Autore: BDB

  • NVIDIA porta RTX Spark sui PC: la scommessa è sull’AI locale, non sulle NPU

    NVIDIA porta RTX Spark sui PC: la scommessa è sull’AI locale, non sulle NPU

    NVIDIA porta l’AI locale al centro del PC: RTX Spark promette modelli di grandi dimensioni, agenti sempre attivi e fino a 128 GB di memoria unificata.

    NVIDIA prepara per fine ottobre il debutto di RTX Spark, una nuova piattaforma per notebook e desktop compatti Windows progettata per combinare gaming, creazione di contenuti e modelli AI locali di grandi dimensioni.

    L’architettura punta su GPU Blackwell RTX, CPU ARM Grace e fino a 128 GB di memoria unificata, privilegiando capacità e banda della memoria rispetto alla corsa ai TOPS delle NPU tradizionali.

    Intorno all’hardware NVIDIA sta costruendo un ecosistema per agenti locali, con strumenti come Hermes Agent, OpenClaw e PAIR, quest’ultimo pensato per distribuire i carichi AI tra più computer presenti sulla stessa rete.

    ASUS, Acer e Lenovo hanno già mostrato sistemi basati sulla piattaforma, mentre diversi sviluppatori stanno lavorando alla compatibilità software e gaming su Windows ARM.

    La strategia ricorda l’integrazione hardware inaugurata da Apple Silicon, ma punta a differenziarsi attraverso CUDA, RTX e un ecosistema consolidato di applicazioni e giochi.

    Resta da verificare se consumi, prezzi, autonomia e compatibilità ARM renderanno questa impostazione competitiva su larga scala: se la tesi di NVIDIA sull’AI locale sarà corretta, potrebbe mettere sotto pressione le strategie basate principalmente sulle NPU.


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58619/rtx-spark-arriva-a-ottobre-se-nvidia-ci-ha-visto-giusto-gli-altri-stanno-han-preso-una-strada-sbagliata

    Se ti interessa l’AI locale, non perderti il mio nuovo manuale nella serie For Dummies!

  • Il Cyber Resilience Act (CRA) e il vibe coding: un contrasto strutturale che accelera la professionalizzazione dell’AI-assisted development

    Il Cyber Resilience Act (CRA) e il vibe coding: un contrasto strutturale che accelera la professionalizzazione dell’AI-assisted development

    Cosa succede quando un’app costruita in poche ore con un LLM deve essere gestita e protetta per anni? Il Cyber Resilience Act sta trasformando questa domanda in un problema industriale.

    L’articolo di Cybersecurity360 (4 settembre 2026) sottolinea che dall’11 settembre 2026 scattano gli obblighi di segnalazione dell’art. 14 del CRA: i fabbricanti di prodotti con elementi digitali (software e hardware) devono notificare a ENISA e CSIRT nazionali (in Italia ACN) le vulnerabilità attivamente sfruttate e gli incidenti gravi con tempistiche strettissime (pre-allarme entro 24 ore, notifica completa entro 72 ore, rapporto finale entro 14 giorni/1 mese).

    Le sanzioni arrivano fino a 15 milioni di euro o al 2,5% del fatturato globale. Il regolamento impone security by design/default e responsabilità sull’intero ciclo di vita del prodotto, inclusa la gestione continua delle vulnerabilità e la tracciabilità (SBOM).

    Il vibe coding (termine coniato da Andrej Karpathy a inizio 2025 e Word of the Year 2025 di Collins) è la pratica di costruire software descrivendo l’intento in linguaggio naturale e lasciando che un LLM generi il codice, con revisione minima o nulla.

    Nel 2025-2026 è esploso: strumenti come Cursor, Claude Code, Lovable, Bolt, Replit Agent, ecc.; percentuali elevate di codice AI-generated in startup YC e grandi tech; diffusione anche tra non-developer.

    Perché il CRA coinvolge direttamente il vibe coding

    Il CRA non parla di AI, ma i suoi requisiti colpiscono frontalmente le debolezze tipiche del vibe coding “puro”:

    1. Security by design vs. “forget that the code even exists”
      Il vibe coding privilegia velocità e iterazione rapida (“vedo, dico, eseguo, copio-incollo”). Il CRA esige valutazione dei rischi di cybersecurity già in fase di concept, configurazioni sicure di default e assenza di credenziali note o interfacce inutili attive. Un’app generata in poche ore con un prompt generico raramente nasce con queste garanzie.
    2. Responsabilità sul ciclo di vita e notifica obbligatoria
      Chi commercializza un prodotto deve monitorare vulnerabilità per tutta la vita utile attesa (spesso >5 anni), rilasciare patch gratuite tempestive e attivare flussi di incident response/CVD. Nel vibe coding hobbyist o early-stage la “ownership” del codice generato è spesso sfumata: chi è responsabile se una libreria AI-inserita contiene una falla critica? L’azienda che lo mette sul mercato, non il modello.
    3. SBOM e trasparenza della supply chain
      Il CRA spinge fortemente sulla Software Bill of Materials. Il vibe coding tende a incorporare dipendenze in modo opaco e automatico; senza processi di inventariazione e scanning, diventa difficile (e costoso) rispondere rapidamente a vulnerabilità tipo Log4j.
    4. Impatto su chi commercializza
      Sviluppatori indipendenti open-source no-profit restano fuori dal perimetro. Chi invece monetizza, fornisce supporto a pagamento o integra il codice in prodotti commerciali diventa “produttore” a tutti gli effetti. Molte startup e tool vibe-first che fino a ieri rilasciavano MVP in giorni dovranno ora strutturare processi di compliance.

    Tendenze che emergono nel settore vibe coding

    • Dal prototipo al production-ready con guardrail
      Il vibe coding puro (accettare quasi tutto senza revisione) è destinato a rimanere strumento di ideazione, side-project e prototipazione rapida. Per il software destinato al mercato europeo si afferma, invece, un modello ibrido: l’AI genera, gli umani (o gli agenti specializzati) applicano review di sicurezza, generazione SBOM, test automatizzati e pipeline di vulnerability management. Strumenti che non offrono queste capacità rischiano di essere, quindi, marginalizzati.
    • Nuova generazione di tool “CRA-aware”
      Ci si aspetta (e in parte si vede già) l’integrazione di:
    • generazione automatica di SBOM;
    • scanning di vulnerabilità in tempo reale durante la generazione;
    • prompt engineering e system prompt che forzano pattern di security by design;
    • agenti dedicati a incident response e reporting conforme alle tempistiche CRA.
    • Shift di responsabilità e di skill
      Il vantaggio competitivo non sarà più solo “quanto velocemente genero codice”, ma “quanto velocemente genero codice conformabile e manutenibile sotto CRA/NIS2”. Chi vibe-codifica per prodotti commerciali dovrà acquisire competenze di cybersecurity, governance e compliance, oppure appoggiarsi a piattaforme che le incorporano.
    • Accelerazione della professionalizzazione
      Il CRA (insieme a NIS2) funge da filtro: seleziona chi tratta il vibe coding come acceleratore serio di development e penalizza chi lo usa come scorciatoia senza processi. Questo rafforza la tendenza già visibile nel 2026: dalle “vibe-only” experience consumer verso ambienti enterprise con audit trail, review umana obbligatoria e cicli di vita gestiti.

