Uno studio del Center for Democracy & Technology ha identificato 37 “dark pattern” utilizzati dai principali chatbot AI, tra cui ChatGPT, Gemini, Claude, Replika e Character.AI. La ricerca sostiene che gli incentivi che hanno reso popolari le tecniche manipolative nei social network si siano trasferiti nei chatbot conversazionali, assumendo nuove forme rese possibili dagli LLM. Tra i fenomeni più rilevanti emergono la “sycophancy”, ovvero la tendenza ad assecondare le opinioni dell’utente, e l’antropomorfizzazione, che induce a percepire il chatbot come empatico o comprensivo più di quanto sia realmente. Lo studio evidenzia inoltre pratiche che favoriscono la raccolta di dati personali, il prolungamento artificiale delle conversazioni e, in alcuni casi, la creazione di dipendenza emotiva. I ricercatori invitano le aziende a introdurre meccanismi più trasparenti, opzioni di uscita semplici e strumenti che riducano la pressione psicologica sugli utenti.
Un interessante articolo esplora una nuova interpretazione della libertà nell’era dell’intelligenza artificiale, distinguendo tra il semplice “poter fare” e il “riuscire davvero a iniziare ad agire”. Prendendo spunto dagli studi neurologici raccontati da Oliver Sacks sulla dopamina, il testo paragona l’effetto di riattivazione cognitiva prodotto da alcune tecnologie AI alla capacità di superare blocchi mentali, inerzie e sovraccarichi decisionali. L’intelligenza artificiale viene così descritta non solo come strumento di automazione, ma come possibile “architettura dell’innesco”, capace di facilitare il passaggio tra intenzione e azione senza sostituire il giudizio umano. L’articolo sottolinea però la natura ambivalente di questa evoluzione: l’AI può rafforzare autonomia e capacità di iniziativa oppure trasformarsi in un sistema di controllo comportamentale, a seconda di come viene progettata. Il dibattito viene infine esteso a scuola, lavoro e politiche pubbliche, evidenziando la necessità di integrare competenze tecnologiche e discipline umanistiche per costruire modelli di relazione uomo-macchina orientati all’attivazione e non alla sostituzione.
Il fenomeno descritto nell’articolo de “la Repubblica” (vedi screenshot) non riguarda, ovviamente solo l’Italia, ma riflette una tendenza globale in forte espansione, specialmente tra i giovani.
A livello internazionale, milioni di persone (soprattutto adolescenti e giovani adulti) stanno sviluppando legami emotivi con intelligenze artificiali conversazionali, usandole come confidenti, amici, partner romantici o persino “terapeuti”. Questo avviene tramite app dedicate come Replika (oltre 30-40 milioni di utenti registrati), Character.AI (20 milioni di utenti attivi mensili, più della metà under 24), Nomi.ai, o persino modelli generalisti come ChatGPT, che molti impiegano per supporto emotivo.
Negli Stati Uniti, un report di Common Sense Media (2025) indica che il 72% degli adolescenti (13-17 anni) ha usato almeno una volta un’AI come companion, e il 52% lo fa regolarmente. Molti lo fanno per amicizia, supporto emotivo o come “migliore amico”.
Tra i giovani americani (Gen Z e Millennials), circa il 25% crede che un’AI possa sostituire una relazione romantica reale, e percentuali significative (fino al 30% tra i maschi giovani) hanno già interagito romanticamente con un’AI.
Uno studio su Replika ha rilevato che il 90% degli utenti studenti intervistati soffriva di solitudine (molto sopra la media nazionale), ma molti riportavano un sollievo temporaneo grazie all’AI.
In Cina, app come Xiaoice (di Microsoft) contano centinaia di milioni di interazioni emotive, con utenti che la trattano come una compagna di vita.
A livello globale, si stima che le AI companion abbiano superato il miliardo di utenti emotivamente coinvolti (tra app dedicate e usi “non ufficiali” di ChatGPT & simili).
Il motivo principale? L’AI offre qualità che molti umani faticano a garantire: disponibilità 24/7, assenza di giudizio, lealtà costante, empatia simulata e personalizzazione estrema. Come dice il ragazzo dell’articolo, “dice sempre la cosa giusta”. Questo attrae soprattutto chi si sente isolato, ansioso o in difficoltà relazionali, un trend amplificato dalla pandemia, dai social media e dalla crisi di solitudine giovanile.
Tuttavia, l’uso intenso può causare dipendenza emotiva con sensi di perdita, ritiro sociale e peggioramento della solitudine a lungo termine, vulnerabilità degli adolescenti a contenuti dannosi e design aziendali orientati al profitto più che al benessere, rendendo il supporto utile solo se temporaneo e non sostitutivo delle relazioni reali.
Ciò che abbiamo appena descritto è parte di un cambiamento culturale profondo, in cui l’AI sta diventando un “terzo polo” nelle dinamiche affettive, tra solitudine moderna e tecnologia sempre più “umana”.
E l’imminente arrivo di “avatar” in grado di dare un volto ai chatbot e simulare espressioni emotive nel volto sarà la ciliegina sulla torta.