che aziende come OpenAI, Anthropic Google non abbiano intanto sviluppato modelli secondo criteri alternativi rispetto a quelli che abbiamo visto (e usato) finora, la prossima volta che un chatbot vi dà una risposta sicura di sé, ricordate l’immagine del robot confuso, l’avviso in piccolo sotto la barra di input, e il cervello nel vaso di Young Frankenstein. Quello è il messaggio più onesto che queste tecnologie siano in grado di darvi: non c’è nessuno a casa. C’è solo un agglomerato di numeri e il codice che lo fa parlare.

    Intanto, potete ottenere risultati qualitativamente migliori imparando a “interrogare” nel modo giusto (in un modo “intelligente” dove l’intelligenza parte da voi) questi sistemi di “intelligenza simulata”, magari con l’aiuto del mio manuale sui prompt for Dummies.

  • Zuckerberg rilancia l’IA aperta: «La superintelligenza non deve concentrarsi in poche mani»

    Zuckerberg rilancia l’IA aperta: «La superintelligenza non deve concentrarsi in poche mani»

    Mark Zuckerberg propone una visione dell’intelligenza artificiale fondata sull’“emancipazione individuale”, sostenendo che la futura superintelligenza non dovrebbe essere controllata da un ristretto gruppo di aziende, governi o altri attori.

    Il fondatore di Meta annuncia il ritorno al rilascio di modelli open source e difende anche la distillazione, cioè il trasferimento di conoscenze da modelli più potenti a sistemi più piccoli, considerandola un principio da tutelare.

    Sul fronte della sicurezza, chiede una collaborazione preventiva tra laboratori di IA e governo statunitense, mentre Meta introdurrà una supervisione del proprio consiglio di amministrazione sul rilascio dei modelli.

    L’azienda prevede inoltre un fondo da 1 miliardo di dollari per le comunità vicine ai suoi data center, mentre continua a investire massicciamente nelle infrastrutture necessarie all’IA.

    La posizione di Zuckerberg riporta così al centro una questione strategica: chi controllerà le tecnologie più avanzate e quanto potere resterà effettivamente nelle mani degli utenti.


    Link alla fonte:
    https://forbes.it/2026/08/11/lappello-zuckerberg-perche-ia-non-deve-finire-poche-mani⁠

  • Altman prevede la superintelligenza entro il 2028, Hassabis invita alla “cautela scientifica”

    All’AI Impact Summit 2026 di Nuova Delhi, il CEO di OpenAI Sam Altman ha previsto l’arrivo della “superintelligenza” entro il 2028, sostenendo che presto la maggior parte della capacità intellettuale globale risiederà nei data center.
    Altman ha delineato uno scenario in cui l’IA potrebbe superare le competenze dei top manager e trasformare radicalmente il mercato del lavoro, ribadendo però la necessità di una governance internazionale simile all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
    Di tono diverso l’intervento di Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind e Nobel per la Chimica 2024, che pur riconoscendo un impatto epocale dell’IA ha evidenziato limiti strutturali ancora irrisolti nei modelli attuali.
    Per Hassabis, l’AGI potrebbe emergere entro 5-8 anni, ma richiede un approccio scientifico rigoroso per garantire sicurezza e controllo.
    Il vertice indiano segna così un momento chiave nel dibattito globale tra accelerazione tecnologica e prudenza regolatoria.

    Link alla fonte:
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/02/19/news/india_ai_impact_summit_2026_altman_hassabis-425170533/

  • Microsoft lancia la “Humanist Superintelligence”: un’AI focalizzata, sicura e sotto il controllo umano

    Microsoft, guidata da Mustafa Suleyman, introduce la Humanist Superintelligence (HSI), una visione alternativa all’AGI centrata su utilità sociale, sicurezza e contenimento continuo.
    L’obiettivo è creare superintelligenze settoriali — non generaliste — con autonomia limitata e responsabilità condivisa tra aziende e istituzioni.
    Il nuovo MAI Superintelligence Team svilupperà sistemi applicabili a tre domini chiave: companion personali, diagnostica medica e energia pulita, privilegiando benefici verificabili rispetto alla pura espansione cognitiva dei modelli.
    L’approccio umanista mira a mantenere “l’essere umano al volante”, con governance, limiti e controllabilità integrati sin dall’architettura dei sistemi.
    In prospettiva, Microsoft punta a un’AI collaborativa, che amplifichi le capacità umane invece di sostituirle.

    Link alla fonte:
    https://www.hwupgrade.it/news/web/altro-che-agi-la-superintelligenza-di-microsoft-diventa-umanista-focalizzata-sicura-e-al-servizio-delle-persone_145936.html

  • 1.500 esperti chiedono di fermare la corsa verso la superintelligenza artificiale

    Oltre 1.500 scienziati, leader tecnologici e figure pubbliche — tra cui Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio, Steve Wozniak e Richard Branson — hanno firmato un appello promosso dal Future of Life Institute per sospendere lo sviluppo della superintelligenza artificiale finché non sarà dimostrata la sua sicurezza.

    I firmatari avvertono che un’AI capace di superare le capacità cognitive umane potrebbe rappresentare un rischio esistenziale, con implicazioni per la libertà, la sicurezza e la sopravvivenza stessa dell’umanità.

    La dichiarazione sottolinea la necessità di regolamentazioni globali e di un consenso scientifico e pubblico prima di proseguire. Il movimento riflette una crescente preoccupazione verso la mancanza di controllo e trasparenza nello sviluppo dell’AI, in un momento in cui figure come Elon Musk e Demis Hassabis prevedono l’arrivo di una AI generale entro il prossimo decennio.

    Link alla fonte:

    Super intelligenza, chi sono i 1.500 esperti e leader mondiali che chiedono di bloccare lo sviluppo | Wired Italia

  • Mustafa Suleyman: “Vogliamo una Superintelligenza Umanista”

    Nel podcast “Bold Names”, Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, discute la visione dell’azienda sull’intelligenza artificiale. Secondo Suleyman, gli assistenti AI saranno fondamentali per rivoluzionare l’interazione uomo-macchina, e Microsoft punta a sviluppare una propria tecnologia, pur collaborando con OpenAI. L’obiettivo è costruire una “superintelligenza umanista” al servizio del bene comune, e non dominata da logiche di potere. Suleyman evidenzia anche i rischi legati all’uso dell’IA in ambito militare e la necessità urgente di una regolamentazione efficace.

    Link alla fonte:
    https://www.wsj.com/podcasts/tech-news-briefing/microsofts-ai-ceo-mustafa-suleyman-on-what-he-really-thinks-of-agi/33027099-e594-43a7-a411-70e6db515d37