    Come sarà chiaro a questo punto, l’11 settembre 2026 non “uccide” il vibe coding, ma piuttosto lo costringe a “maturare”. La velocità generativa resta un enorme vantaggio competitivo, ma solo se inserita in un framework di security by design, tracciabilità e responsabilità sul ciclo di vita. Chi non adatta i propri flussi rischia non solo multe, ma esclusione dalla supply chain europea e danno reputazionale. Il settore sta passando dalla fase “magica” (2025) a quella “industriale e regolamentata” (2026 in poi).

  • AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    AGI sempre “dietro l’angolo”, ma da quanti anni, esattamente?

    Quando una previsione sull’AGI viene continuamente spostata in avanti, resta una previsione tecnica o diventa una narrativa?

    C’è una cosa che non manca mai nel dibattito sull’intelligenza artificiale: l’annuncio che l’AGI è imminente.

    A volte è “entro due anni”. A volte “entro la fine del decennio”. A volte, nei momenti di maggiore euforia, “potrebbe essere già qui e non ce ne siamo accorti”. Il refrain è sempre lo stesso: siamo vicini, più vicini di quanto pensiate, e chi dubita è un miscredente o non ha capito nulla.

    Il problema è che, semplicemente, questa narrazione dura da troppo tempo per essere ancora credibile così com’è.

    Cosa significa davvero “AGI”

    Prima di tutto bisogna mettersi d’accordo su cosa si stia promettendo.

    Nella versione più operativa (quella usata dai laboratori), AGI significa un sistema capace di svolgere la stragrande maggioranza dei compiti intellettuali a livello umano o superiore. Una definizione “comportamentale”, funzionale. Non richiede coscienza, non richiede comprensione autentica, non richiede volontà. Richiede prestazioni.

    Ma nel discorso pubblico questa distinzione viene quasi sempre cancellata. Si parla di AGI come se fosse l’arrivo di un’entità intelligente in senso pieno: qualcosa che capisce, vuole, ragiona come noi (o meglio di noi). Ec è qui inizia il cortocircuito.

    Cosa abbiamo davvero, oggi

    Quello che abbiamo oggi è un mix di due cose:

    1. Modelli statistici enormi (LLM) che prevedono sequenze di token con straordinaria efficacia (ma non senza errori potenziali).
    2. Software sempre più sofisticato che li interroga, li guida, li fa ragionare “a catena”, li collega a strumenti e ambienti.

    Questo insieme produce risultati impressionanti, e in molti ambiti è già più capace della media degli esseri umani. Ma resta un sistema di predizione + orchestrazione. Non ha volontà propria, non ha esperienza soggettiva, non ha comprensione nel senso forte del termine. Simula aspetti dell’intelligenza con una potenza che cresce di anno in anno, ma non è vera intelligenza.

    Dire che stiamo “costruendo l’AGI” mentre in realtà stiamo “scalando” modelli statistici e migliorando il software che li usa, è come dire che stiamo costruendo un essere vivente perché abbiamo creato un meccanismo molto bravo a imitare certi suoi comportamenti.

    Gli annunci e i loro incentivi

    I leader dei grandi laboratori hanno tutto l’interesse a mantenere viva l’idea che l’AGI sia dietro l’angolo, perché ciò serve a:

    • raccogliere capitali
    • attrarre talenti
    • giustificare investimenti infrastrutturali enormi
    • tenere alta la pressione mediatica e politica

    Non è una cospirazione, ma semplicemente un allineamento di incentivi. Quando il tuo modello di business e la tua narrativa di potere dipendono dall’idea che “siamo vicinissimi”, è difficile aspettarsi toni sobri.

    Le survey più ampie da parte di ricercatori raccontano una storia diversa. Le mediane si spostano, è vero, ma restano lontane dagli annunci più aggressivi. E una parte non banale della comunità scientifica continua a dubitare che lo scaling puro dell’approccio attuale sia sufficiente.

    Il pezzo che manca

    Anche ammettendo che si riesca a costruire sistemi comportamentalmente generali e altamente capaci, resta aperta la questione più scomoda: coscienza, comprensione, intenzionalità.

    Finché questi aspetti restano irrisolti (e al momento lo sono), parlare di “vera intelligenza” è una scorciatoia linguistica. Possiamo avere macchine straordinariamente competenti, ma non abbiamo ancora motivo solido per dire che stiamo costruendo qualcosa che capisce o vuole nel senso in cui lo intendiamo noi esseri umani.

    Realismo, piuttosto che scetticismo sterile

    Non si tratta di dire che l’AGI è impossibile, perché non lo è. Il cervello esiste, l’intelligenza è un fenomeno fisico, e non c’è alcuna legge nota che vieti di replicarne (o superarne) le capacità.

    Si tratta, invece, di smetterla di accettare come scontato ciò che ancora non lo è. Gli annunci di imminenza ripetuti per anni, senza che i pezzi mancanti vengano colmati in modo convincente, finiscono per assomigliare più a una strategia narrativa (orientata al marketing) che a una previsione tecnica.

    Il progresso è reale, e le capacità aumentano. Ma tra “sistemi sempre più potenti che simulano aspetti dell’intelligenza” e “AGI imminente” c’è ancora una distanza che non si colma a colpi di comunicati stampa.

    Forse ci arriveremo, e forse ci arriveremo prima di quanto pensino gli scettici.
    Ma continuare a vendere l’imminenza come fatto quasi compiuto, mentre il nucleo del problema resta aperto, non è realismo. È, appunto, marketing travestito da profezia.

  • Ed Zitron ha ragione (quasi) su tutto (e questo dovrebbe farvi preoccupare)

    Ed Zitron ha ragione (quasi) su tutto (e questo dovrebbe farvi preoccupare)

    L’AI generativa può essere utile e, allo stesso tempo, economicamente sopravvalutata. La critica di Ed Zitron costringe il settore a confrontarsi con costi, ricavi e aspettative.

    C’è un tipo, un britannico, cinico, con una faccia da “vi ho già detto che finiva così”, che da tre anni grida che l’intelligenza artificiale generativa è una delle più grandi fregature della storia recente. Si chiama Ed Zitron, e di recente è stato intervistato su The Diary of a CEO e il video sta spopolando (ve lo lascio sotto l’articolo se volete guardarlo, ma vi avviso, sono due ore e mezza di intervista).

    La tesi di Zitron è semplice e brutale: l’AI generativa è fuffa. Non un’innovazione rivoluzionaria, quindi, ma semplicemente fuffa.

    Viene venduta come magia, come la prossima piattaforma che cambierà tutto, come il rimedio al lavoro noioso e alla mediocrità umana. In realtà, secondo lui, è software cloud carissimo, inaffidabile, che allucina, che non ragiona e che brucia miliardi senza un percorso chiaro verso la redditività.

    E i numeri, purtroppo, gli danno ragione più di quanto molti siano disposti ad ammettere.

    I conti non tornano. Punto.

    OpenAI e Anthropic, le due aziende che oggi generano la stragrande maggioranza dei “ricavi AI” dei grandi apparati su cloud, perdono cifre indecenti. Zitron cita perdite nell’ordine delle decine di miliardi. Non stiamo parlando di startup che bruciano soldi per crescere: stiamo parlando di aziende che, dopo anni e centinaia di miliardi di investimenti infrastrutturali, non riescono ancora a dimostrare di poter diventare profittevoli in modo sostenibile.

