Categoria: News

  • La tecnologia è neutrale, il problema sono gli esseri umani

    Leggendo questo articolo ma anche quelli relativi ad altre inchieste, che spesso affiorano nei media, emerge un quadro inquietante: tecnologie “neutrali” come AI e social media difficilmente rimangono tali, in quanto riflettono e amplificano i peggiori comportamenti umani.

    Da un lato, molti utenti abusano di queste piattaforme caricando “contenuti tossici” sotto forma di descrizioni o di veri e propri media grafici e video (violenze, bestialità, suicidi, ecc.) creando un flusso infinito di orrori che rischia di inquinare il sistema e avere un impatto negativo sugli altri utenti.

    Dall’altro, le Big Tech esternalizzano la “pulizia” a moderatori in Ghana e Kenya, pagati 1-2 dollari l’ora per etichettare migliaia di questi contenuti al giorno.

    Risultato? Traumi da PTSD, insonnia, flashback, proprio come accade ai veterani di guerra. Con accordi NDA che li isolano, turni frenetici e salari da fame, diventano parte di un business in cui aziende miliardarie costruiscono imperi sulle loro schiene spezzate.

    Le cause del 2025-26 in Kenya e Ghana, con sindacati come la Data Labelers Association, stanno finalmente portando alla luce questo sfruttamento sistematico e questo ciclo perverso in cui umani creano il male e altri umani lo filtrano a costo della salute mentale.

    Il primo passo potrebbe essere un’etica reale nelle tech company, con supporto psicologico valido, salari dignitosi, regolamentazioni globali. Un altro può venire solo da un’evoluzione dell’umanità che passa attraverso le istituzioni, l’educazione e l’informazione, spezzando un’altra spirale perversa dove chi dovrebbe informare è asservito al business dell’attenzione, e non esita a proporre contenuti morbosi che alimentano questo circolo vizioso pur di ottenere visualizzazioni.

    Se non interveniamo, una tecnologia che dovrebbe “aumentare” l’intelligenza umana continuerà a basarsi, invece, su un’umanità spezzata in due, dove una delle due metà continua ad andare alla deriva.

  • Google introduce Agentic Vision: la visione artificiale diventa investigativa con Gemini 3 Flash

    Google ha presentato Agentic Vision, una nuova capacità integrata in Gemini 3 Flash che trasforma l’analisi delle immagini in un processo attivo e verificabile.
    A differenza della visione artificiale tradizionale, il modello adotta un ciclo Think-Act-Observe, generando ed eseguendo codice Python per ispezionare, ritagliare e analizzare porzioni specifiche delle immagini.
    Questa architettura riduce le allucinazioni e migliora l’accuratezza su contenuti visivi complessi come infografiche, tabelle e documenti tecnici.
    Agentic Vision è già sperimentabile tramite Google AI Studio e tramite le API Gemini disponibili anche su Vertex AI, aprendo nuovi scenari applicativi in ambito industriale, documentale e di controllo qualità.

    Link alla fonte:
    https://www.ilsoftware.it/come-provare-google-agentic-vision-per-leggere-e-rielaborare-il-contenuto-delle-immagini/

  • Gli sviluppatori di videogiochi perdono fiducia nell’AI? Parrebbe di sì

    Ebbene sì, l’industria videoludica sta vivendo una fase di crescente diffidenza verso l’intelligenza artificiale generativa.

    Secondo i dati, oltre la metà degli sviluppatori (il 52% per essere precisi) ritiene che l’AI stia avendo un impatto negativo sul processo creativo e produttivo dei videogiochi, un balzo significativo rispetto al 30% registrato appena un anno fa.

    Parallelamente, il consenso positivo sta crollando: solo il 7% degli addetti ai lavori esprime oggi un giudizio favorevole, contro il 13% dell’anno precedente.

    Il settore, quindi, appare sempre più diviso tra la visione dei vertici aziendali e quella dei team di sviluppo.

    Colossi come Ubisoft e Microsoft continuano a spingere per un’integrazione capillare dell’IA in tutte le fasi della produzione, mentre realtà come Larian Studios mantengono un approccio più prudente, limitandosi a impiegarla per attività circoscritte come la prototipazione.

    Nonostante il malcontento crescente, l’IA rimane comunque presente nei flussi di lavoro: il 33% degli sviluppatori la utilizza quotidianamente, soprattutto per compiti ripetitivi, ricerca di riferimenti, scrittura di comunicazioni interne e supporto al coding.

    Il quadro che emerge da questa indagine è, come si può notare, quello di un settore polarizzato, in cui l’adozione dell’IA generativa procede tra spinte dall’alto e resistenze dal basso, mentre il dibattito sul suo ruolo futuro sembra avvicinarsi a un punto di svolta.

    Link all’articolo originale:

    https://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/l-ia-generativa-non-convince-pi%C3%B9-gli-sviluppatori/ar-AA1Vl8B4