Un modello può costare meno per token e, contemporaneamente, costare di più per risolvere lo stesso problema. I thinking token stanno rendendo il listino una metrica sempre meno affidabile.
Qualche giorno fa è apparso su Spiceworks un articolo interessante di Rose de Fremery intitolato “Token shock and the hidden cost of AI consumption”. Il pezzo mette il dito sulla “piaga” che tanti team IT stanno vivendo nel 2026: i prezzi per token continuano a scendere, eppure le bollette AI salgono.
La diagnosi è corretta. Il passaggio da pricing a postazione (seat-based) a pricing a consumo, combinato con workflow sempre più agentici, prompt di sistema ripetuti, cronologie di conversazione che crescono e output tokens più cari, sta creando un problema di prevedibilità dei costi. Molte aziende si ritrovano con fatture impreviste e progetti tagliati.
Fin qui tutto condivisibile. C’è però un aspetto che l’articolo non approfondisce e che, secondo me, sta diventando ancora più insidioso.
Il prezzo per token non è più una metrica sufficiente
Negli ultimi mesi è emerso con chiarezza un fenomeno che alcuni ricercatori stanno chiamando price reversal (o, più informalmente, “overthinking tax”).
In sintesi: modelli presentati come più economici a listino spesso finiscono per costare di più sul totale, perché consumano significativamente più token rispetto a modelli più cari ma più efficienti.
Studi recenti (tra cui un paper arXiv uscito tra maggio e agosto 2026) mostrano che in una percentuale non banale di confronti — tra il 22% e il 32% a seconda del set di task — il modello con prezzo per token più basso risulta più costoso una volta misurato il consumo reale. In alcuni casi estremi il divario arriva a 20-28 volte.
La causa principale? I thinking tokens.
I modelli di reasoning (soprattutto quelli di fascia media e “Flash/mini”) tendono a compensare una minore densità di intelligenza con ragionamenti più lunghi, ridondanti e verbosi. Su una stessa query un modello può generare migliaia di token di ragionamento interno, mentre un altro arriva allo stesso risultato con una frazione di token.
Succede soprattutto con:
- modelli “economici” di reasoning
- varianti Flash o mini di modelli frontier
- alcuni open-weight specializzati
Il risultato è paradossale: scegli il modello più conveniente sulla carta e ti ritrovi a pagare di più perché ha “pensato” troppo.
Il controsenso dei modelli più costosi
C’è anche il fenomeno inverso. Alcuni modelli frontier più cari a listino si rivelano più economici sul costo per task, proprio perché sono più efficienti. Risolvono lo stesso problema con meno passaggi, meno backtracking e meno parole inutili.
È già successo in passato (es. certe versioni di Claude Opus rispetto a Sonnet) e continua a verificarsi. In questi casi il modello “premium” non solo dà risultati migliori, ma brucia meno token totali.
Cosa cambia per chi gestisce budget e architetture
Tutto questo rende ancora più debole la metrica del prezzo per token. Quello che conta davvero è il costo per workflow (o costo per task, o costo per unità di valore generato).
Le pratiche utili diventano:
- Misurare sempre sui propri workload
Non fidarsi dei benchmark generici. Prendere i task reali dell’azienda e confrontare i modelli non solo sulla qualità, ma anche sui token effettivamente consumati (input + output + thinking). - Routing intelligente
Usare modelli piccoli e non-reasoning per i task ripetitivi e banali, riservandosi l’uso di modelli di reasoning (anche quelli più costosi) solo dove serve davvero. - Controllare la verbosità
Impostare limiti di output, usare istruzioni esplicite di concisione, e dove possibile preferire modelli che ragionano in modo più “compresso”. - Spend caps e monitoring per workflow
Non solo tetti di spesa globali, ma alert e dashboard basati sul costo medio per processo (es. “costo medio di una ricerca vendor”, “costo medio di una risposta ticket complessa”). - Trattare l’AI come una utility
Come suggerisce bene l’articolo di Spiceworks: non è più un costo fisso prevedibile, ma piuttosto un costo variabile che scala con l’uso e con le scelte architetturali. Occorre regolarsi di conseguenza.
Conclusione
L’articolo di Spiceworks ha ragione sul “token shock” generato dal consumo crescente e dal passaggio al pricing a uso. Ma il quadro è ancora più complesso: non tutti i token sono uguali, e non tutti i modelli “economici” lo sono davvero.
Nel 2026 chi continua a scegliere i modelli solo guardando il prezzo per milione di token rischia di farsi male due volte: una volta sulla qualità e una volta sul portafoglio.
La vera domanda non è più “quanto costa un token?”, ma “quanto mi costa risolvere questo problema in modo affidabile?”.
E quella, al momento, solo i test sui propri dati possono rispondere.
P.S. La soluzione, naturalmente, potrebbe essere cominciare a ragionare in termini di approccio “ibrido”, avvicinandosi all’AI locale che sta diventando sempre più accessibile e promettente. Se l’argomento ti interessa, il mio libro nella collana “for Dummies” è disponibile in tutte le librerie fisiche e virtuali:
