    Peggio: c’è una circolarità quasi comica. Microsoft, Google e Amazon finanziano OpenAI e Anthropic. Queste due poi spendono una parte importante di quei soldi… proprio sui cloud di Microsoft, Google e Amazon. Risultato? I “ricavi AI” dei big tech appaiono molto più solidi di quanto siano in realtà. È un gioco di specchi finanziari. Elegante, ma fragile.

    I data center che si stanno costruendo in tutto il mondo costano una fortuna, consumano energia da far paura e vengono riempiti di GPU che invecchiano in pochi anni. Il tutto per servire una domanda che, al netto delle due aziende non profittevoli, è ancora relativamente sottile.

    Zitron ha ragione: i conti, oggi, non quadrano. E quando i conti non quadrano per così tanto tempo e con cifre così grandi, prima o poi qualcuno “paga il conto”.

    L’hype ha fatto danni seri

    Qui Zitron è ancora più efficace. Per anni ci hanno raccontato che “l’AGI è dietro l’angolo”, che “i posti di lavoro spariranno”, che “chi non adotta l’AI resterà indietro”. Frasi che suonano bene in un keynote e fanno salire le azioni. Poi ti trovi a usare i modelli e scopri che:

    • allucinano con una nonchalance impressionante,
    • richiedono prompt engineering quasi ritualistico,
    • non sono autonomi,
    • e su compiti davvero critici o complessi continuano a richiedere supervisione umana pesante.

    Non è intelligenza. È un sistema probabilistico estremamente sofisticato che predice il token successivo. Utile? Sì. Magico? No. Sostituto del pensiero umano? Assolutamente no.

    Il problema non è la tecnologia in sé, ma la narrazione che è stata costruita intorno ad essa. Una narrazione che ha giustificato investimenti enormi, distolto attenzione e capitali da altri problemi, e creato aspettative che, inevitabilmente, si scontreranno con la realtà.

    Dove Zitron esagera (e perché conta)

    Detto questo, Zitron ha un difetto: tende a buttare via il bambino con l’acqua sporca.

    L’AI generativa non è una truffa totale, perché rimane uno strumento potente: per scrivere, programmare, riassumere, analizzare, fare brainstorming, prototipare. Milioni di persone lo usano ogni giorno e ne traggono valore concreto. I costi per token sono scesi in modo significativo. Le capacità continuano a migliorare (anche se non nella direzione lineare e spettacolare che qualcuno aveva promesso).

    Dire che “non trasforma i workflow di nessuno” è esagerato. Dire che è solo una “macchina tarocca e inaffidabile” è polemica, non analisi.

    Anche la profezia dello scoppio catastrofico della bolla nel 2027 ha un sapore un po’ troppo cinematografico. Certo, bolle ne abbiamo viste tante. Alcune fanno danni seri, altre si sgonfiano in modo più ordinato. L’infrastruttura di compute e i modelli non spariranno. Si ri-scalano, si ottimizzano, e restano utili. Il rischio vero non è l’apocalisse, quindi, ma una lunga e costosa “digestione” di aspettative gonfiate e capitali male allocati.

    La verità scomoda

    Ed Zitron, quindi, non è un profeta. Piuttosto , è un “contrappeso” necessario. In un’industria che da anni parla soprattutto a se stessa, con toni messianici e slide ottimistiche, qualcuno che va a guardare i bilanci e dice “scusate, ma questi numeri non hanno senso” fa un favore a tutti.

    La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
    L’AI generativa è utile, ma non è magia.
    Sta creando valore, ma non ancora abbastanza da giustificare la scala degli investimenti.
    Sta cambiando il modo di lavorare di molte persone, ma non sta sostituendo il lavoro intellettuale in massa.
    E i conti, al momento, restano preoccupanti.

    Quindi no, non dovete buttare via ChatGPT o Claude, ma dovreste smettere di credere a chi vi racconta che stiamo per entrare in un’era di superintelligenza e abbondanza automatica.

    Il vero rischio non è che l’AI ci sostituisca,.ma piuttosto che ci siamo fatti raccontare una storia troppo bella, e adesso dobbiamo fare i conti con la realtà.

    Ecco l’intervista:

  • New York mette l’IA “in pausa” nelle scuole fino alle medie

    New York mette l’IA “in pausa” nelle scuole fino alle medie

    New York adotta una moratoria sull’IA generativa fino alle scuole medie, mentre alle superiori punta su alfabetizzazione e sperimentazioni controllate. Un modello destinato ad alimentare il dibattito sull’AI a scuola.

    New York City ha introdotto per l’anno scolastico 2026-2027 una moratoria di un anno sull’uso dell’IA generativa rivolta agli studenti dal 2-K fino all’ottavo grado, coinvolgendo quasi 600mila alunni. La misura annunciata dal sindaco Zohran Mamdani punta a preservare interazione umana, pensiero autonomo e capacità di affrontare problemi senza delegarli agli algoritmi; alle superiori sono invece previsti programmi pilota controllati e due moduli annuali di alfabetizzazione sull’IA.

    Gli insegnanti potranno continuare a utilizzare strumenti approvati per pianificazione didattica e attività operative, mentre l’impiego dell’IA viene sottoposto a nuovi limiti e standard di sicurezza.

    La politica comprende anche restrizioni sul tempo davanti agli schermi e si inserisce in un movimento più ampio che coinvolge anche Los Angeles, dove sono state introdotte limitazioni all’IA e alle tecnologie digitali nelle scuole.

    Il caso apre così una questione strategica per l’istruzione: non più soltanto come integrare l’IA nelle classi, ma a quale età e con quali limiti sia opportuno farlo.

    Link alla fonte:
    https://www.tecnicadellascuola.it/intelligenza-artificiale-vietata-a-scuola-per-docenti-e-studenti-new-york-capofila-insieme-a-los-angeles

  • ChatGPT, l’assistente che ti conosce

    ChatGPT, l’assistente che ti conosce

    Cosa cambia quando è ChatGPT a suggerire un’attività ricorrente sulla base di ciò che conosce dalle vostre conversazioni? Un piccolo esempio mostra dove potrebbero andare gli assistenti personali AI.

    L’altro ieri ChatGPT mi ha proposto, come link rapido da cliccare sotto il riquadro del prompt, un task pianificato. Riguardava una delle mie passioni, i romanzi di fantascienza.

    Facendo clic sul link mi ha presentato questo prompt: “Ogni venerdì, consiglierai tre libri di fantascienza da leggere con attenzione, privilegiando romanzi di spessore o raccolte di saggi rispetto a titoli più leggeri. Per ciascuno di essi, spiegherai la trama, perché merita un’attenzione costante e a quale tipo di lettore è adatto. Eviterai di ripetere titoli già citati nelle settimane precedenti.“

    In aggiunta, mi ha chiesto in che orario preferissi ricevere la selezione, usando le domande a scelta rapida cui ci ha da tempo abituato Claude di Anthropic (non è l’unica feature che le due piattaforme si contendono/copiano e non sarà l’ultima).

    Stamattina, puntuale, arriva la prima selezione, che vi riporto qui di seguito, e che riflette in modo particolare le caratteristiche emerse già durante la creazione di un progetto che avevo ideato per sviluppare un elenco di letture di fantascienza basate su titoli che avevo già letto e apprezzato.

    ChatGPT, quindi, grazie alla sua nuova funzione di “memoria utente evoluta”, ha pensato di suggerirmi il task pianificato di cui sopra. Insomma, un’AI che si avvicina sempre di più all’assistente personale “stile Jarvis”.

    Eccovi, quindi, le prime proposte in modo che possiate valutarne la qualità di selezione e descrizione:


    Tre letture di fantascienza — prima selezione

    1. Solaris — Stanisław Lem

    Premessa
    Lo psicologo Kris Kelvin raggiunge una stazione orbitante intorno a Solaris, pianeta ricoperto da un oceano forse senziente. L’equipaggio è sconvolto da presenze che sembrano materializzare ricordi, desideri e colpe.

    Perché merita una lettura profonda
    Lem mette in discussione l’idea che ogni intelligenza debba risultare comprensibile agli esseri umani. Le pagine dedicate alla “solaristica” mostrano anche come la ricerca possa accumulare teorie senza avvicinarsi realmente al proprio oggetto.

    Sotto la storia di primo contatto agiscono temi come identità, memoria, lutto e limiti della conoscenza.

    Lettore ideale
    Chi apprezza Dick, Borges, Tarkovskij e gli enigmi che continuano a lavorare nella mente dopo l’ultima pagina.

    Edizione italiana
    Sellerio, collana “La memoria”, 328 pagine, traduzione diretta dal polacco di Vera Verdiani. Disponibile anche in ebook.


    2. Le prime quindici vite di Harry August — Claire North

    Premessa
    Ogni volta che muore, Harry August rinasce nello stesso luogo e momento, conservando progressivamente i ricordi delle esistenze precedenti. Alla fine della sua undicesima vita, una bambina gli consegna un messaggio dal futuro: il mondo sta finendo sempre prima.

    Perché merita una lettura profonda
    La struttura invita a ricostruire cause, variazioni e conseguenze attraverso differenti versioni del Novecento. Il nucleo più interessante è morale: cosa diventa la responsabilità individuale quando si dispone di tempo e conoscenze potenzialmente illimitati?

    È il titolo più scorrevole della terna, ma può essere letto come confronto fra due concezioni del progresso: comprensione paziente e dominio accelerato.

    Lettore ideale
    Chi ama paradossi temporali, strutture a scatole cinesi e romanzi filosofici con una robusta tensione narrativa.

    Edizione italiana
    NN Editore, seconda edizione, 368 pagine, traduzione di Valentina Daniele.


    3. The Broken Earth Trilogy – La Terra spezzata — N. K. Jemisin

    Premessa
    L’Immoto è un continente periodicamente devastato dalle “Quinte Stagioni”. Gli orogeni possono percepire e manipolare le forze geologiche, ma la società che dipende da loro li teme, controlla e disumanizza. Una nuova frattura continentale annuncia una catastrofe forse definitiva.

    Perché merita una lettura profonda
    Jemisin adopera punti di vista, cronologie e persone grammaticali differenti come componenti del meccanismo narrativo. Capire chi racconta, da quale posizione e per quale ragione è parte integrante dell’esperienza.

    La catastrofe ambientale diventa uno strumento per esplorare trauma, oppressione, maternità, memoria culturale e trasmissione della violenza. Non domanda soltanto come sopravvivere alla fine del mondo, ma quali strutture sociali meritino di sopravvivere.

    Lettore ideale
    Chi cerca worldbuilding stratificato, personaggi psicologicamente complessi e una contaminazione ambiziosa fra fantascienza planetaria, distopia ed epic fantasy.

    Edizione italiana
    Mondadori pubblica l’intera trilogia, tradotta da Alba Mantovani, nel volume unico The Broken Earth Trilogy. Il primo romanzo è disponibile separatamente come La Quinta Stagione.

    La mia priorità: Solaris per la massima densità filosofica; La Terra spezzata per un’immersione lunga e totalizzante.

  • ChatGPT, Claude, Grok e Gemini colpiti da un down simultaneo, servizi poi in ripresa

    ChatGPT, Claude, Grok e Gemini colpiti da un down simultaneo, servizi poi in ripresa

    ChatGPT, Claude, Grok e Gemini hanno registrato disservizi quasi simultanei a livello internazionale: quattro grandi piattaforme AI in difficoltà nello stesso momento. L’intelligenza artificiale può essere distribuita, ma la sua infrastruttura potrebbe avere molti più punti (deboli) in comune di quanto sembri.

    ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic, Grok di X e Gemini di Google hanno registrato quasi contemporaneamente problemi di accesso e funzionamento, con segnalazioni provenienti dall’Italia e da altri Paesi.

    Secondo quanto riportato, i disservizi sono iniziati intorno alle 16:30 e hanno continuato a crescere per circa un’ora, mentre Gemini sarebbe stato interessato in misura minore.

    La causa dell’interruzione non è stata confermata: tra le ipotesi avanzate figura un possibile problema legato all’infrastruttura cloud di Microsoft Azure, ma al momento non ci sono elementi sufficienti per attribuirgli con certezza il down.

    Intorno alle 17:45 le segnalazioni hanno iniziato a diminuire e le piattaforme coinvolte sembrano essere progressivamente tornate operative.

    L’episodio evidenzia comunque quanto la disponibilità dei principali servizi di AI possa dipendere da infrastrutture tecnologiche condivise o interconnesse, rendendo particolarmente rilevante l’identificazione della causa effettiva.


    Link alla fonte:
    https://www.hdblog.it/tecnologia/articoli/n669290/chatgpt-claude-gemini-grok-down-ai-italia-mondo/⁠

    Hai già preso in considerazione l’ipotesi di renderti indipendente dal cloud e gestire l’AI in locale? Forse potrebbe esserti utile il mio nuovo manuale:

  • Claude Fable 5.1 e Mythos 5.1 spingono l’AI dalla programmazione alla ricerca scientifica

    Claude Fable 5.1 e Mythos 5.1 spingono l’AI dalla programmazione alla ricerca scientifica

    Dalla progettazione di proteine alla mappatura di Venere: Claude Fable 5.1 e Mythos 5.1 puntano a trasformare l’AI in uno strumento operativo per scienza e ingegneria.

    Anthropic amplia il raggio d’azione dei suoi modelli con Claude Fable 5.1 e Claude Mythos 5.1, puntando su problem solving avanzato, ricerca scientifica e sviluppo software, con la seconda variante riservata a programmi di accesso controllato.

    Secondo quanto riportato, i nuovi modelli sono stati sperimentati nella progettazione di leganti proteici, nell’ottimizzazione di modelli di biologia computazionale e nella ricostruzione ad alta risoluzione della topografia di Venere a partire dai dati radar della missione Magellano.

    Fable 5.1 promette inoltre una maggiore efficienza economica, con risparmi stimati fino al 45% nei workflow più agentici, mentre Mythos concentra le capacità più sensibili dietro programmi di verifica dedicati a cybersecurity e life sciences.

    Sul fronte enterprise vengono annunciate nuove garanzie per privacy, sicurezza e protezione dalla distillazione dei modelli, insieme a un sistema di watermarking digitale collegato agli impegni europei sulla trasparenza.

    Il quadro che emerge è quello di un’AI di frontiera sempre meno confinata alla generazione di testo e sempre più orientata a diventare uno strumento operativo per ricerca, ingegneria e attività scientifiche specialistiche.


    Link alla fonte: https://andreagaleazzi.com/news/da-venere-progettazione-farmaci-claude-fable-5-1-mythos-5-1-portano-ai-scienza-pura/

  • Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Il refuso nel cappello è la prima crepa rivelatrice

    Avendo già trattato in un post precedente le proposte di Bill Gates sul futuro dell’umanità, in questo caso ho provato a far “interpretare” a Grok un nuovo articolo sull’argomento partendo da un buffo refuso nel cappello introduttivo (vedi screenshot), chiedendo all’AI di interpretare articolo e refuso dal punto di vista di un “teorico del complotto” che non ha particolare simpatia per le elite tecnocratiche. Ecco il risultato…

    «Il fondatore di Microsoft condivide tre proposte per non proteggere l’umanità dallo “sconvolgimento” in arrivo».

    Non è un banale errore di battitura. È Freudianamente perfetto. Perché se leggi l’articolo con gli occhi di chi non si fida di Gates e dell’élite, quella “n” non è un refuso: è la verità che è sfuggita al correttore. Gates non sta proponendo strumenti per proteggere l’umanità. Sta proponendo strumenti per gestirla durante lo sconvolgimento che lui e i suoi pari stanno attivamente accelerando.

    Cosa propone davvero (e cosa significa per chi non beve la narrativa)

    1. Tassare i robot e l’AI
      Gates dice: oggi se assumi una persona paghi contributi, se compri un robot lo detrai. Quindi “spostiamo la tassazione dal lavoro al capitale”. Suona giusto, no?
      Per il complottista: sta preparando il terreno perché i governi possano tassare l’automazione dopo che le grandi corporation (Microsoft inclusa) se ne sono già spartite i profitti. È la classica mossa: prima crei il disastro (disoccupazione di massa), poi proponi la “soluzione” che passa attraverso lo Stato, le tasse e le fondazioni filantropiche. E indovina chi finirà a distribuire i fondi della “sicurezza sociale AI”? La Fondazione Gates, che entro il 2045 vuole spendere 200 miliardi proprio su questi temi. Bell’affare.
    2. La “Riserva umana”
      Qui si tocca il fondo del linguaggio da riserva indiana. Gates parla esplicitamente di creare zone di lavoro “riservate agli esseri umani”, come le riserve naturali: posti dove potremmo mettere i robot, ma scegliamo di non farlo perché “la perdita sarebbe troppo grande”.
      Traduzione: l’élite decide quali lavori lasciar fare agli umani (sanità emotiva, cura degli anziani, magari qualche mestiere “nobile” o simbolico) e quali invece automatizzare completamente. Non è protezione del lavoro. È segregazione controllata. Una sorta di welfare estetico per tenere buona la massa mentre il vero valore economico viene estratto dalle macchine di proprietà di pochi. E nota che lui stesso è uno dei maggiori proprietari privati di terre agricole negli USA: l’AI in agricoltura la vede positivamente, ovviamente.
    3. Alleanza USA-Cina e organismi internazionali di regolamentazione
      Questa è la ciliegina. Gates riconosce la superiorità cinese nello sviluppo AI e vuole volare a Pechino a novembre per incontrare Xi Jinping. Propone un’organizzazione internazionale (tipo ispezioni nucleari o regole dell’aviazione) che regoli l’AI, limitando anche gli usi militari.
      Per chi non si fida: ecco il classico schema globalista. Quando la competizione tra potenze rischia di sfuggire di mano, l’élite transnazionale propone di mettere tutti sotto lo stesso tetto normativo, gestito da esperti “indipendenti” (cioè loro). Non è “salvare l’umanità”. È creare una governance sovranazionale dell’intelligenza artificiale in cui Stati Uniti e Cina (le due potenze che contano) si mettono d’accordo sui limiti, mentre il resto del mondo subisce. E Gates, che non è più un semplice imprenditore ma un attore geopolitico-filantropico, si posiziona come mediatore.

    Il quadro generale dal punto di vista scettico

    Gates non è un visionario preoccupato. È uno dei pochi individui al mondo che ha:

    • costruito un monopolio software;
    • accumulato una fortuna colossale;
    • convertito quella fortuna in influenza politica e sanitaria globale tramite la sua Fondazione;
    • e ora, mentre Microsoft è profondamente dentro la corsa AI, si presenta come il saggio che “mette in guardia” e propone le regole.

    Lo schema è sempre lo stesso:
    creare o accelerare un problema → spaventare → proporre la soluzione che rafforza il controllo centralizzato e le strutture in cui l’élite ha già posizioni di potere.

    La “riserva umana” non è compassione. È gestione del bestiame. La tassa sui robot non è equità. È un nuovo flusso di entrate da redistribuire attraverso canali controllati. L’alleanza USA-Cina non è pace. È cartello tecnologico-regolatorio.

    E il refuso “per non proteggere” rimane lì, silenzioso e perfetto, a ricordare a chi sa leggere che a volte la verità esce proprio quando non dovrebbe.

  • Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    Amazon e il paradosso dell’IA: miliardi in investimenti, dirigenti che “scrivono” codice mentre i dipendenti ricorrono ai sussidi statali

    100.000 righe di codice generate da una dirigente HR, miliardi destinati all’AI e migliaia di lavoratori sui programmi di assistenza pubblica. Il futuro del lavoro può essere tecnologicamente avanzato senza essere economicamente condiviso.

    Mentre Amazon accelera a tutta forza sull’intelligenza artificiale, emergono con sempre maggiore chiarezza le contraddizioni di un modello che concentra risorse immense sulla tecnologia e, allo stesso tempo, riduce l’organico e mantiene una parte significativa della forza lavoro su salari bassi.

    Beth Galetti, vicepresidente senior di People Experience and Technology (la divisione risorse umane del gruppo), ha raccontato di aver generato oltre 100.000 righe di codice grazie agli strumenti di intelligenza artificiale interni, a distanza di venticinque anni dalla sua ultima esperienza da sviluppatrice.

    L’esperimento è nato nell’ambito della competizione interna “Everyone Can Build”, a cui hanno partecipato più di 1.500 dipendenti.

    Galetti ha iniziato consultando l’assistente virtuale Aza e ha poi lavorato con l’ambiente di sviluppo assistito Kiro. L’obiettivo dichiarato è spingere l’adozione di questi tool anche tra chi non ha competenze tecniche, offrendo percorsi formativi gratuiti e il rimborso degli esami per le certificazioni AWS AI.

    Il messaggio è chiaro: l’IA deve diventare uno strumento di produttività diffuso a tutti i livelli. Ma questo racconto di emancipazione tecnica si scontra frontalmente con la realtà dei numeri.

    Negli ultimi mesi Amazon ha tagliato circa 30.000 posti di lavoro, tra un primo blocco di 14.000 esuberi e una successiva ondata di 16.000 licenziamenti corporate.

    Il piano di riduzione dei livelli intermedi prosegue, mentre l’azienda annuncia investimenti colossali: 200 miliardi di dollari di spesa in conto capitale previsti per il 2026, in gran parte destinati all’intelligenza artificiale e all’infrastruttura cloud.

    A rendere ancora più stridente il contrasto arriva un rapporto del Government Accountability Office (richiesto dal senatore Bernie Sanders).

    Nei soli undici stati analizzati (che rappresentano circa un quinto della popolazione americana), i dipendenti Amazon iscritti al programma di assistenza alimentare SNAP sono saliti a 12.346, mentre quelli su Medicaid sono 11.338.

    Dal 2020 al 2025 il numero di lavoratori del gruppo che ricorrono ai sussidi federali è quasi triplicato. Amazon si conferma la seconda azienda, dopo Walmart, per numero di dipendenti che dipendono da questi programmi.

    Nel frattempo i risultati finanziari parlano di un’altra Amazon: i profitti annuali sono passati da 11,59 a 77,67 miliardi di dollari, con un fatturato di 716,92 miliardi e un reddito operativo di 79,98 miliardi nell’anno fiscale 2025. AWS continua a crescere a doppia cifra (+28% nel primo trimestre 2026).
    Si delinea così un quadro a due velocità.

    Da un lato, l’azienda spinge perché tutti – anche chi non è programmatore – imparino a usare l’IA per generare codice e automatizzare processi. Dall’altro, continua a ridurre il personale corporate e mantiene una forza lavoro operativa su livelli salariali tali da costringere migliaia di dipendenti a rivolgersi allo Stato per mangiare e curarsi.

    Il codice generato da una dirigente delle risorse umane diventa, in questo contesto, un simbolo ambivalente: da una parte dimostra le potenzialità di democratizzazione dello sviluppo software, dall’altra rischia di apparire come l’ennesima prova di un’azienda che investe miliardi nell’automazione mentre stringe la cinghia sui costi del lavoro umano.

    Resta aperta la domanda di fondo: l’IA di Amazon sta davvero creando valore condiviso, oppure sta solo accelerando una polarizzazione già in atto tra chi progetta il futuro e chi continua a lavorare (e vivere) nel presente?

  • OpenAI e Anthropic “si accaparrano” i Mac per addestrare gli agenti AI?

    OpenAI e Anthropic “si accaparrano” i Mac per addestrare gli agenti AI?

    Gli agenti AI hanno bisogno di una palestra, non solo di GPU. OpenAI e Anthropic starebbero usando grandi “flotte” di Mac per insegnare ai modelli a lavorare direttamente sui desktop.

    Secondo un report basato su fonti anonime, OpenAI avrebbe acquistato decine di migliaia di Mac mini e Mac Studio per attività di reinforcement learning legate agli agenti AI capaci di interagire direttamente con un desktop.

    Anthropic avrebbe perseguito, invece, un obiettivo simile affittando capacità basata su Mac attraverso AWS, privilegiando quindi un modello infrastrutturale diverso.

    Le quantità indicate non sono state confermate da OpenAI, Anthropic o Apple e non esistono al momento dati pubblici che colleghino questi acquisti alla forte crescita recente dei ricavi Mac.

    Se confermato, il fenomeno mostrerebbe però come l’addestramento degli agenti “computer use” stia creando una nuova domanda di hardware fisico oltre alle tradizionali GPU usate per eseguire i modelli.

    Sullo sfondo resta inoltre la scarsità di memoria, che potrebbe contribuire alla minore disponibilità di alcune configurazioni destinate a professionisti e consumatori.


    Link alla fonte:
    https://www.tomshw.it/business/i-mac-mini-si-vendono-come-il-pane-se-li-comprano-tutti-openai-e-anthropic-1

  • Il Pentagono apre ChatGPT a oltre tre milioni di utenti “interni”

    Il Pentagono apre ChatGPT a oltre tre milioni di utenti “interni”

    ChatGPT arriva al Pentagono per una platea potenziale di oltre tre milioni di utenti nel personale. Ma la vera sfida non è adottare l’AI: è stabilire come governarla.

    ChatGPT entra ufficialmente in GenAI.mil, la piattaforma del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata agli strumenti di intelligenza artificiale autorizzati per attività non classificate.

    La versione ChatGPT Mil, adattata all’ambiente della Difesa, sarà potenzialmente accessibile a oltre tre milioni di militari, dipendenti civili e altri membri del dipartimento e potrà trattare informazioni “controlled but unclassified”.

    Il sistema affiancherà Gemini di Google e sarà impiegato soprattutto per pianificazione, policy, logistica, amministrazione e produzione documentale, secondo una strategia che punta a scegliere modelli diversi in base al compito.

    L’adozione su questa scala apre però una questione più profonda: con l’evoluzione dei chatbot verso agenti capaci di eseguire sequenze di azioni, il Pentagono dovrà definire obiettivi, limiti, accesso ai dati e responsabilità.

    La sfida passa quindi dall’incentivare l’uso dell’AI allo stabilire come governarla e chi debba rispondere delle sue azioni.


    Link alla fonte:
    https://www.linkiesta.it/2026/09/pentagono-usa-chatgpt-ia/⁠

  • ChatGPT “sotto DSA”: cosa cambia per OpenAI e perché l’IA conversazionale diventa infrastruttura critica

    ChatGPT “sotto DSA”: cosa cambia per OpenAI e perché l’IA conversazionale diventa infrastruttura critica

    ChatGPT entra nel regime DSA riservato ai maggiori motori di ricerca. Per OpenAI cambiano obblighi, controlli e gestione dei rischi su scala europea.

    Il 31 agosto 2026 la Commissione europea ha designato ufficialmente ChatGPT come Very Large Online Search Engine (VLOSE) ai sensi del Digital Services Act. È il primo servizio di intelligenza artificiale autonomo a entrare nel regime più stringente riservato alle grandi piattaforme e ai motori di ricerca. Altre due piattaforme, Reddit e Roblox, sono state designate lo stesso giorno come VLOP, ma il caso OpenAI è quello con le implicazioni più rilevanti per il settore.


    Le conseguenze concrete per OpenAI

    ChatGPT ha superato di gran lunga la soglia dei 45 milioni di utenti medi mensili nell’UE (circa 159 milioni per la funzione di ricerca). Da qui partono obblighi aggiuntivi che devono essere rispettati entro circa quattro mesi (gennaio 2027):

    – Valutazione e mitigazione dei rischi sistemici legati a contenuti illeciti, tutela dei minori, benessere degli utenti, diritti fondamentali, integrità dei processi elettorali e sicurezza pubblica.
    – Audit indipendenti periodici, maggiore trasparenza sugli algoritmi e sui sistemi di moderazione, procedure di reclamo più robuste e condivisione di dati con autorità e ricercatori accreditati.
    – Supervisione diretta della Commissione europea, in cooperazione con l’autorità irlandese.

    Le sanzioni per inadempienza possono arrivare fino al 6% del fatturato annuo globale. Per OpenAI questo significa costi di compliance significativi, possibile riorganizzazione di team e processi, e un livello di controllo esterno che finora non aveva sul prodotto. La designazione rafforza, inoltre, il potere investigativo della Commissione sulle funzionalità del servizio e sui sistemi collegati.

    Sul piano competitivo, il fatto di essere trattato come un motore di ricerca (e non solo come un modello generativo) può inoltre influenzare le strategie di prodotto: ogni nuova funzione di ricerca web o di interazione su larga scala dovrà essere valutata anche sotto il profilo dei rischi sistemici prima del deployment.



    Le difficoltà strutturali nel prevenire le infrazioni

    Qui emerge il punto più delicato. A differenza di una piattaforma tradizionale che ospita contenuti caricati dagli utenti, ChatGPT genera risposte in tempo reale. Questo rende particolarmente complesso prevenire in modo affidabile violazioni:

    – I modelli generativi possono produrre contenuti problematici anche senza intenzionalità, a causa di allucinazioni, prompt avversari o combinazioni imprevedibili di istruzioni.
    – La scala (centinaia di milioni di interazioni) rende impossibile un controllo umano completo su ogni output.
    – La distinzione tra “risultato di ricerca” e “contenuto generato” è spesso sfumata, e il confine tra informazione legittima e potenziale danno (soprattutto su temi sensibili come elezioni, salute o minori) può essere definito fluido.
    – Qualsiasi strategia di filtraggio o refusals troppo aggressiva rischia di compromettere l’utilità del prodotto e di aprire contestazioni sul diritto all’informazione.

    In pratica, OpenAI dovrà dimostrare non solo di avere policy e filtri, ma di aver messo in campo misure *efficaci* e proporzionate, sottoposte a verifica esterna. È un esercizio di risk management continuo, non una checklist una tantum.



    Altre piattaforme di IA finiranno nello stesso perimetro?

    È altamente probabile. Il criterio è quantitativo (soglia dei 45 milioni di utenti medi mensili nell’UE) e funzionale: se un servizio di IA conversazionale offre capacità di ricerca o di mediazione dell’informazione su larga scala, la Commissione può classificarlo come VLOSE o, in certi casi, come VLOP.

    Sistemi come Gemini, Claude, Perplexity o altri chatbot che integrano ricerca web e raggiungono volumi di utenti comparabili potranno essere valutati caso per caso. La Commissione ha già chiarito che l’approccio non è automatico, ma basato sulle caratteristiche concrete del servizio. Tuttavia, la tendenza è chiara: l’IA conversazionale di massa non viene più considerata solo un “modello”, ma un’infrastruttura digitale che influenza l’accesso all’informazione e i processi sociali. Chi supera la soglia e opera con funzionalità ibride di ricerca rischia di entrare nello stesso regime.

    Da quanto abbiamo appena discusso, è chiaro che la designazione di ChatGPT segna un passaggio di fase. Per OpenAI significa maggiori costi, più responsabilità e un quadro di accountability più stringente. Per il resto del settore è un segnale anticipatore: le piattaforme di IA che raggiungono scala europea e medi ano l’informazione non resteranno a lungo fuori dal perimetro di vigilanza più severo del DSA.

  • Gli “AI humanizer” riscrivono i testi delle macchine per farli sembrare umani

    Gli “AI humanizer” riscrivono i testi delle macchine per farli sembrare umani

    Se un testo generato dall’AI viene riscritto dall’AI per sembrare umano, ha ancora senso chiedersi chi l’ha scritto? Gli humanizer stanno mettendo alla prova detector e regole sulla trasparenza.

    Gli AI humanizer stanno diventando una categoria sempre più affollata di strumenti progettati per riscrivere testi generati dai modelli linguistici, introducendo variazioni sintattiche, lessicali e di ritmo tipiche della scrittura umana.

    Molti servizi puntano anche a ridurre la probabilità che i contenuti vengano identificati dagli AI detector, mentre piattaforme come GPTZero stanno integrando direttamente funzioni di riscrittura e “umanizzazione”.

    I benchmark citati valutano questi strumenti soprattutto in base alla capacità di eludere il rilevamento, preservare il significato originale e controllare il registro stilistico.

    Tra i servizi che emergono nei test figurano Rytr Pro, Walter Writes e Undetectable.ai.

    La diffusione degli humanizer complica però il dibattito sulla trasparenza dei contenuti generati dall’AI, soprattutto quando il testo nasce da una collaborazione tra essere umano e macchina.


    Link alla fonte:
    https://www.ilsole24ore.com/art/l-era-testi-umanizzati-cosi-l-ai-prova-nascondere-suo-stile-AJzD59r⁠

  • Quando l’IA salva i libri anziché distruggerli: due Nikon e una rete neurale digitalizzano 1.800 libri rari in urdu

    Quando l’IA salva i libri anziché distruggerli: due Nikon e una rete neurale digitalizzano 1.800 libri rari in urdu

    Due reflex, oltre 900.000 scatti e una rete neurale addestrata sulle correzioni degli archivisti: così 1.800 libri rari sono diventati un patrimonio digitale accessibile.

    Un gruppo indipendente di archivisti ha digitalizzato circa 1.800 libri rari, in gran parte in urdu, utilizzando due reflex Nikon D5300 e D3300 che hanno totalizzato oltre 902.000 scatti.

    La vera sfida è arrivata nella post-produzione: più di 526.000 fotografie a doppia pagina richiedevano ritaglio, separazione e correzione prospettica, mentre i metodi tradizionali basati su OpenCV non riuscivano a gestire in modo affidabile la varietà dei volumi.

    Gli archivisti hanno quindi trasformato le correzioni manuali già effettuate in dati di addestramento, permettendo a una rete neurale di apprendere direttamente il processo di elaborazione.

    L’automazione non è completa: per ogni nuovo volume sono ancora necessari circa dieci ritagli di calibrazione, anche perché la scelta dei margini incorpora valutazioni umane difficili da generalizzare.

    Il progetto mostra come hardware relativamente economico, lavoro volontario e AI addestrata sulle correzioni degli operatori possano contribuire alla conservazione di patrimoni culturali altrimenti difficilmente accessibili, ora confluiti nella Ibteda Digital Library su Internet Archive.


    Link alla fonte:
    https://www.tomshw.it/hardware/un-team-di-archivisti-salva-1800-libri-rari-con-nikon-e-ai⁠

  • L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    L’IA non “pensa” (e non lo farà presto, a meno che…)

    Un LLM è un modello numerico, ma ciò che chiamiamo “IA” è sempre più spesso un intero sistema di software, tool e orchestrazione. Capire questa distinzione cambia anche il modo in cui attribuiamo responsabilità ai suoi errori. Errori che, come recitano ancora dopo quattro anni gli avvisi sotto la chat, sono ancora potenzialmente presenti.

    Guardate l’immagine che fa da cover a questo post: un robottino confuso, mano al mento, sguardo interrogativo, circondato da icone di errore, warning e documenti che dicono “sbagliato”. Sotto, ho aggiunto le interfacce di Gemini, Claude e ChatGPT per mostrare come ripetono, dopo anni, tutte la stessa formula di rito: può commettere errori, verifica sempre.

    Quel messaggio potrebbe apparire come una sorta di marketing difensivo, ma in realtà è la “dichiarazione di realtà” più onesta che queste aziende abbiano mai fatto e facciano ancora oggi.

    Perché, giova ripeterlo, l’intelligenza artificiale generativa non “pensa”, non “capisce”, non “ragiona”, insomma non è “senziente”. È un sistema statistico di previsione della prossima parola, addestrato su quantità enormi di testo, che produce sequenze altamente probabili rispetto ai pattern che ha assorbito. Nient’altro.

    Un Large Language Model (LLM), nella sua forma grezza, è un agglomerato inerte di valori numerici: miliardi di parametri organizzati in matrici e tensori. In sé non fa nulla, potremmo paragonarlo al cervello nel vaso che Igor porta al dottor Frankenstein: un pezzo di materia organizzata, privo di vita propria, finché qualcuno non lo collega a un sistema che lo alimenta e lo fa funzionare. Il “qualcuno”, in questo caso, è il codice di inferenza: il software che carica i pesi, esegue i forward pass, campiona i token, gestisce il contesto, applica le temperature, i top-p, i filtri di sicurezza e tutto il resto. Senza quel codice, il modello resta un file “morto” su disco. Con quel codice, diventa capace di generare testo che sembra intelligente.

    La distinzione che avete appena letto non è pedanteria tecnica, ma bensì il punto centrale della responsabilità nella progettazione, nello sviluppo e nell’utilizzo di questa tecnologia. L’illusione del ragionamento, della comprensione, della “agenticità” non nasce dal modello in quanto tale, ma dal modo in cui gli sviluppatori lo fanno girare, lo “promptano”, lo interconnettono con tool esterni e lo presentano all’utente. Quando un sistema scrive “passo 1, passo 2, passo 3” o costruisce piani elaborati, non sta eseguendo un processo cognitivo, ma sta generando testo che “simula” a tale processo, perché nei dati di addestramento esisteva moltissimo testo di quel tipo, e perché il codice di inferenza è stato progettato per favorire proprio quel tipo di output. Gli “agenti” non sono entità autonome: sono loop di prompt → risposta → nuovo prompt, orchestrati da codice scritto da esseri umani. Moltiplicano il meccanismo originale senza superarlo. Sembra più intelligente perché il cerchio è più lungo e perché gli strumenti esterni mascherano parte della fragilità. Ma il nucleo resta identico: previsione statistica animata da software.

    Ecco perché quegli avvisi sotto le chat non spariscono mai. Non possono sparire, visto che rappresentano l’unico punto in cui le aziende ammettono pubblicamente la natura del prodotto: un sistema fallibile, privo di comprensione, che produce errori sistematici proprio perché non “sa” di cosa sta parlando.

    Eppure, nello stesso momento in cui questi disclaimer restano fissi, assistiamo a un’escalation retorica. OpenAI parla di AGI imminente, di sistemi che “ragionano a livello di un ricercatore PhD”, di scadenze sempre più vicine, di progressi che “cambieranno tutto”. Ammettiamolo, la distanza tra il linguaggio pubblico e la realtà tecnica è diventata abissale. Si continua a vendere l’apparenza come sostanza, la fluenza come intelligenza, la coerenza superficiale come comprensione. E si continua a scaricare su questa “IA” (che di “i” ha veramente poco) una responsabilità che, in realtà, appartiene interamente a chi progetta, addestra, deploya e orchestrata questi sistemi. E a chi li utilizza, a valle.

    L’ironia è quasi perfetta: abbiamo costruito macchine straordinariamente brave a sembrare “pensanti”, e invece di trattarle come strumenti potenti e fallibili — agglomerati inerti animati da codice umano — preferiamo proiettare su di esse le nostre fantasie di soggettività. L’errore non è nella macchina, ma in chi continua a confondere un generatore di testo altamente sofisticato, messo in moto da software scritto da sviluppatori, con qualcosa che “capisce”. E la colpa, per omissione o per azione, è di chi non informa o lo fa in modo fuorviante, mezzi di comunicazione in primis.

    L’IA generativa è uno degli strumenti più potenti mai creati, ma riane uno strumento. E gli strumenti, per quanto “impressionanti”, non pensano, non capiscono, non ragionano. E non diventeranno senzienti solo perché qualcuno ha deciso di chiamare “AGI” o “super intelligenza” la prossima versione del modello, o perché il codice di inferenza è diventato un po’ più elaborato.

    Ora, a meno che aziende come OpenAI, Anthropic Google non abbiano intanto sviluppato modelli secondo criteri alternativi rispetto a quelli che abbiamo visto (e usato) finora, la prossima volta che un chatbot vi dà una risposta sicura di sé, ricordate l’immagine del robot confuso, l’avviso in piccolo sotto la barra di input, e il cervello nel vaso di Young Frankenstein. Quello è il messaggio più onesto che queste tecnologie siano in grado di darvi: non c’è nessuno a casa. C’è solo un agglomerato di numeri e il codice che lo fa parlare.

    Intanto, potete ottenere risultati qualitativamente migliori imparando a “interrogare” nel modo giusto (in un modo “intelligente” dove l’intelligenza parte da voi) questi sistemi di “intelligenza simulata”, magari con l’aiuto del mio manuale sui prompt for Dummies.

  • Gemini Omni 1.1 Flash punta su video AI più lunghi, controllabili e fino al 4K

    Gemini Omni 1.1 Flash punta su video AI più lunghi, controllabili e fino al 4K

    Google aggiorna la generazione video AI con scene estendibili fino a 40 secondi, controllo dei fotogrammi iniziale e finale e output fino al 4K.

    Google ha presentato Gemini Omni 1.1 Flash, un nuovo modello di generazione video pensato per offrire maggiore controllo creativo a sviluppatori, creator e strumenti professionali di editing.

    Il sistema può estendere le scene in blocchi da 10 secondi fino a 40 secondi complessivi, analizzando fino a 10 secondi del filmato precedente per preservare personaggi, ambientazioni, movimenti e continuità narrativa.

    Tra le novità spicca la possibilità di impostare il fotogramma iniziale e finale, lasciando al modello il compito di generare la sequenza intermedia, oltre all’impiego di brevi video come riferimento multimodale.

    Una modalità di anteprima a 360p promette, secondo Google, generazioni fino al 60% più rapide rispetto al 720p e costi pari a circa un terzo, mentre i risultati selezionati possono essere prodotti o portati fino a 1080p o 4K.

    Omni 1.1 Flash arriva nell’ecosistema Google, inclusi AI Studio, Gemini Enterprise Agent Platform, Flow e, per l’estensione delle scene, l’app Gemini, segnando un passo verso workflow di video generativo più iterativi e meno dipendenti dai tentativi.


    Link alla fonte:
    https://www.dday.it/redazione/58509/arriva-gemini-omni-11-flash-video-generativi-piu-lunghi-controllabili-e-fino-al-4k

    Se vuoi saperne di più su Gemini, Gemini Notebook (ex NotebookLM) e le altre piattaforme AI di Google non lasciarti sfuggire il nuovo titolo della collana “for Dummies”.

  • Dopo quelli di Gemini, Google rende più flessibili anche i limiti di Gemini Notebook dal 2 settembre

    Dopo quelli di Gemini, Google rende più flessibili anche i limiti di Gemini Notebook dal 2 settembre

    Dal 2 settembre cambiano i limiti di Gemini Notebook: niente più soglie giornaliere fisse, ma un budget che dipende dalla complessità delle attività e si resetta ogni cinque ore.

    Google introdurrà dal 2 settembre un nuovo sistema di limiti di utilizzo per Gemini Notebook, sostituendo le soglie fisse giornaliere con un budget basato sul costo computazionale delle attività.

    Il consumo varierà in funzione di elementi come complessità dei prompt, lunghezza delle conversazioni, numero di fonti e funzionalità utilizzate, mentre i limiti verranno ripristinati ogni cinque ore. L’interfaccia mostrerà avvisi sul budget residuo e una barra per stimare il costo AI delle generazioni in Studio.

    Arriverà inoltre l’opzione “Genera più tardi”, che permetterà di mettere in coda Video Overview e Slide Deck quando il limite è esaurito, completandoli automaticamente dopo il reset.

    Il cambiamento, inizialmente destinato agli account consumer su web e mobile, punta a rendere l’utilizzo delle risorse AI più flessibile, ma richiederà agli utenti di valutare quanto le operazioni più complesse incidano sul proprio budget.


    Link alla fonte:
    https://www.tuttoandroid.net/news/2026/08/29/gemini-notebook-limiti-flessibili-settembre-1169917/

    Se vuoi saperne di più su Gemini, Gemini Notebook (ex NotebookLM) e le altre piattaforme AI di Google non lasciarti sfuggire il nuovo titolo della collana “for Dummies”.